Treno dall’India a Tolmino, in una notte.

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Vi è, nel sogno, un celere cambio di scenari, persone e accadimenti privi di apparente continuità e logica. Questa eterogenea varietà sono la linfa del pensiero onirico, sempre piacevole, prima di chiudersi nell’incubo. Oppure, svegliandosi, finisce e non lo riprendi più. So di registi che cercano di ricordare le scene viste, meglio se assurde e prive di senso. E sono proprio le incredibili visioni dei nostri sogni quelle che tutti ricordiamo.

Anche quella mattina Nicola si era alzato alla solita ora di un giorno feriale. C’era buon tempo e dalla cucina sentiva sua madre che preparava le colazioni provocando quei rumori dignitosi del mattino, con il gorgoglio rotondo della Moka poco prima d’essere avvolti dall’aroma di caffè. Le semplici cose di tutti, ma quel giorno, Nicola si era alzato più sereno, merito di un bel sogno da raccontare subito a chi hai di fronte, sua madre Ester.

E – Eccoti. Buon giorno, vedo che siamo di buon umore oggi?

N – Sì, sarà  il sogno che ho fatto. Strano, ma bello, avrei voluto continuasse ancora.

E – Certo, è così che va con i sogni. Dai racconta, se son cose dicibili ad una madre.

N –  Bèh, casomai escludo ciò che non va. Ero su un treno, seduto nel mio scompartimento accanto al finestrino. Ci stavano altre quattro persone tranquille, due donne carine, una più anziana e un signore. Nel vederli  ebbi chiara la sensazione di essere in India, o meglio, su un vagone con degli indiani. Però anche l’odore dell’aria era densa di profumi speziati e contrastanti. Non capivo il loro parlare, non era importante, mi sentivo bene, come uno di loro. Certo, ero in India e mi ero lasciato trascinare dallo scorrere del paesaggio che rallentava ogni qualvolta il treno transitava, non nella stazione, ma bensì nel mezzo di un villaggio e la gente si appendeva come poteva al vagone. Una sensazione interessante, come essere sul bus, nelle strade affollate. E la gente, salutando, si avvicinava quanto poteva e il treno fischiava continuamente. Ci fu anche una sosta più lunga perché una mucca non voleva liberare i binari. Ci volle pazienza.

E – Divertente.  Sarai rimasto suggestionato dalla visione di un film sull’India, l’altra sera, credo, davano “Il treno per Darjeeling”.

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N – Non so, ma tutti abbiamo dentro un immaginario indiano. Così questa corsa lenta passava tra i campi e le fitte boscaglie fino a incontrare la gente nei loro mercati. E il treno, sui suoi binari, transitava. Giunti nei pressi di una grande collina le rotaie disegnavano un’ansa che non permetteva di vedere oltre. Il convoglio aveva aumentato la velocità, presto raggiunse la curva e questo permise di vedere come il paesaggio si stava modificando. Meno villaggi e mercati, si scorreva meglio; finalmente ci fermammo in una stazione vera. I passeggeri che salivano avevano abiti diversi, meno colorati e più tradizionali.

E – Vedi, la globalizzazione colpisce anche i sogni.

N – Alla ripartenza, nello scompartimento i viaggiatori erano tutti nuovi, niente più indiani. Anche gli odori, da un pezzo, non sapevano di spezie e le finestre stavano chiuse perché la temperatura era più fresca. Continuavo a guardare il paesaggio, il buio era ancora lontano. Chissà quale sarà la mia meta. Mi domandai, tanto era un sogno.

All’orizzonte vedevo chiari i profili di alte montagne. Dio mio, siamo sull’Himalaya! esclami. Stazione dopo stazione, salivano sempre più persone dai lineamenti e dai vestiti famigliari. Pure le lingue erano meno sconosciute. Allora sono le Alpi, sto tornando a casa!

Ora riconoscevo i luoghi. Ne ebbi conferma quando il treno si fermò alla stazione di Jesenice e un’antica targa con le scritte incise, diceva in tedesco: Ferrovia Transalpina 1901 Linz – Trieste.

C’era da stupirsi, prima ero nella regione di Darjeeling, poi chissà dove e adesso in Slovenia. Così pensavo mentre guardavo in giro e tutto scorreva lungo le valli amiche. Osservai con piacere il dolce lago di Bled venirmi incontro. Lo salutai, oramai si correva verso Bohinjska Bistrica e lì giunti il treno si fermò a lungo per un cambio di carrozze. Tra poco entreremo in una galleria lunga oltre sei km, intuì dal dialogare dei vicini. Meglio appisolarsi un po’. Subito dopo colsi l’entrata nel tunnel dal differente rumore di ferraglia. Aprì gli occhi, le luci si erano accese, i vetri riflettevano i nostri bagliori e l’antico percorso dava l’impressione di essere molto stretto. Si vedeva la roccia viva, mal levigata e non finiva mai. Come questo sogno di un viaggio senza approdo.

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La risposta venne alla fine della galleria, superata Podbrdo, eccoci a Most na Soči, con la sua piccola bella fermata, fatta proprio come s’immagina sia una  stazione Transalpina.

E – Most na Soči, (Santa Lucia di Tolmino). Pensa il caso. Nei sogni ci sono segni e disegni incomprensibili, ma pure congiungibili. Mia nonna, la tua bisnonna, che non hai conosciuto…

N – Quella che dicevi sempre fosse una strega? –

E – No, era una maga, vera. Lei era sempre in contatto mediatico con una signora russa che decise di andare a vivere proprio a Most na Soči. La bisnonna raccontava di questa donna importante i cui poteri erano molto forti, soprattutto per i disegni che interpretavano il futuro. Molte cose che diceva, puntuali si verificavano. Era nata a Kaliningrad, si chiamava Pelageya e gli piacevano i treni. Così incontrò tua bisnonna, intendo come medium, si era messa in contatto con lei per cercare notizie su un incidente ferroviario dove era coinvolto un suo conoscente. La maga la tranquillizzò e tutto risultò vero. Da quella volta furono sempre unite.

Nel 1920, centoventi anni fa, adesso siamo nel 2040, Pelageya  si trovava a Linz per un viaggio sorpresa  lungo la nuova ferrovia che portava fino a Trieste, campo Marzio. La stessa ferrovia del tuo sogno. E quando giunse a  Most na Soči (presso Tolmino, in Slovenia) , nessuno sa perché, decise di fermarsi a vivere lì. Secondo la bisnonna lei aveva sentito energie importanti appena giunta in quella valle. Vuoi dalla confluenza di quelle acque, da quella ferrovia che esce dal lungo tunnel, nel tempo s’avvereranno cose belle. Quelle che serviranno a rendere migliore ogni posto, semplicemente scavalcando le montagne perché nulla può fermare i passaggi di chi ha sete di conoscenza.

Nicola annuì. Rimase in silenzio, ma dentro, nuovi pensieri si accavallavano. Il sogno fatto era suo e si era svegliato appena giunti a quella stazione. Chissà se il viaggio continuava fino a fargli vedere tutto il bello che aveva intuito solo la maga Pelageya.

(ma questo si saprà tra un po').
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Grazie alla scommessa, il tunnel di Sella Carnizza unisce genti e valli.

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Come sarà il tunnel presso Musi - rendering (Lusevera - Ud)
Speciale anteprima in esclusiva  Herald Friul – 1 Novembre 2035

Come arrivano i soldi per fare il traforo – I carri armati Leopard per fare la galleria di Sella Carnizza per unire le valli di Resia, di Lusevera (Udine) e di Bovec (Slovenia) 


Una galleria di 2 km e un riassetto viario collegheranno il bacino del Tagliamento con il bacino dell'Alto Isonzo. Grandi opportunità per la valle di Resia, l'Alta Val Torre e Bovec.

Firmato a Roma dal Ministro delle Infrastrutture Attinio Regolo e dal Ministro degli Interni con delega per le Forze Armate Piera Bornia, il progetto esecutivo dei lavori di sistemazione viaria di collegamento e di sviluppo del valico internazionale di Uccea (Alto Friuli Orientale, distretto Udine).

Alla presentazione del progetto erano presenti tutti i rappresentanti dei paesi coinvolti, in particolare il console della Slovenia Franzo Laibach, della Comunità Europea per lo sviluppo delle relazioni ex trans frontaliere e il generale Giovanni Panteo Barocci, patrocinatore del progetto stesso in quanto conoscitore della realtà delle valli da lui frequentate dal 2005 al 2025.

L’auspicata firma esecutiva, che dà  – di fatto – l’avvio ai cantieri, era attesa entro il prossimo anno. Oramai però vediamo spesso ridursi i tempi delle procedure degli appalti grazie alla oramai nota legge sul Risparmio Burocratico, che da alcuni anni sta modificando la fisionomia dell’intero sistema paese. Cambiamenti profondi che hanno coinvolto ampi strati sociali e il governo sta spingendo proprio i grandi lavori pubblici con il duplice obiettivo di rinnovare con nuove infrastrutture il territorio e trovare forme occupazionali per i tanti lavoratori (di ampie professionalità) che per i noti motivi del cambiamento dei mercati e della gestione degli stessi, ha perso il posto di lavoro.

Questo aspetto generale si è collegato pienamente alle motivazioni sul perché del progetto di riqualificazione della viabilità del valico di Uccea. Come ci riferisce proprio il generale Giovanni Panteo Barocci, tutto parte dal fatto di collegare ciò che per troppo tempo è stato tenuto staccato e per quanto è storicamente accaduto nel secolo ‘900. Guerre, confini, cortina di ferro. Diciamo che finalmente, per queste terre, è arrivato il giusto risarcimento, non solo da parte dello Stato, ma anche dalla comunità internazionale.

Il traforo e i nuovi viadotti metteranno in collegamento i bacini del Tagliamento e dell’Isonzo in un punto geografico composto di valli strette e di scarsi traffici. Però è proprio aprendo nuove vie d’accesso, anche laddove pare ci sia scarso passaggio, che si determinano le condizioni per forti cambiamenti.

Seconda Parte

Il traforo di Sella Carnizza per unire le valli di Resia, di Lusevera (Udine) e di Bovec (Slovenia)

H.F - 7 novembre 2035 - Abbiamo già riferito su quanto il governo italiano ha legiferato attorno al progetto che prevede il traforo di Sella Carnizza e dei nuovi viadotti che permetteranno di unire il bacino del fiume Tagliamento (Italia) con quello dell'Isonzo (Slovenia). L'impresa contiene delle progettualità fortemente orientate alla sperimentazione con l'obiettivo di creare sviluppo in maniera responsabile, ciò attenta alle peculiarità territoriali, ai nuovi consumi salutistici, alle nuove e future maniere di circolazione in un Europa dei popoli e dei territori dove gli unici confini sono quelli geografici.

SottoilViadotto_render1-kVXH--258x258@Edilizia_e_TerritorioImpresa non semplice e fortemente evocativa, questa messa in cantiere nelle valli prealpine friulane. Opera capace di “sbloccare”, grazie alle strade di collegamento, le eterne “valli chiuse” che circondano il massiccio del monte Canin. Opere che interessano, oltre ai due bacini già citati, i territori di Resia, Moggio U., Venzone, Tarcento, Lusevera, Taipana, Bovec e Caporetto.

Herald Friuli ha incontrato l’ingegner Thomas Zodl, giovane affermato professionista austriaco che la Comunità Europea ha nominato alla direzione dei lavori. (Ricordiamo che le grandi opere infrastrutturali con finanziamenti comunitari – vista la diffusa corruzione che ha piegato l’Italia fino alla fine degli anni ’20 di questo secolo – prevede la direzione tecnica estera e sotto stretta vigilanza della commissione preposta.)

L’ing. Thomas va subito al nocciolo della questione: l’intero costo di questo innovativo progetto è di 50 milioni di euro, di cui 30 sono impegnati per il traforo della galleria, lunga 2 km,  sotto il monte Zaiavor. Avrà una larghezza di 6 metri, consentirà l’agevole transito su corsie alternate e marciapiede d’emergenza sui lati. Saranno proprio i lavori per la galleria a partire già nei prossimi giorni e sarà completata in 3 anni (dicembre 2038).

Mi rendo conto – continua l’ing. Thomas –  che questa impresa può apparire folle, visto il contesto di degrado e spopolamento, soprattutto nella parte italiana. Ed è proprio per questo che la C.E. ha voluto vederci meglio e strutturare un progetto che guarda al futuro. Va detto, in Europa ci sono tante aree in condizioni simili ed estreme. Aver scelto le vostre valli  è una bella conquista. Parte del merito è dovuto al lavoro di valorizzazione esercitato dalgenerale Giovanni Panteo Barocci, che con ostinata perspicacia, ha fornito ampie motivazioni. In particolare – ed è importante – è stata la decisione di ridurre di una decina il numero dei nuovi carri armati Leopard da acquistare per l’esercito italiano e spostare quei soldi su questo progetto. Però di questo vi consiglio chiedere spiegazioni al generale stesso.

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Ultima cosa, ma importantissima, l’intero progetto contiene molti aspetti di sostenibilità ambientaleveramente inediti per questa realtà. Dico solo che tutto è progettato perfavorire sviluppo di fruizioni turistiche semplici, piste ciclabili, tre piccole aree sosta ricavate usando parti dei viadotti (Resia, Tanamea e Zaga), riqualificazioni di parti boschive, pulizia argini torrentizi e altro.

Chiediamo se ci sono state difficoltà con gruppi ambientalisti o altro. Risponde sempre l’ingegner Thomas Zodl che su questo fronte tutto è andato liscio, anzi i problemi sono stati con alcuni proprietari di boscaglie scoscese e pendenze rocciose. Terreni lasciati in perfetto abbandono da oltre settant’anni, ma adesso diventati importanti… Qui, a mio parere giustamente, la C.E. ha superato tutti facendo espropri saggi. Del resto – e chiude – qui oramai ci passano e ci vengono solo pochi appassionati, amanti del luogo. Sono proprio loro i nostri sostenitori, che aspettavano da generazioni, una speranza nuova per queste valli. Io ci credo, vedrete.

Terza Parte

Come arrivano i soldi per fare il traforo

Giovanni Panteo Barocci, il generale che si è prodigato per reperire i fondi economici, i permessi e altro per far decollare il progetto del traforo di Sella Carnizza, ha concesso ad Herold Friul, la storia vera di come è nata questa idea.Ha però voluto narrare i fatti al modo di una storia che qui 
riportiamo grazie alla penna di Giovanni Bianco Del Lago, oggi agente segreto ad Astana, nel Kazakistan.

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Quattro amici lasciarono le loro auto sul piazzale ghiaioso presso ponte Tanarmàn. Da lì, si incamminarono lungo la pista forestale che porta al fontanone Barmàn. Subito presero il sentiero che volgeva verso casera Planinizza e un po’ prima giunsero al capanno di caccia di Baldo, situato in un boschetto di faggi, a quota 890 metri, sotto le cime dei Musi. Capanno che sempre era a disposizione dei cacciatori purché lasciassero sempre provviste e tutto in ordine.

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Quel giorno, con loro ci stava pure un ospite importante, niente meno che un futuro generale, l’ ufficiale Giovanni Panteo Barocci, con lui i cacciatori del posto, Fedo Scufe, Gjelmo Noache, ospite di caccia, Gigi Furlan della riserva di Basagliapenta. “Roba della bassa, preparati che verremo a beccacce“,  gli strillavano i compagni – come sempre si fa – ironizzando sulle parche ricchezze faunistiche della sua riserva. Giù, nella bassa. Lui ribatteva elencando le reali difficoltà e quali doti servano per la caccia alle beccacce.
Il tempo però era scarso, dovevano fare in fretta. Nel primo pomeriggio il tempo si sarebbe guastato. Erano previste piogge. Così parlavano i bollettini meteo di quel 15 ottobre 2014, quassù sui pendii presso le Cime dei Musi, versante di Resia.

Giovanni Panteo Barocci aveva iniziato ad andare a caccia da quando, nel 2005, giunse in Friuli. Gli piaceva quell’ambiente d’intrigo che si creava con gli altri. Ammirava il clima particolare del prima, del durante e, soprattutto, del dopo battuta. A onor del vero, a lui, non piaceva sparare alle prede. Questo era un suo problema: abile nel lavoro militare che aveva scelto, ma però di sparare con qualsiasi mezzo non ne voleva parlare. Ragion per cui decise di fare subito carriera, onde garantirsi una debita distanza da possibili situazioni estreme e rudi. Tutti qui sapevano che a breve sarebbe diventato generale per meriti e con un ruolo molto importante nella direzione logistica per l’intera artiglieria.

Raggiunsero presto la capanna, predisposero le loro cose e alle 6,30 erano già avviati lungo la pista. Con loro pure il Cutj, il bracco bravo e simpatico di Gjelmo che, naso terra, li trascinava di gran fretta. Così, quasi trotterellando, scomparvero inghiottiti dalla boscaglia mattutina ammantata dai vapori della notte che lasciavano posto ai raggi del sole.

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La caccia non fu propizia. Durante la mattinata si sentirono echi di spari qua e là accompagnati da fischi e richiami che loro capivano. Era mezzogiorno quando, delusi, ritornarono al capanno di caccia, si capiva perché il campanile di Oseacco, preciso più o meno, scandiva le ore.
Come previsto, pure il tempo si stava velocemente guastando. Dense nubi si ammassavano tutt’intorno. Il gruppetto nel capanno era al riparo, con il fuoco acceso e tante provviste. Cucinarono con gusto il pranzo, mentre calorosamente continuavano a discernere sulle opportunità di cattura mancate. E la colpa, a turno, era di tutti.

Iniziò a piovere con tanta forza. Guardavano l’incedere degli scrosci dall’uscio e si preoccuparono. I telefoni cellulari, lì non avevano nessun segnale, nemmeno quello del prossimo generale. – Fa niente, staremo qui fin che passa, cibo e bevande non mancano. Stiamo tranquilli e aspettiamo che si calmi, poi vado sul picco qui sopra, a volte e si riesce a prendere segnale e avverto giù –. Disse il cacciatore Fedo e gli altri annuirono.

Così andò quella giornata, la battuta di caccia non portò nessuna preda, il tempo si guastò terribilmente e, quattro uomini e un cane, dovettero stare fermi, fino a non sappiamo quando, presso una dignitoso capanno alla mercé delle loro provviste. Fu proprio lì, in quel contesto estremo e ricercato, che si stava scrivendo una pagina fondamentale per il futuro di tutta la valle di Resia, della Valle del Torre e del Friuli intero. Sì, lassù quei quattro uomini e un cane decisero che bisognava fare una galleria utile a collegare questa valle troppo chiusa con uno sbocco migliore, sia a levante, Bovec e sia a ponente, oltre Resia e Moggio.

Quarta parte

I carri armati Leopard per fare la galleria

Il maltempo, per altro annunciato, si è dimostrato molto più forte di quanto previsto, ma nella capanna ci sono provviste, brande e giacigli dove stare protetti in attesa che tutto migliori.

La stufa scoppietta contenta e tra poco l’acqua per la pastasciutta raggiungerà l’ebollizione. Una bottiglia di cabernet sta aiutando tutti a riprendere forze, parole e tono.

Preoccupato per l’incedere costante della slavina, Fedo decide di uscire e raggiungere il punto dove sa che i telefoni portatili ricevono il  segnale utile per tranquillizzare chi li attende dicendo: Non preoccupatevi, siamo al riparo, ci fermiamo a dormire al capanno.

– Aspetta la pasta, poi andiamo insieme – suggerisce  Gjelmo.

– Va là, per quando è pronta son già tornato – risponde Fedo, certo che una volta fatta la telefonata si sarebbe sentito meglio. A casa saranno  tranquilli, soprattutto lui, così in pace, potrà godersi il meglio di quella compagnia.

Ha indossato una lunga mantella cerata con il cappuccio con falde ed esce veloce immergendosi subito tra i fitti scrosci di acqua che scorrono minacciosi lungo i pendi boschivi.

Nella calda stanza il fido Cutj sta accucciato aspettando il suo pasto, ogni tanto batte la coda sulle assi del pavimento. Gjelmo, controlla le pignatte, ogni tanto volge lo sguardo alla finestra e farfuglia parole incomprensibili.

Giovanni ascolta Gigi intento a rivolgergli domande su come si vive nell’esercito oggi, nel vivo della crisi economica, con i suoi tagli  in tutti i settori. Gli esempi di chi sta peggio, di chi se la cava sono molti, come il continuo picchiettare delle gocce insistenti, come la voce del bosco quando i suoi animali stanno nella tana, oppure fino a quando la porta del capanno si apre improvvisa. E’ Fedo Scufe, con la mantella che gronda, ma lui ride e dice: – Fatto! Elena avvisa le vostre donne e anche la caserma. Certo son caduti due grossi faggi là, verso il Clap de Strie-.

Bene – esclama Gjelmo, battendo il cucchiaio sulla  pignatta – sei giusto in tempo, la pasta è pronta. Tutti a tavola-.

Sì, è un piacere vedetavola-imbandita.jpgrli gustare pasta, pane, vino, salame formaggio e altro ancora. Isolati da una coltre spessa di burrasca, i quattro più un cane stanno bene a raccontare di loro, sfidando ogni destino.

-Dicevamo dei tagli, anche per l’esercito il governo ha imposto notevoli risparmi e con quelli dobbiamo orientarci e mantenere i programmi. Vedete, una nazione deve avere un esercito efficace e moderno. Non per reprimere, non per sparare o bombardare, solamente perché serve a dare senso al Paese.  Ad esempio, adesso proprio io mi sto occupando di una fornitura di 100 carri armati Leopard con torretta mobile. – Così Giovanni P. Barocci argomenta  con i commensali  che si dimostrano molto attenti. Ed èGjelmo che, grattandosi la basetta sinistra e arricciando il naso, chiede –  Ma quanto costa un carro armato?

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Il futuro generale risponde subito dicendo “dipende come è strutturato“, facendo degli esempi. Ma Gjelmo che è pratico lo interruppe di nuovo – Si, va ben, ma noi non dobbiamo comperarlo. Non perché non possiamo, ma perché non va bene per andare a caccia. –  Ridono e si alternano simpatici fraseggi – Beh, però staresti bene, tra i boschi, a caccia con il Leopard.-

– Già – riapre Giovanni, – possiamo dire che questi carri costano tre milioni e mezzo di euro l’uno e per come sono strutturati, credetemi, è un buon prezzo. L’ordine, se tutto va bene sarà, esecutivo per il 2025.- “Osti nade” – esclama Gigi Furlan – ma quanta roba è tre milioni d’euro! –

Vanno avanti ancora disquisendo tra carri pesanti e costi, intercalando frequenti brindisi, mentre la pioggia, incessante, sottolinea il loro discorrere.

– Dai, dai. Iniziamo una  partita di “Mora” e guai astenersi, vale per tutti. –Fedo lancia la sfida, sapendo di far cosa gradita a tutti. Liberano il tavolo, salvo bicchieri e bottiglia, quella della grappa.

Ben presto iniziano a tuonare le chiare esclamazioni friulane del gioco: tre, tre, sis, doi, mora. A turno uno entra, uno esce, uno segna i punti. Non si scappa,chi perde paga!

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La pioggia, intanto, scende avvolgendo il cantato ritmo del gioco, chi già perde troppo si ritira e dopo ben due ore restano a scontrarsi soloGiovanni e Gigi Furlan di Visepente. La grappa invece resiste, grazie ad una nuova fiaschetta posta sul tavolo daGjelmo, mentre sollecita il militare a mollare perché ormai non c’è più partita.

Non è mai facile coniugare orgoglio e ragione con l’alcool. Si va precisi verso la scommessa che però vale l’ultimo giro di “mora“.  A Gigi basta vincere, non servono scommesse, ma l’altro insiste e allora pone la condizione che sia qualche cosa di buono per questo  luogo, per questa valle. – Certamente –  conferma Giovanni, – non c’è problema. Se perdo ancora farò una grande cosa che resti nel tempo, per tutti voi friulani -.

Fedo e Gjelmo si guardano e scuotendo il capo bisbigliano – Dai finitela, non serve scommettere – e pur di porre fine alla questione aggiunge. – Per smuovere questa terra ci vorrebbe una strada nuova che ci porti oltre questi monti, verso l’Isonzo. Una galleria che vada di là-.

Anche la sconfitta di Giovanni al gioco della mora appariva in tutta la sua grandezza tanto da fargli ammettere – Va bene, ho perso e sono pronto a mantenere la promessa su quanto vuoi due avete ipotizzato-.

– Sei pazzo e ubriaco. Noi si scherzava. Per fare una cosa del genere dovresti ridurre il numero di Leopard per l’esercito e spostare qui i denari per fare una galleria… che non serve a niente -.

Ma Giovanni lo riprende – Perché, secondo voi cento carri armati in più a cosa servono? Anche a niente. Ci si può venire incontro. Cioè rinunciando a dieci Leopard possiamo spostare trenta milioni di euro per costruire una galleria e migliorare la strada. In fondo, inutili per inutile, chissà che invece accada qualche cosa-. I tre, e pure il cane, lo guardarono stupiti, sapevano che non scherza anche se la grappa, copiosa, aveva fatto il suo.

Così andò la non battuta di caccia, la partita e la scommessa mantenuta nata da una passione. E di come, quassù, in un capanno di caccia, in un giorno di pioggia troppo abbondante,  i confini dell’inutile siano labili.

Cina – Chiampon, prossima realtà friulana.

Dalla Cina ci segnalano una curiosa notizia che riguarda il Friuli e Tarcento (corrispondenza Agenzia Stampa International Cina).

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- 10 marzo 2028 - Sul quotidiano Harbin RI Bao (foto in basso) della città di Harbin (regione dello Heilongjiang, est Cina. Per orientaci meglio, è più identificabile come Manciuria). Il giornale riporta la seguente comunicazione :
il luogo

Tarcento – il territorio dove sorgerà il villaggio benessere cinese, Ci-Zimò®

La comunità Cinese del nord est Italia a breve aprirà un centro benessere dotato dei classici trattamenti salutistici orientali, in una particolare piccola valle del Friuli – regione italiana posta tra Venezia e Vienna – in località Tarcento. Il centro, (di fatto un piccolo villaggio) oltre a coprire le esigenze di benessere dei nostri operosi connazionali presenti in quell’area, sarà una prova concreta di coesione tra comunità, un esempio di condivisione e di sostegno al territorio.

Il Centro orienterà l’offerta a tutta la comunità e sarà strumento per la divulgazione della cultura salutistica cinese, in particolare con l’agopuntura e la ginnastica dolce Tai Chi Chuan. Tutte le difficoltà tecniche, burocratiche, geografiche, ambientali sono state brillantemente superate con soddisfazione grazie alla collaborazione delle parti. Pure il progetto architettonico – fortemente orientato al rispetto e all’uso di tecnologie assolutamente naturali – è stato concepito secondo questo spirito: Un piccolo “borgo” dentro uno spazio incontaminato. La realizzazione sarà interamente finanziata dal governo della regione dello Heilongjiang. Ora, grazie alla tenacia della nostra comunità in Italia, questa idea diventerà realtà e presto inizieranno i primi lavori.

Herald Friul si è subito interessato al fatto riportato dal giornale cinese, ha trovato conferma su quanto riportato e in particolare sulla località prescelta: Comuni del Torre, municipalità di Tarcento, località borgo Gaspar, lungo la strada comunale del rio Zimor, presso i boschi  Zabolìa. La società si chiama Ci.Zimo® (acronimo di Cina-Zimor)

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Un nostro sopralluogo alla ricerca dell’area interessata, davvero una piccola valle abbandonata immersa nei sui boschi e disegnata dallo scorrere del torrente Zimor, affluente del torrente Torre e dalla strada comunale che conduce in qualche dispersa borgata. Seguendo questa strada incontriamo una squadra di tecnici al lavoro. Geologi, architetti, geometri, assistenti, interpreti cinesi e italiani.

Tutti molto felici di parlare con la stampa, nessuno lo aveva ancora fatto. Ci danno molte informazioni  interessanti sul progetto che appare subito importante e bello. Tutto è stato studiato a fondo, particolarmente l’attenzione data al rispetto ambientale. Partendo dalla “dimensione d’abbandono“, tutta la parte progettuale per le strutture dovrà assolutamente entrare  in armonia con il contesto (come richiesto dalle convenzione di Malmö – giugno 2022).

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Amazingly Creative Examples of Environmental Art . December 10 | 2013

Abbiamo chiesto come mai la scelta del posto, qui a Tarcento dentro un bosco? Questo progetto doveva essere realizzato in Veneto, nel comune di Feltre, regione dove è presente una forte comunità, ma il signor Huan Xiufen, referente della comunità, optò per i boschi lungo il rio Zimor. Il perché è davvero una storia fantastica. Riguarda i ricordi d’infanzia di Huan in Cina, di quando sua nonna raccontava storie speciali, che a lei avevano narrato. Di come a nord est di Venezia ci fosse un torrente chiamato Zimor la cui acqua era speciale. E questo racconto popolare era giunto in Manciuria nei primi anni del 1900; ed ora è tornato nella piccola valle abbandonata, per dare speranza di vita ad un luogo distante appena dieci minuti dai nostri comuni quotidiani.

(Fine della prima parte – continua – segui questo blog)
In evidenza

Perché il villaggio cinese, in Friuli

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Esempio d’interno abitativo villaggio Ci_Zimo®, Tarcento – nel 2028

Su questo argomento, vedi anche: Cina – Chiampon prossima realtà friulana • 25/03/28 Centro Ci.Zimò®, Tarcento

Raccontiamo il perché la comunità dei cinesi (Nord-Est Italia) ha scelto di costruire nella municipalità di Tarcento, un moderno centro  benessere a disposizione dei residenti, dei turisti attratti dai luoghi e dove si potrà provare le qualità salutistiche dell’antica medicina cinese.

Le difficoltà di comunicazione non sono poche. Come suggerito anche dai nostri lettori dopo l’uscita dell’articolo: Cina – Zimor, realtà friulana, abbiamo un nostro specialista traduttore: Iago Bidibà, di Pulfero, residente a Pirano (Slo). Confidiamo molto su di lui, perché il nome ci rimanda al “manipolatore“.

Intervista del traduttore Bidibà al signor Huan, direttore del progetto d'interscambio affinità culturali Cina-Friuli e coordinatore lavori per la Società CI-ZIMO®.

Eccoci nelle mie valli preferite. L’incarico è capire, comprendere i perché. Niente di meglio che chiedere direttamente al diretto responsabile.

– Signor Huan,  spieghi ai lettori le ragioni per le quali lei, abbia preteso che il progetto Ci-Zimo® venga realizzato nei boschi dove scorre il rio Zimor. Buona logica era orientata nel territorio di Feltre, più vicino alla vostra numerosa comunità?

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Certo. Ben volentieri dico che si tratta di una storia particolare, un fatto accaduto alla mia famiglia nei primi anni del 1900. Ora siamo nel 2028, pensate. Non è per caso che siamo arrivati qua, certamente io ho fatto quello che ritenevo giusto e il tempo distribuirà ragione e merito.

– Veniamo al fatto. Una delle mie nonne ci raccontava sempre un fatto vero che aveva appreso da sua madre. Diceva di un uomo venuto dalla lontana provincia di Venezia, la città di Marco Polo, in Italia.  Quell’uomo era arrivato in Cina, mandato dell’Austria, a combattere… mi pare nella guerra detta dei Boxer.

Prima di proseguire la narrazione, il traduttore Bidibà, ci trasmette una breve traccia storica  per inquadrare il tempo e i fatti.

Nel estate del 1900 in Cina LA RIVOLTA DEI BOXER esplode con atroce violenza. Stati Uniti,  Francia,  Impero Austro-ungarico,  Impero Giapponese,  Impero tedesco,  Impero Britannico, Impero russo e Italia decidono d’inviare aiuti militari, per bloccare i rivoltosi. A noi, adesso ci interessa proprio l’Impero Austro-Ungarico. La marina militare austriaca, per la missione, reclutò i marinai nelle terre friulane a quel tempo da loro governate. Contadini, promossi a marinai, della bassa friulana orientale (Ruda, Cervignano, Aiello e altri paesi).  I contadini-marinai partirono da Monfalcone, direzione Pechino. Il resto è la storia della guerra dei Boxer e di come finì.

Bene – riprese il signor Huan – la vecchia nonna sapeva che alcuni di quei soldati decisero di rimanere nel nostro paese. Non tenevano legami validi per tornare nella loro terra chiamata Friuli, a noi cinesi sconosciuta, che stava a non troppo a est di Venezia e tanto a sud di Vienna.

Per noi bambini però pareva un luogo pieno di leggende fantastiche, fatte di boschi fitti, personaggi silvani dai nomi impossibili come lo sono per voi i nostri nomi. Luoghi speciali, con maghi, streghe, fate, guaritori popolari, beneandanti, processi e inquisiti bruciati vivi. Tutto ciò accendeva la fantasia.

Uno dei soldati/contadini friulani si fermò nel villaggio dei miei avi – era buono, sapeva lavorare bene la terra e conosceva semine diverse dalle nostre. Entrambi imparammo. Il suo nome non l’ho mai saputo, la nonna l’aveva dimenticato e di lui così diceva: Quel brav’uomo di Aiello sa lavorare la nostra terra come fosse la sua. Aveva una moglie, la sorte l’ha presa e portata su un’altra via. Nelle sere della luna piena cinese fumando la pipa cercava, nel fumo, la sua bella fata dei boschi. Lì, l’aveva trovata.

Si, qui, dove siamo noi adesso, nei boschi attorno al rio. Qui, dove nella mia immaginazione avvenivano meraviglie solo a bagnarsi in queste acquee speciali.

Ed è per questo immaginario, per il fatto che la vita mi ha portato qui, forse spinto dalla memoria, ad onorare le storie della nonna. A ricordare colui che ci ha aiutato a coltivare i campi in Manciuria e a quell’acqua che di strano non aveva nulla. Eppure per lungo tempo ci ha fatto immaginare.

Così è nata questa storia bella, sono fiero di averla raccontata. Non capisco tutto, i ma sono tanti. Però sono convinto che ci sia tanto di speciale in tutto questo. Grazie.

                                                                     Iago Bidibà, traduttore (dal cinese)

** approfondimenti : 55 giorni a Pechino, marinai e soldati del Friuli austriaco in Cina durante la guerra dei Boxer. di Giorgio Milocco – Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale  – 2005   –  Gli italiani che invasero la Cina , 1900 – 1901 – di  Fabio Fattore – Sugarco, Milano 2008   –   https://it.wikipedia.org/wiki/Ribellione_dei_Boxer
Prossimamente: conosciamo bene il progetto CI-ZIMO®
Casette-albero

Il mistero del pesce nel fortino del Bernadia

Nuova edizione, con tutti gli episodi raccolti insieme per comprendere meglio questo particolare “fenomeno”, ancora visibile… volendo.

1 – Trovato un pesce nel forte del Bernadia  (370)*

Diario del guardiamarina Vitriol e del suo aiutante Quindici

12 febbraio 1988

Giunti a Tarcento siamo gratificati da un soleggiato primo pomeriggio di questo giovedì di febbraio. Sarà bello e tiepido anche su, in monte. Partiamo a bordo di una comoda Jeep messa a disposizione, con autista,  dal commando di Zona. Ci dirigiamo verso il Forte del monte Lonza – Bernadia (Valli del Torre, Friuli Venezia Giulia).

Siamo stati spediti nella pedemontana per verificare una segnalazione particolare che ha creato delle perplessità a tutti: un grande pesce vive sul muro del torrione destro del forte. Corre obbligo ricordare che il manufatto, abbandonato da oltre settant’anni, è in deterioramento progressivo. Sui muri sono presenti non solo i segni del degrado strutturale ma anche i graffiti che, fisiologicamente, appaiono in luoghi simili.

torre-bassa

La questione è che questo disegno di pesce,  in particolari condizioni tutte da capire, si muova. Si, il pesce sul muro si muove, nuota nella parete. Ciò è sostenuto dalle testimonianze  concrete di alcuni residenti a Villanova delle Grotte –  primo villaggio abitato presso il nostro forte – abituati a scoprire i cunicoli dentro la loro montagna, testimoniano questo fenomeno che avviene di notte, quando ci sta la luna vecchia e si semina aglio, cipolla, patate.

Le tante fotografie scattate con arditi appostamenti non sono chiare nel visualizzare gli spostamenti e/o i movimenti del disegno ittico e noi, qui, dobbiamo risolvere l’arcano. Per farlo, siamo dotati di valide attrezzature. Vedremo gli sviluppi.

Ah, e pensare che il mio superiore ci ha chiesto anche di identificare a quale specie appartiene il pesce e cosa ci fa in montagna. Il mio aiutante, Quindici, è ancora che ride da quella richiesta. Ma lui non è un lupo di mare.

2 – Verso il forte del Bernadia, verso il pesce. (200)*

Diario del guardiamarina Vitriol e del suo aiutante Quindici – n.2

12 febbraio 1988

Riassunto – Il guardiamarina Vitriol ed il suo assistente Quindici sono a bordo di una grossa Jeep in direzione forte Bernadia per avviare le indagini sulla presenza di uno strano pesce che nuota sui muri del fortino.

Alla guida della nostra auto ci sta l’appuntato della locale stazione della gendarmeria. Tutti lo chiamano Appuntato, per questo lo scrivo con l’iniziale maiuscola, non ha  nome. Se gli chiedi come si chiama, risponde Appuntato.  E noi così facciamo, del resto, lui guida. Accanto a me ci sta Alfio, la guida esperta e pronta ad organizzare ogni nostro movimento.

– Eccoci siamo nel paese di Sedilis, noi dobbiamo andare lassù, vedete quella punta grigia? Ecco, quello è il faro degli alpini – Dice Alfio, informandoci pure sui cacciatori della valle di cui alcuni preferiscono il Kalashnikov per le loro battute… non di spirito. Borbottando pure Appuntato annuisce. Significa che tutto è vero. A Quindici piacciono queste storie, chiede dettagli ad Alfio e all’autista che pare, sorridere.

Io, con il viso rivolto al finestrino, scruto la via che sale tortuosa, medito attorno al senso di questa missione e su cosa ci saremo, presto, trovati di fronte. Così cerco di farmi un’idea anche sulla base di quanto osservo in modo da scrivere tutto nel rapporto giornaliero.

Stiamo transitando lungo una via che si sviluppa sui crinali del monte. Sono terreni delicati, franosi come si può notare. Però vi sono anche costruzioni piuttosto recenti che sfidano questa fragilità, strano che siano stati costruiti, ma questo non ci compete. Quindici, invece ha notato e m’informa che qui la piovosità è piuttosto alta.

L’ambiente, in generale, come si presenta giù a valle e attraversando le varie borgate, fa capire come, logicamente, la modernità sia ben insediata e con essa gli usi e i consumi. Queste osservazioni sono di primaria importanza per la nostra indagine perché ci permettono di sentire quale sia la consistenza del rapporto tra uomo e terra che anche qui,  non è più al centro del vivere quotidiano.

Significa come il progressivo cambiamento del modello sociale abbia allontanato, non solo fisicamente, la gente dal legame con la terra (contatto vivifico) e questo non favorisce lo sviluppo delle fenomenologie magiche, poi declinate a visioni mistiche riconducibili ad icone identificabili e collettive. Teoria ben descritta negli studi del DORIGATO nel suo “Magico e Mistico nelle società rurali alpine” (ed. Melagatta, Castel del Monte 1856).

Se questo paradigma viene accolto può significare che nulla di strano vi sia nella presenza del pesce che corre lungo il muro del fortino.

3 – Trovate le tracce del pesce sul forte del Bernadia  (42)*

Diario del guardiamarina Vitriol e del suo aiutante Quindici – n.3

pesci-part

Ecco le prime fotografie scattate dal fido Quindici al pesce sul muro del forte. Certo di rendervi cosa gradita e in attesa di pubblicare a breve il resoconto sull’importante ritrovamento.

Il pesce

4 – Il pesce del forte sul Bernadia, fa miracoli.  (212)*

Diario del guardiamarina Vitriol e del suo aiutante Quindici

febbraio 1988

 pesce2

Sono le 16,22, siamo arrivati al sito di competenza, il forte del Bernadia, una costruzione in cemento realizzata all’inizio del secondo decennio del 1900.

Mai utilizzata, come tutti qui ci dicono. Lasciato in stato d’abbandono, il manufatto lentamente ha vissuto il suo degrado per mantenendo vigilie fascino della diversità.

Non ci si aspetta di arrivare quassù e trovare questa grossa costruzione… mai usata. Dalla mia posizione di guardiamarina, direi che hanno fatto una scelta sbagliata, ma nessuno mi ha chiesto nulla. Invece lui, il forte, sta lì,  accovacciato a terra, pare un tasso grigio. Peccato per i tanti buchi regolari dove un tempo c’erano gli infissi.

La copertura è in cemento, i forti non hanno tetti e questo è ben arrotondato sui perimetri, perfetto per salirci sopra a passeggiare. A guardare le stelle, a parlare d’amore o anche solo sognare, dormire, passare.

Scusate, nei rapporti a volte mi lascio andare e lo scrivere esce dal puro resoconto dei fatti, delle osservazioni e dei commenti pertinenti il caso. Ecco, dicevo appunto della copertura del forte, sopra ci stanno dei pescatori.

Si, è gente dei dintorni, ma alcuni giungono da più lontano. Questo dice Alfio, la guida esperta, salgono muniti di tutto il necessario per pescare, a volte riempiono l’intero cordolo tutt’intorno, in particolare nei giorni di festa e se il tempo è buono. Tirano le loro lenze e pescano… niente.

Però se il pesce del forte del Bernadia abbocca, beh, allora è  fatta.

Questo movimento pescoso è iniziato casualmente mesi fa con il diffondersi di qualche diceria divenuta notizia di cronaca, dove le gesta del pesce che cammina sui muri ha del miracolistico e ciò è basta a far muovere l’interesse e tanta curiosità. Pure quello delle autorità, ragione per la quale siamo qua.

Nel frattempo, il fidato Quindici, ha scaricato le nostre attrezzature speciali, più tardi vedremo dove collocarle. Ora, finalmente  ci mettiamo attorno ad un tavolo. Per discutere certamente sì, però giustamente accompagnati da un gustoso e meritato ristoro. Dicono, ma già lo sapevamo, che qui il vino è grande. Alfio ci tiene a sottolineare che i paesi  a valle sono noti per la produzione vinicola.

A vedere la tavola ben rigogliosa ed invitante, poco conta continuare la narrazione, meglio andare, visto che pure Appuntato, silenziosamente, già si dà da fare. Fatto che fa accelerare il passo a Quindici e io, cerco di tenere l’aplomb del caso, ma intanto affretto il mio andare.

5 – L’ Indagine sul pesce del Bernadia e del vino (242)*

Dal diario personale di Vitriol.Una radio-chiamata da parte del commando della marina. Il caso affidatomi è di competenza della marina militare, anche se la scena degli avvenimenti  è in area montana, perché  il “sospetto” è il pesce sul muro. Dicevo della chiamata nella quale si intima di redarre subito un rapporto aggiornato, anche se non cambia molto dal precedente.

Diario del guardiamarina Vitriol e del suo aiutante Quindici – n.5

febbraio 1988

Il buon rinfresco offerto dalla piccola comunità è stato assai gradito. Abbiamo reso omaggio alle qualità organolettiche dei vini locali, dei formaggi e salumi.

Prima di terminare la giornata, abbiamo il tempo per piazzare alcuni dei nostri strumenti di registrazione, le telecamere a lunga autonomia. (Ndr. Siamo nel 1988,  telefoni portatili sono sperimentali, così pure l’home computer e le telecamere eran09695_02o ingombranti, quando c’erano).

Quindici è riuscito a collocare ben quattro videocamere, queste riprendono bene tutto il fronte del forte in ogni condizione di luce.

Quindici ha anche già ricevuto i risultati relativi alle aziende vinicole attive a Sedilis e nel comune di Tarcento. Questi rilevamenti non vanno trascurati,  tutto serve a capire i fenomeni sociali che avvengono sui vari scenari. Spesso le verità nascoste camminano al nostro fianco. Attribuire i fatti del pesce alle usanze locali ha senso.

L’assistente Quindici fa notare che il dato ufficiale fornito dalla Camera di Commercio di Udine, al 31 dicembre 1987 dice che le aziende agricole di produzione vinicola presenti nel comune di Tarcento sono due. Strano, qui tutti ci hanno decantano il vino di Sedilis. Dovremo estendere la richiesta anche gli esercizi pubblici. Intanto registriamo quanto ricevuto e valutato.

img_5355Certo restano ben chiare le stranezze locali: sul monte c’è  chi caccia con i Kalashnikov, altri arrivano per pescare il pesce del muro, molti osannano il vino di Sedilis prodotto per proprio consumo, visto che non risultano cantine produttrici. E’ un dato, quello dell’alcol, che il buon senso deve considerare con attenzione ed è anche il primo sospettato.

Alle ore 18,00, grazie alla luce del gruppo elettrogeno, tutte le telecamere sono state piazzate e fatte partire. Un apposito furgoncino-regia è organizzato per registrare i nastri magnetici (ndr. non esisteva il digitale).

Siamo scesi a valle. Il signor Alfio e l’appuntato Appuntato ci accompagnano presso l’Albergo Centrale in Tarcento dove alloggiamo. Domani saranno sempre loro due a prelevarci alle ore 8,00 precise, di fatto, sarà questo il primo giorno intero d’indagine. Visioneremo le prime immagini della notte, del fortino con i suoi botti, pescatori e pesci murati. Questo accade qui, a fine inverno, sotto un manto di stelle.
– • – Cliccare link per vedere i video

Le prime riprese ottenute dalle videocamere posizionate hanno dato i primi risultati.

Ora si tratta di migliorare la tecnica e capire la natura delle luci e dei bagliori. Questo ci consente di pensare che siamo ad una svolta significativa dell’indagine

Il guardiacosta Vitriol e il suo assistente Quindici (posizionatore delle videocamere), coadiuvato dal tecnico e molto di più, il signor  Albedo.

https://www.youtube.com/watch?v=TWHDceJBV8Y

6 – Pesce del forte Bernadia: video apparizioni.   (108 + 43)*

Diario del guardiamarina Vitriol e del suo aiutante Quindici – n.5

febbraio 1988 – ottavo giorno.

https://www.youtube.com/watch?v=bbSUyEy_Bro&w=560&h=315

La prima notte di registrazioni video è stata utile, superiore alle nostre previsioni che erano, di fatto, nulle. Invece i segnali giunti ci hanno costretto a porre più attenzione alla fenomenologia degli accadimenti notturni e nelle ultime tre notti abbiamo registrato, osservato e vigilato il sito.

Da quando i giornali locali hanno diffuso le prime immagini  delle manifestazioni, seppur poco nitide e semplici, hanno procurato un notevole interesse che si è trasformato in traffico intenso con auto zeppe di curiosi. Si è dovuto, grazie al lavoro della gendarmeria locale, bloccare completamente la circolazione dei veicoli. In realtà il maggior traffico di questo “turismo” era notturno, questo stava creando forte intralcio, disturbo e inquinamento al lavoro di documentazione delle eventuali manifestazioni. Ipotizziamo, che alcuni bagliori, rumori e suoni siano proprio dovuti a tali presenze e certamente anche dopo il blocco della circolazione, nottetempo, qualcuno ha superato i controlli con lo scopo di “vedere”.

Tutti gli esercizi pubblici presenti nell’area dei monti della Bernadia hanno avuto e stanno tuttora avendo un vertiginoso aumento di richieste alle quali non riescono a dare soddisfazione. Così l’area interessata al fenomeno commerciale si allarga nel territorio con buone ricadute per tutti.

Come riferisce il prodigo Quindici, mio assistente, il grande flusso umano ha fatto emergere la produzione vinicola non ufficialmente censita e, visto il caos lungo la stretta strada che porta fino al forte, le soluzioni di “sistemazione” non proprio regolare sono state abbondanti e remunerative. Su questo tema anche Alfio, il locale alfiere nostra guida, ci dice: “Uno che conosco già dopo tre giorni di questo movimento ha dovuto partire urgentemente per la Svizzera e non per gli orologi e il cioccolato“.

Saprà lui cosa voleva dirci, noi siamo qui per la nostra indagine che sta oramai giungendo alla fine.

Consultatomi con il nostro tecnico, il signor Albedo,  sul perché fisico-scientifico di queste apparizioni, dice che sta prelevando campioni di terriccio e altri frammenti da analizzare, ma ci vuole un po’ di tempo. Per ora e per tutti, curiosi compresi, la comunicazione che diamo è che si tratti di  suggestione cronicizzata con fattori di radiazione ondulatoria capaci di coinvolgere l’entità particellare. Corre obbligo aggiungere che il mite signor Albedo ha conoscenze di meccanica quantistica, per questo è nel nostro gruppo.

Per quanto penso invece io, Vitrol, guardiamarina in servizio sulla Bernadia, da giorni ragiono su un episodio narrato da C.G. Jung che, dovendo, ma non riuscendo a leggere l’ Artis Auriferae Volumina Duo (1593),  lo lasciò da parte, per quasi due anni. Di tanto in tanto dava un’occhiata alle figure, e ogni volta pensava: “Signore Iddio, che assurdità! Non se ne capisce nulla!” Ma non se ne poteva staccare e decise d’impegnarsi più a fondo.

7 – Pesce del fortino: Il caso è chiuso   (88)*

“La creatività è quella meravigliosa capacità

di cogliere realtà tra loro distinte e disegnare

una scintilla dalla loro giustapposizione.”

   Max Ernst

Diario del guardiamarina Vitriol e del suo aiutante Quindici

febbraio 1988 – Conclusione.

Come sempre, ogni percorso giunge ad un approdo e così anche la nostra indagine sul noto pesce sul Forte del Bernadia è esaurita. Almeno per le nostre competenze e, ben volentieri, lasciamo alle tante voci locali e non ogni verità che sarà detta da qui al futuro. Così e giustamente il nostro Pesce entrerà nella leggenda e le sue storie inizieranno con un chiaro: Si dice che…

la-vestizione-della-sposa

Nel precedente rapporto abbiamo definito scientificamente il fenomeno accaduto sul forte. Fatti che potranno ancora accadere fintantoché il disegno sarà visibile sulla parete esterna. Ora, dopo gli esami al carbonio 14, anche se i muri del fortino saranno, per qualche ragione, ripristinati e il disegno del pesce sarà tolto, la sua orma latente rimarrà dentro le polveri del vecchio cemento. Significa che il pesce ritornerà.

C’ è anche un’altra considerazione, che assieme all’aiutante Quindici, da buoni marinai, abbiamo fatto. In cima al monte, a 852 metri s.l.m. ci sta solo il fortino addormentato. La vita, con i suoi paesi, la troviamo 200 metri più in basso. Ora, i fatti accaduti di cui abbiamo riferito,  hanno generato una grande curiosità che ha spinto migliaia di persone a salire, a vedere e soprattutto a sostare con vari mezzi e maniere senza preoccuparsi dell’inverno, del ghiaccio o della neve.

Certamente la fama acquisita porterà ancora molti visitatori e nel tempo, chissà. A noi piace, in silenzio condiviso, pensare ai perché capaci di spingere le persone a muoversi. Semplicemente mosse da un desiderio di sapere misterioso. E per questo si compiono azioni che non si farebbero: andare in montagna dove non ci sta niente. Eppure basta una suggestione, una comune condivisione, un’incertezza, capace di evocare miti, leggende e miracoli possibili, per “comunitariamente sentire il bisogno di andare per esserci quando ciò accade“. Certo, l’uomo ha bisogno di socializzare quando deve condividere novità. Siano esse gioiose, tragiche o, come ora, magiche, mistiche e suggestive.

Dai Quindici, questi pensieri non contano ora. Non dobbiamo fare alcun rapporto. Solo partire, salutando i nostri compagni di questa avventura. Carica pure quelle cassette di buon vino regolarmente fatturato, poi si va. Adesso ho proprio una gran voglia di tornare sulla nostra costa. Dice che le ultime piogge abbondanti hanno gonfiato l’Isonzo e il suo corpo idrico, lanciato dalle correnti, è entrato nel golfo fino a lambire Miramare. Lo si vedeva chiaramente dal colore dell’acqua torbida che avanzava nel mare. Non è mistero è solo la forza della natura.

Bene, è davvero tempo di tornare. Questa sera voglio pure salire sul faro e guardare lontano. E tu Quindici, che pensi fare?

Oh, io solo cose semplici,  un po’ di riposo e poi devo andare a Venezia, da Peggy, per La vestizione della Sposa.

* la cifra tra parentesi, accanto al titolo del brano, indica le visite ricevute dallo stesso nella versione di articolo singolo. Prima cioè dell’unione di tutti i brani – Herald Friuli, continuate a seguire le nostre cronache.

Il Ponte Nuovo sul fiume Torre -12 anni

Alcuni appassionati lettori – visto la nostra capacità di pubblicare notizie riguardanti il futuro – ci chiedono ragguagli su come procedono i lavori sul ponte nuovo di Tarcento.
Riproponiamo oggi (14/02 2018) la bella notizia già lanciata nel 2015 e che si riferisce al 19 settembre 2030 – Nel frattempo nulla è cambiato e tutto s’avvicina.

Comuni del Torre – Municipalità Tarcento.ponte nuovo

Manca ormai pochissimo all’inaugurazione del ponte Nuovo sul Torre a Tarcento. Tra un mese la ditta esecutrice chiude il cantiere e poi i tecnici effettueranno i collaudi previsti a norma di legge, che dovrebbero essere fatti entro il mese di novembre (2030).

PonteNuovoFinalmente – commenta il sindaco dei Comuni del Torre, l’ing. Torretta dal suo ufficio presso la sede comunale di Tricesimo – si è costruita un’opera importante che mancava da almeno cento anni. Il Ponte Nuovo porterà sicuri vantaggi al luogo perché a questo servono i ponti.

PonteNuovo3 Ricordiamo brevemente che i lavori, iniziati nel 2026, hanno subito un blocco “normativo” a seguito dell’entrata in vigore della legge 45 detta del Risparmio Burocratico. Legge che ha introdotto, per tutte le opere pubbliche, il calcolo dei costi della gestione burocratica da parte degli uffici (pubblici) preposti.

PonteNuovo2

Nel caso del ponte Nuovo, l’incidenza di queste procedure interne ai vari uffici andava ad incidere per circa il 45 % sul costo complessivo dell’opera. Una cifra decisamente enorme sapendo che, per contenere i costi di realizzazione del ponte, era stato regolarmente acquistato un progetto esistente e ridisegnato sul caso specifico. Da qui il blocco che, come riferito dalle cronache del periodo, generò ampi e accesi dibattiti sull’argomento. Dopo due anni di status quo, i lavori per il ponte iniziarono e il cantiere avviò i lavori nel 2029. Ciò è stato possibile grazie ad un provvedimento governativo di condono che – per l’ultima volta – ha risanato i costi enormi della burocrazia. Oggi, 2030,  si iniziano a vedere i risultati, non solo nella nostra regione, ma nel paese intero.

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Herald Friuli – 19 settembre 2030 – D.D. – le immagini ci permettono di avere già oggi (siamo nel 2018) una chiara visione sull’opera che ci sarà… salvo rallentamenti.

Sul torrente Torre e altri corsi d’acqua

tratto da “Guida delle Prealpi Giulie” di G. FERUGLIO e O. MARINELLI

cover

Torre e Natisone. l’area delle Prealpi Giulie  è quella che manda direttamente od indirettamente le sue acque all’Isonzo; però a questo proposito va tenuto conto di una circostanza che induce a considerare come fiumi quasi a sè tanto il Torre quanto il Natisone. Le acque di questi e dei numerosi loro affluenti giungono infatti soltanto in parte all’Isonzo e ciò avviene non solo al di fuori del territorio da noi considerato, ma in condizioni tali, per il quasi costante totale assorbimento esercitato su quei fiumi dalle alluvioni del piano, che una vera continuità idrografica manca quasi sempre: manca fra Isonzo e Torre, come del resto manca fra Natisone e Torre. Quindi per doppio motivo noi possiamo parlare dei nostri due fiumi veramente prealpini come se fossero ambedue indipendenti dall’Isonzo e l’uno dall’altro.

Il Torre ha le sue sorgenti nella zona più interna delle Prealpi. Il Torre nasce da una fonte ben determinata ed assai abbondante, poiché non consta abbia avuto mai una portata inferiore a 700 litri al secondo (febbraio 1909), mentre il Natisone risulta dalla riunione di più torrenti di poco diversa importanza fra i quali è difficile decidere quale sia il vero ramo sorgentifero. Assai diverso è anche l’andamento dei due fiumi rispetto alle linee orografiche e tectoniche della regione.

Da sotto Tanataviele, ove nasce a 529 m. sul mare, il Torre raggiunge Tarcento dopo un corso di appena 12 km., e qui esce da una valle per traversare una zona di basse colline e toccare il piano poco sopra Zompitta. Coll’avvicinarsi al piano cominciano anche qui le dispersioni, le quali fanno sì che non molto a valle dell’ultima località indicata il letto del fiume si traversa generalmente a piede asciutto. A rendere più breve il corso superficiale contribuì però da secoli ed in non scarsa misura, anche l’uomo mercè le due rogge che si derivano appunto alla presa di Zompitta; ma la totale scomparsa delle acque avverrebbe per lo più egualmente, solo un po’ più a valle. Il fiume del resto presenta non solo questa caratteristica degli altri fiumi friulani, ma un analogo regime (piene primaverili ed autunnali, magre estive ed invernali, queste ultime più persistenti), salvo le piene più repentine e di più breve durata di quelle, per esempio, del Tagliamento.206883

 Mentre a monte di Tarcento il Torre ha di affluenti degni d’essere ricordati solo la Vedronza (7 km.) ed il Rio Zimor (6 km.), a valle riceve il Cornappo che ad esso porta oltre 300 litri al secondo anche nelle massime magre. Il Cornappo ha un corso di 15 km. ed è formato da più rami sorgentiferi che scendono dal versante meridionale del Gran Monte.