1. Chavrûi · uomini e pesci

In ogni luogo ci sta un punto dove s’incontrano fatti apparentemente distanti e diversi tra loro. Solo in quel punto, in quel luogo, accadono fatti molto particolari. Forti come un distillato e dolci come il sambuco. Vicende dai contorni increduli, come questa che voglio raccontarvi, avvenuta non so quando, in un luogo chiamato Stella.

Personaggi: il pescatore Vaniglio e lo storione Rubinio. Scena: alla foce dell’Isonzo.

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Vaniglio, già carpentiere ai cantieri di Monfalcone e da poco in pensione, ogni giorno usciva con la sua barca a pescare nei pressi laddove l’Isonzo incontra il mare. Calava la lenza, si sedeva ad aspettare e nell’attesa guardava con attenzione le cose attorno a lui. Prendere i pesci era solo un pretesto per poter meditare su ogni cosa. Ogni tanto muoveva o rilanciava la lenza come a spezzare un ragionamento concluso da quello nuovo che cominciava.

Anche i pesci – nel vederlo – capirono che per loro Vaniglio non era una minaccia. Si misero d’accordo tra loro e ogni tanto qualcuno di loro sarebbe saltato dentro la barca. Il pescatore però era troppo assorto nel suo mondo, così al rientro a casa si trovava pure con dei pesci. Perfetta giustificazione a quella sua attività di pensatore.

Tra i pesci di quel luogo, in cui l’acqua dolce lentamente si mescola a quella salata, e in tutta la laguna fino al mare, dicevano che Vaniglio era davvero un brav’uomo di cui potersi fidare e ci vorrebbero molti come lui. Fu proprio la parola fiducia, a convincere un giovane storione di nome Rubinio, a causa di alcune macchie rosse sul suo corpo non proprio tipiche di quella specie, a suggerirgli di compiere un gesto tenuto sempre in gran segreto da parte di tutti i pesci, di tutti i mari, di tutti i mondi.

Rubinio era molto curioso e perciò assai osservatore. Un mattino attese l’apparire della sagoma della barca di Vaniglio, con se teneva pure un foglietto con gli orli ondulati e ben riposto in una custodia di nylon. L’ombra dell’imbarcazione non tardò ad arrivare, Rubinio le girò intorno più volte, poi ancora un’ultima volta, finalmente raccolse tutte le forze nei modi e nelle forme che i pesci hanno e si sentì pronto per il grande passo.

Con la coda, iniziò a battere dei colpi sulle assi del fondo della barca. Vaniglio non diede attenzione, il pesce andò un po’ più avanti e ribatte tre volte. L’uomo si scosse e volse lo sguardo verso il punto da dove provenivano i colpi. Pensò ad un ramo. I colpi si fecero sentire di nuovo, lui si alzò per capire e fu allora che sentì una voce chiamarlo per nome. Guardò verso le canne, si girò sul lato della vicina riva esclamando: – Chi è?-.

– Sono io Rubinio. Guarda qui, sporgiti dal bordo della tua barca, sono un pesce, non posso salire a bordo -.

Vaniglio rimase fermo, immobile per un lungo istante. Respirò, e si sporse con titubanza, sul bordo del fianco della barca.

Perché mai avrebbe dovuto stupirsi più a lungo dell’attimo che si era concesso solo perché un pesce lo aveva chiamato per nome? Nei suoi lunghi pensieri aveva imparato a immaginare scenari speciali, e questo lo era, quindi non esitò.

– Ciao pesce – disse, – cosa c’è?-.

– Oh, grazie per esserti accorto di me, – riprese Rubinio – volevo farti vedere una cosa e poi chiederti se mi puoi aiutare a capire che cosa rappresenta, che cosa vuol dire. Ecco, ho portato una cartolina, certamente riguarda voi uomini, ma è strana. –

Così detto il pesce mosse la coda si spostò per tornare subito dopo con in bocca una busta trasparente con dentro una cartolina. Il pescatore stese la mano, con due dita prese la busta, la girò più volte avvicinandola ai suoi occhi e lesse a voce alta: “Saluti da Stella, 1922”.

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– Si, grazie – interruppe con frenesia Rubinio – guarda la foto, vedi quegli strani animali disposti in branco. Li vedi?-. Vaniglio gli rispose – Certo che vedo, è un luogo di montagna, s’intravede una chiesa, una porzione di casa, di bosco e sulla rupe questi, caprioli. Cioè, sembrano caprioli, ma sono di legno e hanno un’espressione felice -.

– Ecco cosa sono, caprioli. – Disse Rubinio con manifesta soddisfazione. – Proprio come diceva il nonno. Sì, caprioli. –

– Dove hai trovato questa cosa, è vecchia? – chiese il pescatore.

– Nonno mi disse che già suo padre l’aveva messa da parte, nella scatola dove teniamo i ricordi e altri valori. Dicevano che tra fiume e mare, in certe stagioni, si vedevano tante di queste cartoline. Era perché molta gente partiva con il piroscafo e andava a vivere molto lontano, addirittura oltre l’oceano, di cui tanto ho sentito parlare. Però – continuava a raccontare Rubinio – su questa cartolina con i caprioli c’era dell’altro che nessuno ha mai voluto raccontare. Dico questo perché in altre nostre case ci sono immagini come questa. Capisci, pescatore, ci deve essere dell’altro! Magari tu potresti cercare questo luogo. Hai detto chiamarsi Stella, forse non è lontano.

Caro giovane storione – rispondeva con calma pensosa Vaniglio – è una storia particolare quella che mi racconti, ma alcuni fatti corrispondono, la data sulla cartolina si riferisce al periodo dove l’emigrazione era diffusa e svuotava i nostri paesi. Dei caprioli non saprei cosa dirti. Cercare questo posto ci vuole tempo, non saprei da dove cominciare. – Mentre parlava, l’uomo si era abbandonato all’incertezza se lanciarsi in quella missione o lasciare perdere tutto. Guardò Rubino che, immobile nell’acqua, lo osservava attendendosi un cenno positivo che finalmente arrivò.

– Va bene, lo farò. Almeno ci fosse una traccia chiara da dove cominciare? Stella è troppo poco, chissà se esiste. – Osservò Vaniglio.

Il pesce gioì tracciando cerchi nell’acqua e, fermatosi, disse: – Se queste cartoline arrivavano dal fiume potresti seguire il suo corso fino ai monti dove abitano i caprioli, allora è lì che ci sta quel luogo. –

– Sei saggio, bravo Rubinio. Partirò proprio dall’Isonzo, ho molte carte geografiche per seguire anche il corso dei suoi affluenti perché i percorsi – seppur logici – non sono lineari. – Disse il buon pescatore e i suoi pensieri erano già oltre l’inatteso incontro.

Si salutarono con la promessa che Vaniglio si metteva subito all’opera. Fissarono per l’indomani un nuovo incontro per valutare gli sviluppi.

Nelle ore a seguire, l’uomo non volle essere disturbato. Liberò il tavolo per stenderci sopra le mappe del territorio e cominciò a scrutare, a studiare. Subito capì che doveva trattarsi di un corso d’acqua minore che partendo dalla fascia dei primi monti scendeva fino a confluire nell’Isonzo: il Natisone o il Torre. Ma pure questi ricevevano altra acqua dai rivoli che diventavano più frequenti man mano si entrava nelle valli. A quel punto vennero in aiuto i toponimi dei luoghi fintanto che, dopo ore di appassionata indagine, Vaniglio esultò: – Stella, eccola qui, lungo il Torre, sulla destra del rio Zimor ci sta il monte e pure il paese. Non può che essere questo!

Il giorno dopo, andò in laguna all’appuntamento con Rubinio per informarlo non solo sugli sviluppi ma per dirgli che sarebbe partito a vedere cosa c’è, a chiedere se qualcuno sapeva.

Così detto, senza indugio, partì verso Stella.

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Cuore di carta per scaldarsi

Due brevi incontri con la  tradizione popolare e la macerazione della carta per fare un libro o balle da fuoco. (Agosto 1997)

 CUORE DI CARTA

Dal tempo della gioventù ho chiaro il ricordo di una vecchia signora:  Domenica. Un nome poco rispecchiante di come a noi  bambini appariva: cattiva, con un cipiglio duro come quel ghigno che poco si addiceva a un giorno di festa.

Lei non buttava via nulla, tutto poteva ritornare utile (e il consumismo era da poco iniziato). Nel suo cortile, sopra una cassetta di legno, metteva ad asciugare delle belle balle di carta. Avevano un diametro variabile da 10 a 15 centimetri. Suo nipote mi disse che nel fienile ce n’era una grossa come un pallone. E noi, che di palloni buoni ne avevamo pochi, sognavamo la palla di carta.

Mi chiedevo a cosa servissero quelle sfere, non osavo però chiederlo a nessuno. Come fosse una colpa non saperne l’uso. Accadde, col tempo, di vederne molte altre di queste balle anche in altre case. Ricordo anche mia madre intenta ad appallottolare fogli di giornale per bombare e dare forma alle scarpe, ma allora quante scarpe avevano in quella casa? Pensavo sbagliando.

La spiegazione, infine, si rivelò facile e pratica: i giornali, le riviste e la carta non venivano mai buttati via. Si stracciavano le pagine, si bagnavano per renderle malleabili, si appallottolavano per dare consistenza, si asciugavano al sole. E d’inverno si mettevano sul fuoco, vicino a un buon legno per allungarne il calore.

Quanto lavoro, quale artigiana manipolazione e macerazione, per ottenere un beneficio, per stare meglio quando le avversità minacciano.

https://youtu.be/YbU9FRS9yOc

filmato su come si fanno le Balle di Carta

LUCE DI CARTA

Solo carta, con le sue grammature mobili, capaci di darci trasparenze esotiche di veli d’oriente, o cartone robusto ricco di bianco cotone.

Lo spessore e la voglia di entrare nella sua fibrosa materia fino a scoprire tonalitá appena variate dal bianco a un altro bianco.

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La luce, esterna al foglio appeso senza i limiti del confine di una cornice, entra negli impasti, si rallenta sui frammenti incollati, sfuma nei chiaroscuri della materia che la ostacola.

Elementi di una tradizione secolare: carte, colle, macerazione, luce, patina del tempo, con il bisogno di uscire dal ghetto per sconfiggere la grande paura dell’artista, del poeta e dello studente di fronte al foglio bianco e del suo “che fare?”.

Altrove queste materie servono a costruire libri di carta. Veri tomi da sfogliare senza alterazioni della scrittura e dell’immagine. Svuotato il contenuto che ci si attende, ovvero un libro scritto con parole, le pagine non appaiono mai bianche, mai vuote. Matericità vellutate, spessori deboli, solchi incisi, grumi di cellulosa, resti di caolino, bordure sfilacciate ci invitano ad usare molta cautela nel girare le pagine.

Oggi tecnologie virtuali, digitalizzate, supporti e onde magnetiche, telefonia e fibre ottiche, aumentano gli usi della parola, della sua archiviazione.

libri fatti di carta sono sempre pronti a riempire il nostro futuro con i valori migliori dei secoli di storia. Annusiamoli, tocchiamoli e conosciamoli.

Il fantasma di casa.

Rivisitato dall'originale Il fantasma, da "Pillole e altre fantasie" di Dino Durigatto - Campanotto narrativa - Ud 1997

Strana casa quella al limite del grande prato. Disabitata da tanto tempo e sono tanti gli agenti immobiliari pronti a proporla a tutti.

Si dice, o meglio, nei paraggi è noto che sia la casa del fantasma e non è facile vendere una casa con tale nomea. Dice uno di loro, che pure si è rivolto all’importante agenzia di categoria che bisogna organizzare una bella festa con musica, ballo e allegria fino all’alba. Così viene tanta gente le luci della notte festosa interromperanno la paura. Il luogo, il prato e la casa ritorneranno nella normalità. Il fantasma però è uno di quelli veri, con tanto di lenzuolo bianco e senza piedi. Una notte di luna una signora di cinquant’anni lo ha visto vogliosamente entrare nel suo letto per amarla. Nel ricordare questo, una vampata di calore tuttora l’invade.

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Daniele Ricco Righi, disegno originale “Il fantasma” – 1997 – nella pubblicazione

Un giorno, un signore transitava in quei luoghi guidando la sua nuova Mercedes Benz e… curiosamente il fantasma gliel’ha rubata. Alla gendarmeria del paese ridono ancora. Ma voi non disperate quando vedete un’automobile elegante correre nelle strade dei campi e guidata da nessuno. Anche la pompa di benzina giù all’incrocio con la statale conosce questa verità. Nelle stradine disegnate tra i campi non servono regolamenti e tasse per circolare, importante è passare.

Un probabile compratore della casa dice di volerla subito trasformare in un bordello. Per far questo il problema non è la legge ma bensì si deve scacciare via gli spiriti maligni e rendere il luogo accogliente. Ha ragione! Sostengono vivamente tutti i venditori attraverso i vertici della loro categoria. Subito partì lo slogan: mettere in sicurezza quella casa per restituire il luogo alla comunità. Bello vero? Magia e interesse della forza vendita e di facile demagogia.

Arriva il tempo di preparare la bella festa. Un pianoforte importante viene collocato al centro del grande salone della casa. Ogni altro aspetto è preparato, decorato e curato con dovizia, rinfresco compreso. Un pianista, dentro il suo vestito nero, vuole provare il suono, tastare l’accordatura, scaldarsi le mani e… Provate ad immaginare la sua faccia mentre impallidisce celermente nel notare quella tastiera bella e lucente, con i suoi legni brillanti, i piedi robusti che terminano a zampa e nel mezzo la pedaliera lustra e delicata; anche con lo sguardo incredulo, tra le corde d’acciaio ben temperato, tra i martelletti precisi fatti di legno chiaro, poi la scritta tutta dorata e i tasti bianchi d’avorio lucente. Ma. Dove sono finiti i tasti neri? I diesis e i bemolle dove sono andati?

Già, la tastiera di quel pianoforte non ha i tasti neri.

Li ha presi il fantasma per farsi un bel paio di piedi. Facile deriderlo, provate voi a starne senza.

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Suona, mio pianista le tue scale, fai correre le abili dite su quelle ottave. Cerca, se riesci, a salire verse altre armonie e non puoi più mutare il giro armonico. Gli accordi sono finiti, rimani prigioniero dentro quelle scale. La musica bella, dedicata a quella casa per coronare il sogno della vendita, non sarà mai completa.

Se da domani, in un cortile dietro casa, osservando la biancheria stesa ad asciugare vedete un lenzuolo dotato di pedi o chiamate quel pianista, o riconoscete il fantasma.

Da dove sei tu a Tolmino (Slo), sulle tracce di una maga Russa.

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Indicazione utile per seguire la vicenda: In Treno dall'India a Tolmino in una notte

Vi è sempre, nei racconti ascoltati o letti, qualcosa che va a depositarsi negli spazi profondi della memoria e da lì, quando serve,  ritorna a vivere.

Occhi.jpgNicola era rimasto colpito dal sogno (vedi episodio) e subito lo raccontò alla mamma. Si stupì anche quanto sua madre Ester gli raccontò della loro trisavola veggente e certe cose raccontate coincidevano con le sue visioni notturne.
Era estate, le belle giornate di luglio consigliavano di fare delle gite. Nicola, preso dai sui ragionamenti decise proprio di mettersi alla ricerca alle tracce attorno alla figura di Pelageya, medium, o maga, o non sapeva come definirla; insomma la corrispondente mediatica con la bisnonna. La donna russa che decise di fermarsi a vivere a Most na Soči (Slovenia) nel lontano 1920, ben 120 anni fa.  Ci vedeva, in quel luogo, motivi di forti cambiamenti positivi. Soprattutto per le future generazioni e questi cambiamenti si sarebbero avverati dopo periodi cupi per quei territori solcati dallo scorrere delle acque e dagli scoscesi pendi, lungo i fianchi dei monti per lunghi anni posti ai confini di troppe rigidezze mentali e sociali. Retaggi spesso ben più profondi della natura severa dei luoghi.

Nicola informò la madre sulle intenzioni: andare a Trieste, passare a salutare nonno Teodoro, chiedergli se ricordava cose utili alla sua ricerca. Dopo avrebbe preso il treno alla stazione di Campo Marzio, cioè al capolinea della ferrovia voluta dagli Asburgo realizzata nel 1910, la Transalpina. Da lì avrebbe raggiunto Most na Soči e preso alloggio in qualche economica pensione.

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Va bene disse Ester, era contenta perché poteva far recapitare a Teodoro un pacchetto di dolci all’amaretto di cui andava ghiotto. Chiese anche al figlio come pensava di regolarsi con la lingua slovena che non conosceva e poco capiva della lingua inglese.

Solo allora Nicola confidò di aver coinvolto Mjura, un’amica di scuola di Duino, lei era slovena. Italiana della minoranza slovena e in famiglia parlavano solo sloveno, magari con accento carsico. Lei lo avrebbe accompagnato. L’appuntamento era fissato a Campo Marzio, presso il treno, all’ora convenuta.
La madre annuì e le sue labbra tracciarono un lungo sorriso chiuso, ma evidente. Espressione chiara di chi, senza proferire voce, coglie tutto.
Nicola partì di martedì, con il treno da Udine per Trieste. Si recò a trovare nonno Teodoro, portò i dolci speciali, subito graditi e condivisi.  Pochi furono i ricordi legati agli obiettivi della ricerca, salvo l’indirizzo di una biblioteca di Tolmino dove, forse, avrebbe trovato qualche notizia.

Mjura lo aspettava in campo Marzio, era stupenda, come mai l’aveva vista, era passato quasi un anno, si cambia. Meglio se ci sarà l’inizio di una condivisa passione fiorita sul binario di un’esplorazione.

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– Ora qui ci sta  il Museo ferroviario, durante la seconda guerra mondiale, scoperchiarono il tetto della stazione per evitare che fosse bombardata. Ma non so se partono ancora treni da qui?  – Disse e chiese Mjura.

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Si. Oggi per noi il treno c’è – rispose con estrema risolutezza Nicola.
Saliti sul treno, le spiegò per bene i suoi intenti, al telefono non tutto si comprende. A Mjura il ruolo era chiaro, non solo un’interprete, ma una vera guida e una bella collaboratrice.

Il treno procedeva sornione, Gorizia era passata lungo i finestrini e l’Isonzo quando compariva tra gli alberi e il prato, abbagliava con il suo verde smeraldo, tra poco saranno a Kanal, la metà s’avvicina.

A Most na Soči scenderanno dal treno che proseguirà il suo tragitto sulla Transalpina fin su a trovare le Alpi. I nostri prenderanno il bus per raggiungere l’operosa Tolmino con i suoi misteri nascosti come quelli della maga Pelageya con le sue premonizioni.

Noi, invece,  per saperne di più dobbiamo pazientare che in stazione giunga la continuazione di questa avvenuta mobile. A presto.

Da Nimis a Ladonia, passando per Utopia

Una storia vera.

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Udine, 20 febbraio 1993. 
Verso sera, nei rispettivi uffici di due diverse aziende operanti nel cosiddetto terziario avanzato.
Due giovani lavoratori, Henrico e Leone, si parlano al telefono. Quello tradizionale, con i fili.

H – Oh, ciao Leone, come stai?
L – Io bene, è un piacere sentirti. Stai sempre lavorando e studiando?
H – Si, certo, ma non è troppo pesante. Il lavoro, intendo. Permette di concentrarmi anche nello studio, così riesco a frequentare e a preparare gli esami. Pensa, adesso ho iniziato una ricerca su Tommaso Moro, in particolare sul romanzo filosofico Utopia. Complesso argomento, direi sempre attuale. In fondo lui, già nel 1516, scriveva che il male dei mali sia la proprietà privata, ne propone l’abolizione, in maniera da ripartire i beni materiali in maniera eguale. Si tratta di un sistema di tipo comunistico.

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L – Già. Ci sarà pure una ragione perché lo hanno chiuso nella Torre di Londra. A quel tempo – come pure oggi – dire: quando in pochi si dividono tra loro la ricchezza, accumulando quanti più beni possono, la maggior parte della popolazione è destinata alla miseria. (“Utopia”, I libro, p. 51). Certo, il motivo della sua condanna non fu quello, ma alla fine ci perdi ugualmente la testa. Non metaforicamente.
– Infatti, sto studiando tutto questo e ti ho chiamato per dirti di una cosa buffa. Di quelle che piacciono a te.

Qui in ufficio hanno preso un nuovo computer e il tecnico lo ha collegato a Internet, come i veri. Adesso abbiamo due PC, ma solo quello nuovo è connesso alla rete. Stiamo tutti “vedendo” come si usa. Non abbiamo tempo, ma a turno, prima di chiudere la giornata ci proviamo tutti a navigare. Ieri sera, per la prima volta, ho provato io. All’inizio ho cercato sull’elenco telefonico di Parigi se trovavo il numero di un mio cugino. E c’era. Ho scritto il numero su un foglietto e proverò a chiamarlo. Poi ho provato a cercare notizie su Tommaso Moro e pure lui c’era. Bene mi son detto, magari ritaglierò altro tempo per cercare in profondità. Infine, per curiosare un po’ liberamente ho cercato i nostri paesi. Con sorpresa ho trovato tante pagine e anche tante foto. Ho iniziato così a digitare i nomi dei paesi vicini, quando ho scritto Nimis, nella pagina elenco trovo questo titolo: Nimis and Arx. Ho subito aperto la pagina. Era scritta in inglese, ma ci stava pure l’italiano e con stupore trovo una fotografia raffigurante delle installazioni di legno costruite sulla riva di quel che mi pareva un fiume. La struttura era davvero bella e sono rimasto stupito. Pensai, con invidia: chi mai ha costruito nel torrente Cornappo queste belle torri?
Approfondendo, scopro che sono opera di un artista svedese, ma tutto quel sito è strano, speciale, divertente. A mio parere molto interessante. Si chiama Ladonia.

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L – Aspetta che scrivo. –
H – Si, ecco l’indirizzo: http://www.ladonia.org. Dice di essere una micronazione. E non è un fiume quello di cui vedevo un lembo, ma uno spicchio del mare che avvolge la riserva naturale del Kullaberg nel nord-ovest dello Skåne, in Svezia. A te le installazioni interessano e da voi ci stanno alcuni PC collegati a internet, vai a vedere. Avrai una simpatica scoperta.

Ecco, cosa accade andando a curiosare grazie alle nuove opportunità. Cerchi informazioni su Utopia, passi per i paesi tuoi e ti trovi sulle torri proibite lambite dal mare del Nord, e già ti perdi nelle immaginazioni di chi, non aspettato, incontri.

L – Grazie Henrico, vado subito a vedere questa Ladonia, appena la postazione si libera, pure io mi fermo dopo l’orario e vado a curiosare. Domani ci aggiorniamo e grazie. Ah, fai attenzione a queste esplorazioni. Anche tu, come Moro, potresti perderci la testa.

Aveva proprio ragione, scoprire lo stato libero di Ladonia è stata una gioia, un piacere, una bellezza. Ecco, mi son detto, queste sono le cose da fare.

Sto qui, in una comoda stanza riscaldata, in questa sera di febbraio. Anche io ho iniziato a navigare, per ora sembra abbastanza facile. Adesso sono in Svezia a leggere le pagine curiosissime di questo artista: Lars Vilks e della sua avventura iniziata nel 1980 con le prime costruzioni chiamate Nimis (troppo) e Arx (fortezza). E poi ci sta il progetto dello Stato Libero, una repubblica monarchica, guidata da presidenti principi e principesse ministri. Gli abitanti possono essere tutti quelli che lo desiderano e altre tante cose che ti fanno star male per due ragioni. Prima: la bellezza della simpatica idea. La seconda: non conoscere l’inglese per leggere tutto come vorresti… E qui trovi uno dei confini ai propri limiti. Il confronto serve a crescere e la conoscenza irrobustisce rendendoci migliori.

1024x614xNew-Stamps-1024x614.jpgInfatti, proprio l’isola di Utopia di Tommaso Moro, come lui stesso spiega: deriva da un termine dal greco antico con un gioco di parole fra ou-topos (cioè non-luogo) ed eu-topos (luogo felice); utopia è quindi, letteralmente un “luogo felice inesistente“.

Chissà se dal cielo, seppur senza testa, il Tommaso Moro riesce a vedere le torri erette dal signor Vilks nella sua Ladonia. Mi piace credere di sì e la sua testa mozzata, nascosta nelle cantine della Chiesa di San Pietro ad Vincula, vicino alla Torre di Londra: ride.
Preso dal piacere della scoperta, rompo ogni indugio; scrivo direttamente all’artista una mail all’indirizzo che il sito fornisce: info@ladonia.org.

Posso solo scrivere in italiano confidando che qualche cosa si capisca anche perché in Svezia ci stanno molti italiani, friulani compresi. Riporto semplicemenladonia-money.jpgte il piacere avuto nello scoprire lo stato di Ladonia e di questa gran bella invenzione. Dico come sono venuto a conoscenza di ciò grazie alle fotografie delle sue torri. Ho quindi chiuso la missiva segnalando al buon Lars che qui, a circa 220 km ad est di Venezia, in provincia di Udine ci sta un paese, da sempre, chiamato Nimis.

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Con sorpresa, il giorno dopo, trovo una mail proveniente da info@ladonia.org a me indirizzata. Ed è proprio lui, Lars Vilks. Mi scrive in un comprensibilissimo italiano, ringrazia sorpreso e felice per le belle parole ricevute da questa parte dell’Italia. Sa bene pure di Nimis. Soprattutto ne ha apprezzato il suo buon vino.

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Certamente racconterò questa sera tutto quanto a Henrico. La fantasia permette davvero di rendere subito reali le utopie. La società ci mette molto più tempo. Poi, ogni età ha avuto le applicazioni per rendere questi sogni visibili, raccontabili, udibili. Fino a perderci la testa.

« Avanzò quindi verso il ceppo, davanti al quale s'inginocchiò per la recita del Miserere. Poi si rialzò in piedi, e quando il boia gli si avvicinò per chiedergli perdono, lo baciò affettuosamente e gli mise in mano una moneta d'oro. Poi gli disse: «Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta attento: il mio collo è corto. Vedi di non sbagliare il colpo. Ne andrebbe della tua reputazione». Non si lasciò legare. Da sé si bendò gli occhi con uno straccetto che s'era portato appresso. Quindi, senza fretta, si coricò lungo disteso, appoggiando il collo sul ceppo, che era molto basso. Inaspettatamente si rialzò con un sorriso sul labbro, raccolse con una mano la barba e se la collocò di lato celiando: «Questa per lo meno non ha commesso alcun tradimento».
Tommaso Moro fu giustiziato a Tower Hill il 6 luglio 1535
In evidenza

Perché un villaggio cinese in un bosco friulano

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Su questo argomento, vedi anche: Cina – Chiampon prossima realtà friulana • 25/03/28 Centro Ci.Zimò®, Tarcento

Raccontiamo il perché la comunità dei cinesi (Nord-Est Italia) ha scelto di costruire nella municipalità di Tarcento, un moderno centro  benessere (Spa) a disposizione dei residenti, dei turisti attratti dai luoghi e dove si potrà provare le qualità salutistiche dell’antica medicina cinese.

Le difficoltà di comunicazione non sono poche. Come suggerito anche dai nostri lettori dopo l’uscita dell’articolo: Cina – Zimor, realtà friulana, abbiamo coinvolto uno specialista, il traduttore Iago Bidibà, nato a Pulfero, residente a Pirano (Slo). Confidiamo molto su di lui, non solo perché il nome ci rimanda al “manipolatore“.

Intervista del traduttore Bidibà al signor Huan, direttore del progetto d'interscambio affinità culturali Cina-Friuli e coordinatore lavori per la Società ZIMO®.

Eccoci nelle mie valli preferite. L’incarico è capire, comprendere i perché. Niente di meglio che chiedere direttamente al diretto responsabile.

– Signor Huan,  spieghi ai lettori le ragioni per le quali lei, abbia preteso che il progetto Ci-Zimo® venga realizzato nei boschi dove scorre il rio Zimor. Buona logica orientava questa scelta nel territorio di Feltre, più vicino alla vostra numerosa comunità?

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Ben volentieri dico che si tratta di una storia particolare, un fatto accaduto alla mia famiglia nei primi anni del 1900. Ora siamo nel 2028. Pensate. Non è per caso che siamo arrivati qua, certamente io ho fatto quello che ritenevo giusto e il tempo distribuirà ragione e merito.

– Veniamo al fatto. Una delle mie nonne ci raccontava sempre un fatto vero appreso, pure lei, da sua madre. Diceva di un uomo venuto dalla lontana provincia di Venezia, la città di Marco Polo, in Italia.  Quell’uomo era arrivato in Cina, mandato dell’Austria, a combattere… nella guerra detta dei Boxer.

Prima di proseguire la narrazione, il traduttore Iago Bidibà,  ci dà una breve traccia storica  per inquadrare il tempo e quei fatti.

Nel estate del 1900 in Cina LA RIVOLTA DEI BOXER esplode con atroce violenza. Stati Uniti,  Francia,  Impero Austro-ungarico,  Impero Giapponese,  Impero tedesco,  Impero Britannico, Impero russo e Italia decidono d’inviare aiuti militari, per bloccare i rivoltosi. A noi, più dell’Italia ci interessa proprio l’Impero Austro-Ungarico. La marina militare austriaca, per la missione in Cina, reclutò i marinai nelle terre friulane a quel tempo da loro governate. Contadini, promossi a marinai, della bassa friulana orientale (Ruda, Cervignano, Aiello e altri paesi).  I contadini-marinai partirono da Monfalcone, direzione Pechino. Il resto è la storia della guerra dei Boxer e di come finì.

La vecchia nonna  – riprese il signor Huan – sapeva che alcuni di quei soldati decisero di rimanere nel nostro paese. Non tenevano legami validi per tornare nella loro terra chiamata Friuli, a noi cinesi sconosciuta, che stava a non troppo a est di Venezia e tanto a sud di Vienna.

Per noi bambini quel Friuli pareva un luogo pieno di leggende fantastiche, fatte di boschi fitti, personaggi silvani dai nomi impossibili come lo sono per voi i nostri nomi. Luoghi speciali, con maghi, streghe, fate, guaritori popolari, beneandanti, processi e inquisiti bruciati vivi. Tutto ciò accendeva la fantasia.

Uno dei soldati/contadini friulani si fermò nel villaggio dei miei avi – era buono, sapeva lavorare bene la terra e conosceva tecniche di semina diverse dalle nostre. Entrambi imparammo. Il suo nome non l’ho mai saputo, la nonna l’aveva dimenticato e di lui così diceva: Quel bravo uomo di Aiello lavora la nostra terra come fosse la sua. Aveva una moglie, la sorte l’ha presa e portata su un’altra via. Nelle sere della luna piena cinese, fumando la pipa, cercava nel fumo la sua bella fata dei boschi. Lì, l’aveva trovata.

La moglie l’aveva trovata qui, dove siamo noi adesso, nei boschi attorno al rio Zimor. Qui, dove la mia immaginazione costruiva meraviglie al solo bagnarsi in queste correnti speciali acquee.

Per questo immaginario, per il fatto di essere a lavorare in Friuli, spinto certamente dalla memoria di onorare le storie della nonna e il suo desiderio di ricordare colui che ha aiutato a coltivare i campi in Manciuria. E poi anche a quell’acqua che di strano non aveva nulla, eppure per lungo tempo ha fatto immaginare noi bambini

Per questo è nata questa bella storia. Sono fiero di averla potuta raccontare. Sono convinto vi sia tanto di speciale in tutto questo.  Grazie.

                                                                     Iago Bidibà, traduttore (dal cinese)

** approfondimenti : 55 giorni a Pechino, marinai e soldati del Friuli austriaco in Cina durante la guerra dei Boxer. di Giorgio Milocco – Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale  – 2005   –  Gli italiani che invasero la Cina , 1900 – 1901 – di  Fabio Fattore – Sugarco, Milano 2008   –   https://it.wikipedia.org/wiki/Ribellione_dei_Boxer
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’97 | Danza delle pesche e dell’orrore

la Storia completa

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Quattro pesche, fresche, ambrate e rosee, con la buccia da far venire i brividi sui polpastrelli, stanno ferme a farsi ammirare in una fiorita cesta barocca.

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Il bambino ha occhi grandi e perciò attenti a ogni piccolo spostamento, o rumore, che possa svelare agli adulti la sua presenza davanti al cesto invitante e traboccante. In lui trionfa la voglia di andare contro la regola del mangiare soltanto nelle ore dei pasti. E… non ci sono più quattro pesche a farsi ammirare tra i tanti fronzoli del cesto, una di esse è rotolata nella bocca e poi, giù giù, fin dentro alla pancia di un burattino rosso e grigio. Unico compagno di giochi di quel bambino. Una seconda pesca, allo stesso modo, è invece terminata nello stomaco dell’amico di giochi di quel burattino. Felici di averla fatta franca agli orari, ai grandi, ora non hanno più fame. Il giocattolo sta immobile a pancia in sù. Il bambino invece si lamenta, si gratta, si piega e piange. Sulla pelle già appaiono bolle rosse e fastidiose.

Chi porterà le cure al bambino? Si chiede il canarino giallo dentro la sua gabbia. Il bimbo piange, l’uccello canta. Al burattino di legno il verso continuo del canarino non da fastidio. L’orticaria invece da molto fastidio a Valentino e anche il continuo cantare del giallo pennuto. Eppure, gemendo e borbottando si alza quanto basta per aprire la porta della gabbia e lasciare andare via il canarino cantante. E quest’ultimo guarda stupito la novità e poi mette il suo piccolo capo appena fuori dal confine della gabbia e non gli pare vero. Un quasi piccolo inchino e poi via, volando basso verso la finestra, ma cantando ancora più forte, anzi fortissimo.

Subito dopo, improvvisamente, tutto tace.

La mamma, svegliata dai singhiozzi, da pianti, cinguettii e urla, deve proprio alzarsi e raggiungere la sua cucina. Trovandola tutta sottosopra chiama Valentino, senza ottenere risposta. Insiste ancora. Non accorgendosi di quella flebile vocina che dice: Mamma, mamma, sono qui dentro. Dentro il pancino del canarino. Fammi uscire, il canarino giallo mi ha mangiato e subito dopo è rientrato nella gabbia dalla quale, io, lo avevo fatto uscire.

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ll gatto dal pelo rosso mattone e il babbo, che pure tiene lo stesso colore a causa della vestaglia che indossa, giungono assieme, quasi trottando; giunti in cucina, il gatto miagolando chiede latte e l’uomo parlando chiede caffè. Per la mamma non è facile spiegare a entrambi che hanno perso il figlio. Poco convito dall’esposizione dei fatti, al gatto non pare vero che nessuno gli tirerà più la coda, o peggio, non subirà le torture al naso e nemmeno i lanci dalla finestra per dimostrare che lui sa sempre cadere in piedi.

I genitori capiscono che la colazione e la mattinata sono rovinate. Seduti, in silenzio bevono quel caffè atteso mentre cercano di pianificare le ricerche da fare. Così esplorano con cura le stanze di casa, guardano nelle scatole, nelle cose, nella pattumiera, nelle tasche del cappotto grande, dentro il fustino del detersivo, nella lavatrice, nel forno e in ogni piega o angolo di se stessi. Valentino, però, non c’è. Mezzogiorno si avvicina, il gatto è riuscito ad aprire la porta della gabbia e si mangia il canarino. Ecco, proprio ora sta suonando mezzodì.

La madre invita il marito a sedersi al tavolo per consumare un piatto di brodo caldo con una fetta di polenta. Nella luce del primo mattino hanno perso il figlio e pure il canarino.

2) – Terminato il cibo, l’uomo prende da un cassetto sotto il tavolo da pranzo, la piantina geografica del suo quartiere. La mamma, invece, ha estratto una scatola nera. Così ora si giocano, in una partita a domino, le zone da esplorare conficcando bandierine colorate sulla mappa.

Prima d’uscire, ognuno per la sua strada, si danno appuntamento per ora di cena, nella cucina, sotto gli occhi delle pesche rimaste. Testimoni silenziose di quanto accaduto. Sempre lì, nella cucina dove il gatto rosso mattone, dorme satollo.

Passano inesorabili tutte le ore pomeridiane e giunge, precisa, l’ora di cena. L’ora di ritrovarsi, l’ora in cui tutte le ricerche del mondo si fermano per far posto alla mensa e all’incontro.

Nella casa il tempo è scandito da una pendola, vecchia, tornita e polverosa, appesa al muro sul corridoio. Come tutti si aspettano, scoccano come bronzee frecce i rintocchi delle ore sette. Uno, due, tre, quattro, cinque, … Solo cinque colpi, vuoi le vibrazioni, vuoi il peso, ma l’antico chiodo al muro non ha più retto il tempo. Le vecchia pendola non è più appena alla parete, non segna più il tempo di quella casa, non avrà altra polvere sui suoi pomelli e ingranaggi, ma più un orologiaio entrerà nelle sue meccaniche. E i rintocchi non si sono espansi, per intero, nelle stanze della casa riempiendole di riverberi metallici. Il fragore dell’oggetto caduto ha però destato il gatto ed ora miagola forte. Ha di nuovo fame.

La più puntuale a giungere all’appuntamento è la donna. E’stanca e dopo aver aperto la porta di casa si trova di fronte un nuovo inatteso putiferio. Sconsolata porta le mani alla testa, quasi piange, ma si trattiene morsicandosi un’unghia che immediatamente sputa. Mordendosi le labbra per non urlare, si abbassa con il plausibile intento di raccogliere i resti di colei che per anni ha misurato i suoi cicli, dandole un solo Valentino.

Accanto ha il gatto, la la signora non lo prende in considerazione. Il felino, mosso da un istinto famelico, con un balzo gli è addosso e i suoi artigli vanno ad ancorandosi alle sue carni. Nello spazio di tempo,paragonabile a quanto dura l’operazione del garzone dell’edicola nel lanciare il giornale pedalando sulla bicicletta azzurra, quel gatto si mangia pure la mamma.

Con un ritardo impossibile da calcolare a causa della pendola rotta, arriva a casa il padre. Il suo passo non è trotterellante come lo era al mattino. Rischia d’inciampare sui cocci, nelle ranelle dentate e sulle schegge di legno della pendola. Imprecando chiama sua moglie, ha fame, non ha trovato suo figlio, nè il canarino, non c’è sua moglie, non è pronto nulla in tavola, nessuno a fatto la spesa. – Ho fame. –  Grida. Prende il gatto e lo mangia. Crudo, scartando la testa e la coda come si usa fare con il pesce.

Completa, infine, il pasto con una delle due pesche e si rassegna agli eventi. Pela il frutto – da bambino soffriva di orticaria – e gettate le bucce per terra, la gusta. Finalmente prende una saggia decisione: telefona alla polizia. Solo loro, ora, possono fare luce su tutto. Convinto del suo gesto risolutore si alza per raggiungere l’apparecchio. Al secondo passo il suo piede destro si posa su una delle bucce di pesca maldestramente gettate fuori posto. Il piede scivola, l’uomo s’impenna gambe all’aria con le mani che arrancano nel vuoto. Tutto inutile. E’rimasto a terra, in un mare di purpureo sangue, uscito assieme alle cartillagini dalla testa fracassata contro il telefono stesso.

Una scena orribile: sangue, la cornetta del telefono staccata dal suo filo ombelicale, cervella sul freddo marmo lucido, cocci di pendola, scarpe di donna, ossa di gatto, lingua di canarino, gli occhi di Valentino, tre noccioli di pesca e una piccola, maligna, buccia rossa.

 – Orribile.- Ha esclamato il capitano della rionale stazione di polizia. Terminati i loro controlli, tolto il cadavere e fatto tutto ciò che era di loro stretta competenza, chiude dietro se la porta, ponendovi i sigilli d’uso.

Nella grande casa vuota rimane soltanto un profondo silenzio, un cesto per la frutta a foggia barocca contenente una pesca. Ora agguantata da un burattino di legno rosso e grigio che piange, in silenzio, la sua inerme testimonianza.

Da: Pillole e altre fantasie di Dino Durigatto - Campanotto Editore - 1997 (primo disegno, sopra) Federico Barile, disegno per Danza delle Pesche...