Il gatto, il mulino e il lago.

Scena Uno · Una quieta sera di fine estate, minacciata da alcune nuvole ancora lontane ma sufficienti per accendere d’arancione quei raggi di sole che entrano brillanti dentro la stanza dove un uomo sta parlando al telefono mentre si ode l’insistente miagolio di un gatto.

– Scusami un attimo. Non riattaccare. Devo aprire la porta al gatto.

– Vai pure, ma lo sai che è matto?

– Eccomi, è entrato. Si, lo so che pare matto. Era fuori e c’era un altro gatto, si guardavano strani.

– Lo sai che i gatti bianchi sono strani?

– Eh già, devi vedere quelli neri.

– I gatti bianchi fanno gli agguati alle gambe quando cammini.

– I tigrati saltano sulle pareti. Quando scendono si fermano, rizzano le orecchie e riprendono a saltare sul muro del vecchio mulino.

Quale mulino?

– Questo. E’ qui da sempre. Lo vedo dalla finestra, lui, la sua ruota, la bella mugnaia e ascolto i suoi bei canti. I gatti lo sanno e si ritrovano nel mulino.

Sono proprio matti. I gatti.

– Sì, fanno ridere e… se fossero loro a muovere la ruota?

– Non ci sarebbero quei lieder.

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Scena due · Stessa stanza, l’uomo è sempre al telefono, ma ora è seduto davanti alla grande finestra dove s’intravede il profilo dei monti vicini. Un canto gentile si espande in sottofondo. Parla solo lui, preso da un emozionante ricordo riportatogli alla mente proprio da quel loro parlare sui gatti.

– Una sera guardavo in direzione del monte. Le nuvole correvano spinte dalle forze del cielo. Mio padre era lassù, con i suoi pennelli, i suoi compensati e i suoi reticoli proporzionali. Dipingeva paesaggi sereni. C’era sempre un albero grande in primo piano, spesso un salice, altre volte una quercia. La scena rappresentava un lago tranquillo con un piccolo paese lontano, sull’altra riva. In un angolo del prato, davanti al lago, dipingeva sempre un gatto ben seduto come solo loro sanno fare da perfetti, eleganti, vasi. Vedeva lontano quel gatto, come io guardavo le nubi grigie correre veloci nel mio cielo di pioggia. Portavano a mio padre la sua immagine e i pennelli.

Pioveva. Tante gocce cadevano frettolose formando rigagnoli chiari. L’autunno, improvvisamente era arrivato e con lui, colori di terra. Vidi cadere, tra le gocce, quelle tinte e osservai staccarsi le foglie dagli alberi dipinti da mio padre sui muri delle case. Poveri gatti, ritratti seduti sulla riva dei tanti laghi, chi avrà cura di loro?

– Sei straordinario. Lo sai, mi piace ascoltare il tuo pensiero.

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– Si, vado a terminare. Solo dopo, passato l’inteso ricordo descritto, mi trovai tra le mani due cose: un’ombra e una piccola fiamma. Che dovevo fare?

Avevo la luce e l’ombra della luce. Solo nelle mie mani. Nella sera dei gatti, con te che ancora mi ascolti, lontano da qui, dal vecchio mulino e della bella mugnaia.

(consiglio d'ascolto: Die Schöne Mullerin -La bella mugnaia -  musica di Franz Schubert)
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I Balcani, la Bosnia e Fabio

Presso una ditta di pompe funebri, Fabio (e non solo) impara una storia di guerra sconosciuta.

Un qualsiasi mercoledì, tra i programmi delle cose da fare: passare a saldare l’ultima parte della spesa per un funerale.

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Puntuale giunsi alla sede della ditta di pompe funebri creditrice che stava proprio sulla piazza con ampio parcheggio. Non era un luogo d’allegria, ma pur sempre un posto di passaggi, di migrazioni. Come le salette di una stazione, anche queste non sono gioiose, dipende da chi giunge e da chi parte.
Erano questi i miei pensieri mentre osservavo le bare lucide e incerate, le epigrafi campionario e altre curiosità d’inusitata malinconia, in attesa di conferire.

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La bella signora delle pompe funebri s’intratteneva con un ragazzo, figlio di una sua carissima amica. Io, inevitabilmente, ascoltavo la donna chiedergli come si trovava in missione. Fabio, detto Gerico, aveva fatto “domanda” nell’esercito, con l’intento di essere destinato in una operazione all’estero. Erano, ma lo sono ancora, anni nei quali l’offerta in quel senso non mancava, anzi una ricca retorica ne favoriva gli sviluppi. Fabio era rientrato, per un congedo, dalla Bosnia dove ancor oggi, dopo oltre vent’anni dalla fine delle ostilità belliche, ci sta un presidio militare dell’Onu. Col tempo i pericoli erano diminuiti e si guadagnavano tanti soldi. All’inizio – raccontava il ragazzo – era dura a causa delle mine e dei bossoli delle cartucce tossiche, ma adesso era tutto normalizzato.

Con i primi guadagni si era preso una  grossa auto e poi, col perdurare della missione, stava ultimando la casa sulla collina.

– E com’è oggi?- chiese la signora.

– Miseria e niente, vivono come era da noi una volta, con le galline nel cortile. Molti vanno a fare i manovali all’estero.

– E cosa dicono di noi italiani? Devi sapere che mio padre era stato nei Balcani prima e durante l’ultima guerra, aveva tante fotografie e ci raccontava dei palikuca, i “bruciatetti”, così le popolazioni civili chiamavano gli italiani.

– Erano brutti tempi – continuava la signora che si era lasciata trasportare dai racconti fatti da suo padre, soldato del Regio Esercito italiano nell’occupazione dei balcani dal 1940 al ’43.

http://it.chekmezova.com/storia_contemporanea_dal_xx_secolo_a_oggi-pdf_download/l_occupazione_italiana_dei_balcani_crimini_di_guerra_e_mito_della_brava_gente_1940_1943__275808.html

– Sai, ti racconto queste cose perché sono poco note e tu tornerai laggiù, dove la storia la imparano in modo diverso dal nostro. Il ragazzo restò attento a quella narrazione e non solo per cortesia, stesso valeva per me, entrambi non sapevamo nulla.

Al fine giunse il mio momento di saldare il conto e incuriosito dal cognome che si leggeva su una targhetta chiesi conferma se si trattasse di persona a me nota e scomparsa da poco. Si, mi confermò la bella signora delle pompe funebri, era il padre di Viridiana, mancato dopo una malattia a suo dire riscontrata da qualche parte del mondo dove si recava per bonificare terreni minati.

* Davide Conti, L’occupazione italiana dei balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943) Odradek edizioni.

Da Nimis a Ladonia, passando per Utopia

Una storia vera.

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Udine, 20 febbraio 1993. 
Verso sera, nei rispettivi uffici di due diverse aziende operanti nel cosiddetto terziario avanzato.
Due giovani lavoratori, Henrico e Leone, si parlano al telefono. Quello tradizionale, con i fili.

H – Oh, ciao Leone, come stai?
L – Io bene, è un piacere sentirti. Stai sempre lavorando e studiando?
H – Si, certo, ma non è troppo pesante. Il lavoro, intendo. Permette di concentrarmi anche nello studio, così riesco a frequentare e a preparare gli esami. Pensa, adesso ho iniziato una ricerca su Tommaso Moro, in particolare sul romanzo filosofico Utopia. Complesso argomento, direi sempre attuale. In fondo lui, già nel 1516, scriveva che il male dei mali sia la proprietà privata, ne propone l’abolizione, in maniera da ripartire i beni materiali in maniera eguale. Si tratta di un sistema di tipo comunistico.

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L – Già. Ci sarà pure una ragione perché lo hanno chiuso nella Torre di Londra. A quel tempo – come pure oggi – dire: quando in pochi si dividono tra loro la ricchezza, accumulando quanti più beni possono, la maggior parte della popolazione è destinata alla miseria. (“Utopia”, I libro, p. 51). Certo, il motivo della sua condanna non fu quello, ma alla fine ci perdi ugualmente la testa. Non metaforicamente.
– Infatti, sto studiando tutto questo e ti ho chiamato per dirti di una cosa buffa. Di quelle che piacciono a te.

Qui in ufficio hanno preso un nuovo computer e il tecnico lo ha collegato a Internet, come i veri. Adesso abbiamo due PC, ma solo quello nuovo è connesso alla rete. Stiamo tutti “vedendo” come si usa. Non abbiamo tempo, ma a turno, prima di chiudere la giornata ci proviamo tutti a navigare. Ieri sera, per la prima volta, ho provato io. All’inizio ho cercato sull’elenco telefonico di Parigi se trovavo il numero di un mio cugino. E c’era. Ho scritto il numero su un foglietto e proverò a chiamarlo. Poi ho provato a cercare notizie su Tommaso Moro e pure lui c’era. Bene mi son detto, magari ritaglierò altro tempo per cercare in profondità. Infine, per curiosare un po’ liberamente ho cercato i nostri paesi. Con sorpresa ho trovato tante pagine e anche tante foto. Ho iniziato così a digitare i nomi dei paesi vicini, quando ho scritto Nimis, nella pagina elenco trovo questo titolo: Nimis and Arx. Ho subito aperto la pagina. Era scritta in inglese, ma ci stava pure l’italiano e con stupore trovo una fotografia raffigurante delle installazioni di legno costruite sulla riva di quel che mi pareva un fiume. La struttura era davvero bella e sono rimasto stupito. Pensai, con invidia: chi mai ha costruito nel torrente Cornappo queste belle torri?
Approfondendo, scopro che sono opera di un artista svedese, ma tutto quel sito è strano, speciale, divertente. A mio parere molto interessante. Si chiama Ladonia.

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L – Aspetta che scrivo. –
H – Si, ecco l’indirizzo: http://www.ladonia.org. Dice di essere una micronazione. E non è un fiume quello di cui vedevo un lembo, ma uno spicchio del mare che avvolge la riserva naturale del Kullaberg nel nord-ovest dello Skåne, in Svezia. A te le installazioni interessano e da voi ci stanno alcuni PC collegati a internet, vai a vedere. Avrai una simpatica scoperta.

Ecco, cosa accade andando a curiosare grazie alle nuove opportunità. Cerchi informazioni su Utopia, passi per i paesi tuoi e ti trovi sulle torri proibite lambite dal mare del Nord, e già ti perdi nelle immaginazioni di chi, non aspettato, incontri.

L – Grazie Henrico, vado subito a vedere questa Ladonia, appena la postazione si libera, pure io mi fermo dopo l’orario e vado a curiosare. Domani ci aggiorniamo e grazie. Ah, fai attenzione a queste esplorazioni. Anche tu, come Moro, potresti perderci la testa.

Aveva proprio ragione, scoprire lo stato libero di Ladonia è stata una gioia, un piacere, una bellezza. Ecco, mi son detto, queste sono le cose da fare.

Sto qui, in una comoda stanza riscaldata, in questa sera di febbraio. Anche io ho iniziato a navigare, per ora sembra abbastanza facile. Adesso sono in Svezia a leggere le pagine curiosissime di questo artista: Lars Vilks e della sua avventura iniziata nel 1980 con le prime costruzioni chiamate Nimis (troppo) e Arx (fortezza). E poi ci sta il progetto dello Stato Libero, una repubblica monarchica, guidata da presidenti principi e principesse ministri. Gli abitanti possono essere tutti quelli che lo desiderano e altre tante cose che ti fanno star male per due ragioni. Prima: la bellezza della simpatica idea. La seconda: non conoscere l’inglese per leggere tutto come vorresti… E qui trovi uno dei confini ai propri limiti. Il confronto serve a crescere e la conoscenza irrobustisce rendendoci migliori.

1024x614xNew-Stamps-1024x614.jpgInfatti, proprio l’isola di Utopia di Tommaso Moro, come lui stesso spiega: deriva da un termine dal greco antico con un gioco di parole fra ou-topos (cioè non-luogo) ed eu-topos (luogo felice); utopia è quindi, letteralmente un “luogo felice inesistente“.

Chissà se dal cielo, seppur senza testa, il Tommaso Moro riesce a vedere le torri erette dal signor Vilks nella sua Ladonia. Mi piace credere di sì e la sua testa mozzata, nascosta nelle cantine della Chiesa di San Pietro ad Vincula, vicino alla Torre di Londra: ride.
Preso dal piacere della scoperta, rompo ogni indugio; scrivo direttamente all’artista una mail all’indirizzo che il sito fornisce: info@ladonia.org.

Posso solo scrivere in italiano confidando che qualche cosa si capisca anche perché in Svezia ci stanno molti italiani, friulani compresi. Riporto semplicemenladonia-money.jpgte il piacere avuto nello scoprire lo stato di Ladonia e di questa gran bella invenzione. Dico come sono venuto a conoscenza di ciò grazie alle fotografie delle sue torri. Ho quindi chiuso la missiva segnalando al buon Lars che qui, a circa 220 km ad est di Venezia, in provincia di Udine ci sta un paese, da sempre, chiamato Nimis.

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Con sorpresa, il giorno dopo, trovo una mail proveniente da info@ladonia.org a me indirizzata. Ed è proprio lui, Lars Vilks. Mi scrive in un comprensibilissimo italiano, ringrazia sorpreso e felice per le belle parole ricevute da questa parte dell’Italia. Sa bene pure di Nimis. Soprattutto ne ha apprezzato il suo buon vino.

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Certamente racconterò questa sera tutto quanto a Henrico. La fantasia permette davvero di rendere subito reali le utopie. La società ci mette molto più tempo. Poi, ogni età ha avuto le applicazioni per rendere questi sogni visibili, raccontabili, udibili. Fino a perderci la testa.

« Avanzò quindi verso il ceppo, davanti al quale s'inginocchiò per la recita del Miserere. Poi si rialzò in piedi, e quando il boia gli si avvicinò per chiedergli perdono, lo baciò affettuosamente e gli mise in mano una moneta d'oro. Poi gli disse: «Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta attento: il mio collo è corto. Vedi di non sbagliare il colpo. Ne andrebbe della tua reputazione». Non si lasciò legare. Da sé si bendò gli occhi con uno straccetto che s'era portato appresso. Quindi, senza fretta, si coricò lungo disteso, appoggiando il collo sul ceppo, che era molto basso. Inaspettatamente si rialzò con un sorriso sul labbro, raccolse con una mano la barba e se la collocò di lato celiando: «Questa per lo meno non ha commesso alcun tradimento».
Tommaso Moro fu giustiziato a Tower Hill il 6 luglio 1535

Silvano, o andare per carbone.

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Da Risorse mobili – I L  C A R B O N E – Dino Durigatto

Appartengo a una generazione nata dopo il disastro di Marcinelle*. Le stufe delle nostre case si alimentavano a legna, solo nella città i palazzi crescevano dotati dei nuovi impianti e con termosifoni.

Tempo di boom economico, né io né gli altri bambini ce ne accorgevamo. Eppure ne eravamo già ignari fruitori, mentre aspettavamo il Natale o le ferie estive per rivedere i padri tornare dall’estero. La nostra Europa: Francia, Svizzera, Germania e Belgio che voleva dire miniera, carbone. 112944808-89a0afce-fa47-4014-8b87-aa597d40d5ee

Il rientro, per noi coincideva con il tempo di un regalo giocoso, al di là di ogni miseria e al di là di ogni risparmio. Dall’Europa arrivava sempre cioccolata e quella Svizzera, naturalmente era ritenuta la migliore. Come migliori erano diventati, in quelle stagioni, anche i salari e le condizioni di vita dei nostri parenti emigranti. Finalmente lontani dal tempo dei cartelli con scritto: “Vietato l’ingresso ai cani e…agli italiani” (friulani compresi).

A ogni ritorno ci raccontavano tante storie capaci di far decollare l’immaginario di noi bambini con scenari di meravigliose città, fabbriche belle e ricche. Oppure vedevamo angusti tunnel e gallerie, dove nel buio, il piccone spezzava la terra per trovare quel carbone di cui noi conoscevamo appena lo stretto necessario: si estrae dalla miniera, chi lo fa ha sempre il viso sporco, il suo lavoro è pericolosissimo a causa dei crolli in galleria e per l’eventuale presenza del gas Grisù.

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Il carbone serve per usi legati alla corrente elettrica… Questo non era per niente chiaro; più immaginabile l’uso per il riscaldamento perché nella sala parrocchiale ci avevano fatto vedere un bel film: Mary Poppins, con scene bellissime, come il ballo degli spazzacamino con il bravo Dick Van Dyke (nome che appresi molti anni dopo). L’altro carbone, capace di annerire le nostre giovani aspettative, era quello che si rischiava di ricevere per aver fatto i “cattivi”.

Alcuni anni dopo conobbi il signor Silvano e la sua signora. Erano tornati definitivamente a casa dopo lunghi anni di lavoro in una cava del Belgio. M’impressionarono i profondi solchi che scolpivano la sua faccia oramai asciutta. Se quei segni fossero correlati alla malattia invalidante di cui soffriva, non mi era dato sapere, certo era tipica di quei lavori e colpì anche i polmoni di Silvano, al pari di tanti altri partiti per bisogno, per vivere e per cercare un futuro.

Anche Viridiana, mia coetanea sempre allegra e viva, rimase colpita dai lunghi solchi sul viso di Silvano che per lei significavano un’eccessiva, ma chiara, conseguenza di come la miniera abbruttisce in profondità. Con la disinvoltura tipica della gioventù di ogni stagione, sussurrando mi disse: – Piuttosto di ridurmi così preferisco la strada! –

* Il disastro di Marcinelle fu una catastrofe avvenuta la mattina del 8 agosto 1956 in una miniera di carbone situata a Marcinelle, nei pressi di Charleroi, in Belgio.