Ramona dei raggi gamma

Ebollizione

Ramona detta Rondine, figlia di Viridiana, è una ragazza dotata di una spiccata intelligenza che la porta a curiosare dappertutto, proprio come sua madre. Così passano veloci e proficui tutti i suoi anni della scuola regolare, del liceo, dell’università, dove inevitabilmente doveva passare. Tutto vissuto nella pienezza dei suoi anni, con un viso decisamente attraente su un corpo in perfetta evoluzione.

La incontro casualmente una mattina al caffè BelPassi, giù in città. Da conoscenti conversiamo genericamente attorno al “che fai ora?”

– Sono rimasta nell’ambito universitario, son già cinque anni che rientro in un progetto di ricerca. E’ bello, ma è dura. Non riesco ad essere economicamente indipendente, le spese sono alte, allora interviene Viridiana, lo sai, lei è sempre positiva e mi stimola.

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– Se ti piace e se è utile, resisti – dico – oppure fai come fanno in molti: andare fuori, provare in un altro paese.

– Certo. Resisto perché quando scruti lo spazio… c’è da perdersi, è come volare e ogni cosa di questo tempo non esiste. Almeno per una porzione di tempo. Tutto questo mi piace e riesco a farlo rimanendo qui. Per i soldi si vedrà, mi accontento.

– E cosa studiate nelle profondità dello spazio? –

– È storia lunga, emozionante. Mi occupo dei buchi neri. –

– Con parole semplici, di fatto, cosa fai?

– In breve è lo stesso lunga, cercherò di sintetizzare al meglio. Già nel 2002, grazie al lavoro ricavato dai dati che BeppoSAX* aveva inviato, si misero a punto nuove metodologie per lo studio delle emissioni cosmiche di raggi x e in particolare quelli Gamma Ray Burst. Oggi, un nuovo satellite, Swift**, proprio come il mio soprannome di sempre: Rondine, è partito da Cape Kennedy,  dentro ci siamo anche noi italiani, grazie proprio al successo avuto dal mitico BeppoSax.

– E’una cosa bella, ti auguro ogni bene. Dei buchi neri, però, non ho ancora capito niente.

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DOPO QUASI 11 ANNI DAL LANCIO, IL 27 OTTOBRE ALLE 22:40:40 GMT, LA MISSIONE SWIFT* HA RIVELATO IL LAMPO GAMMA NUMERO 1000.

– Si tratta di un corpo celeste dotato di un campo gravitazionale capace da attirare a sé tutta la materia circostante e da trattenere anche la luce e ogni altro tipo di radiazione elettromagnetica. Il campo gravitazionale che lo caratterizza è tale che la materia al suo interno viene compressa in uno stato a densità forse infinita.

I buchi neri non emettono radiazioni, per questo non possono essere osservati in modo diretto come tutti gli altri corpi celesti. La loro rilevazione, avviene in modo indiretto, attraverso gli effetti gravitazionali che essi producono nello spazio circostante. Ecco, io mi occupo di questo.

Riprendiamo a dirci cose più semplici fino ad accomiatarci con una stretta di mano. Gli raccomando di dare un bacio a sua madre e andiamo. Fuori dal caffè, un generoso tiepido sole di primavera illumina il nostro mattino baciandoci sulla fronte dall’alto del suo spazio infinito.

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* Satellite italiano per l’astronomia che prende il soprannome dell’astronomo Giuseppe Occhialini, dedicato allo studio dei raggi cosmici.
** Swift è una missione gestita da Goddard Space Flight Center di NASA. Swift è stato realizzato in collaborazione con laboratori di università statunitensi e con partner internazionali, tra questi gli italiani Osservatorio Astronomico di Brera, AgenziaSpaziale Italiana e ASDC.
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Treno dall’India a Tolmino, in una notte.

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Vi è, nel sogno, un celere cambio di scenari, persone e accadimenti privi di apparente continuità e logica. Questa eterogenea varietà sono la linfa del pensiero onirico, sempre piacevole, prima di chiudersi nell’incubo. Oppure, svegliandosi, finisce e non lo riprendi più. So di registi che cercano di ricordare le scene viste, meglio se assurde e prive di senso. E sono proprio le incredibili visioni dei nostri sogni quelle che tutti ricordiamo.

Anche quella mattina Nicola si era alzato alla solita ora di un giorno feriale. C’era buon tempo e dalla cucina sentiva sua madre che preparava le colazioni provocando quei rumori dignitosi del mattino, con il gorgoglio rotondo della Moka poco prima d’essere avvolti dall’aroma di caffè. Le semplici cose di tutti, ma quel giorno, Nicola si era alzato più sereno, merito di un bel sogno da raccontare subito a chi hai di fronte, sua madre Ester.

E – Eccoti. Buon giorno, vedo che siamo di buon umore oggi?

N – Sì, sarà  il sogno che ho fatto. Strano, ma bello, avrei voluto continuasse ancora.

E – Certo, è così che va con i sogni. Dai racconta, se son cose dicibili ad una madre.

N –  Bèh, casomai escludo ciò che non va. Ero su un treno, seduto nel mio scompartimento accanto al finestrino. Ci stavano altre quattro persone tranquille, due donne carine, una più anziana e un signore. Nel vederli  ebbi chiara la sensazione di essere in India, o meglio, su un vagone con degli indiani. Però anche l’odore dell’aria era densa di profumi speziati e contrastanti. Non capivo il loro parlare, non era importante, mi sentivo bene, come uno di loro. Certo, ero in India e mi ero lasciato trascinare dallo scorrere del paesaggio che rallentava ogni qualvolta il treno transitava, non nella stazione, ma bensì nel mezzo di un villaggio e la gente si appendeva come poteva al vagone. Una sensazione interessante, come essere sul bus, nelle strade affollate. E la gente, salutando, si avvicinava quanto poteva e il treno fischiava continuamente. Ci fu anche una sosta più lunga perché una mucca non voleva liberare i binari. Ci volle pazienza.

E – Divertente.  Sarai rimasto suggestionato dalla visione di un film sull’India, l’altra sera, credo, davano “Il treno per Darjeeling”.

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N – Non so, ma tutti abbiamo dentro un immaginario indiano. Così questa corsa lenta passava tra i campi e le fitte boscaglie fino a incontrare la gente nei loro mercati. E il treno, sui suoi binari, transitava. Giunti nei pressi di una grande collina le rotaie disegnavano un’ansa che non permetteva di vedere oltre. Il convoglio aveva aumentato la velocità, presto raggiunse la curva e questo permise di vedere come il paesaggio si stava modificando. Meno villaggi e mercati, si scorreva meglio; finalmente ci fermammo in una stazione vera. I passeggeri che salivano avevano abiti diversi, meno colorati e più tradizionali.

E – Vedi, la globalizzazione colpisce anche i sogni.

N – Alla ripartenza, nello scompartimento i viaggiatori erano tutti nuovi, niente più indiani. Anche gli odori, da un pezzo, non sapevano di spezie e le finestre stavano chiuse perché la temperatura era più fresca. Continuavo a guardare il paesaggio, il buio era ancora lontano. Chissà quale sarà la mia meta. Mi domandai, tanto era un sogno.

All’orizzonte vedevo chiari i profili di alte montagne. Dio mio, siamo sull’Himalaya! esclami. Stazione dopo stazione, salivano sempre più persone dai lineamenti e dai vestiti famigliari. Pure le lingue erano meno sconosciute. Allora sono le Alpi, sto tornando a casa!

Ora riconoscevo i luoghi. Ne ebbi conferma quando il treno si fermò alla stazione di Jesenice e un’antica targa con le scritte incise, diceva in tedesco: Ferrovia Transalpina 1901 Linz – Trieste.

C’era da stupirsi, prima ero nella regione di Darjeeling, poi chissà dove e adesso in Slovenia. Così pensavo mentre guardavo in giro e tutto scorreva lungo le valli amiche. Osservai con piacere il dolce lago di Bled venirmi incontro. Lo salutai, oramai si correva verso Bohinjska Bistrica e lì giunti il treno si fermò a lungo per un cambio di carrozze. Tra poco entreremo in una galleria lunga oltre sei km, intuì dal dialogare dei vicini. Meglio appisolarsi un po’. Subito dopo colsi l’entrata nel tunnel dal differente rumore di ferraglia. Aprì gli occhi, le luci si erano accese, i vetri riflettevano i nostri bagliori e l’antico percorso dava l’impressione di essere molto stretto. Si vedeva la roccia viva, mal levigata e non finiva mai. Come questo sogno di un viaggio senza approdo.

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La risposta venne alla fine della galleria, superata Podbrdo, eccoci a Most na Soči, con la sua piccola bella fermata, fatta proprio come s’immagina sia una  stazione Transalpina.

E – Most na Soči, (Santa Lucia di Tolmino). Pensa il caso. Nei sogni ci sono segni e disegni incomprensibili, ma pure congiungibili. Mia nonna, la tua bisnonna, che non hai conosciuto…

N – Quella che dicevi sempre fosse una strega? –

E – No, era una maga, vera. Lei era sempre in contatto mediatico con una signora russa che decise di andare a vivere proprio a Most na Soči. La bisnonna raccontava di questa donna importante i cui poteri erano molto forti, soprattutto per i disegni che interpretavano il futuro. Molte cose che diceva, puntuali si verificavano. Era nata a Kaliningrad, si chiamava Pelageya e gli piacevano i treni. Così incontrò tua bisnonna, intendo come medium, si era messa in contatto con lei per cercare notizie su un incidente ferroviario dove era coinvolto un suo conoscente. La maga la tranquillizzò e tutto risultò vero. Da quella volta furono sempre unite.

Nel 1920, centoventi anni fa, adesso siamo nel 2040, Pelageya  si trovava a Linz per un viaggio sorpresa  lungo la nuova ferrovia che portava fino a Trieste, campo Marzio. La stessa ferrovia del tuo sogno. E quando giunse a  Most na Soči (presso Tolmino, in Slovenia) , nessuno sa perché, decise di fermarsi a vivere lì. Secondo la bisnonna lei aveva sentito energie importanti appena giunta in quella valle. Vuoi dalla confluenza di quelle acque, da quella ferrovia che esce dal lungo tunnel, nel tempo s’avvereranno cose belle. Quelle che serviranno a rendere migliore ogni posto, semplicemente scavalcando le montagne perché nulla può fermare i passaggi di chi ha sete di conoscenza.

Nicola annuì. Rimase in silenzio, ma dentro, nuovi pensieri si accavallavano. Il sogno fatto era suo e si era svegliato appena giunti a quella stazione. Chissà se il viaggio continuava fino a fargli vedere tutto il bello che aveva intuito solo la maga Pelageya.

(ma questo si saprà tra un po').

Sui Musi, sudando vago tra i mirtilli

Una piccola grande storia di montagna, di una gita e di sudore; di una maglia stesa ad asciugare. Di quel che ci resta rientrando nella città dove le suole delle scarpe incontrano asfalto, pavimentazioni e qualche cortile di ghiaia.

Così, fino ad una nuova gita, ad altro sudare.

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Chi va là? (digitale su pvc 30 x30) trittico del M. Musi

A Ferragosto, quando le macchine fotografiche avevano il rullino da 12, 24 o 36 pose, pellicola negativa, a colori, per fare le stampe su carta, presso il negozio del fotografo; proprio in quei giorni caldi si andava, tutti insieme, alla gita in montagna. Lassù si stava al fresco dei boschi e all’approdo, dopo la salutare camminata, trovare la meritata sosta, l’acqua con il giusto ristoro, il prato e un’allegra, sincera, aria di festa.

Dice: “Si sta poco, da qui a raggiungere il pian dei mirtilli,  sotto il Cuel di Lanis. Ve ne sono tantissimi, nessuno passa a raccoglierli, quassù”.

Va bene, e ci avviammo. Lui era piuttosto esperto di quei sentieri e anche il passo si dimostrava quello di chi percorre spesso le vie montane. Ben diverso dal mio incedere occasionale, fatto di rado per  bisogno di sudare, espellere  tossine e crederci.

Dopo una breve salita attraversammo il piano in mezzo a piante di mirtilli, raccogliendone alcuni. Era davvero grande, tutto presso la cresta e laggiù, sempre più nitido, s’avvicinava il dente crudo del Lanis.

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Sogno e tempo (digitale su pvc 30×30) Trittico del M. Musi

“Allora hai pure le fotografie di quel Colle e di quei mirtilli?” –  Mi chiese cortese, Ofelia.

La macchina fotografica con il rullino… No, era rimasta al campo, qui a Casera Tesoaro, sotto la cima del monte Postoncicco.

Ero assai affaticato, dalle braghe alla maglia arancione, che sempre m’accompagnava nelle escursioni estive, tutto era madido di sudore. Finalmente potei cambiarmi quelli vesti e, asciutto, sentirmi meglio.

Buffe si presentavano le tante magliette stese su bastoni e sui cespuglio bassi, tra tutte, spiccava la maglia arancione: così viva, pareva scaturire nella luce di quel agosto speciale, tra massi di nuda roccia, alberi di faggio, fumo di un camino estivo e qualche ritorno di un eco non lontano.

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Maglia arancione al chiaro di luna (digitale su pvc 30×30) Trittico del M.Musi

“Stamperemo le foto e le vedremo tutti insieme”. Certo! Solo che un bel po’ di tempo dopo ci fu la sorpresa: sulle foto, anche belle e diverse… qua e là sui fondi apparivano particolari macchie di forma magmatica, si direbbe cosmica. Vuoi vedere che la pellicola, ferma in macchina da mesi e sotto il caldo, ha subito alterazioni nelle sue chimiche, tra i suoi sali laddove si formano le immagini latenti e noi, nulla possiamo fare.

Resta ancora vigile testimone di quella bella stagione, una maglia arancione stesa ad asciugare al sole di un meriggio di metà agosto, prima di ogni nostro rientrare nel normale e, come detto all’inizio, pronti ad un nuovo sudare.

Pillole

O come liberarsi dalla grandine.

Pillole. Costruisco pillole con la creta e il malto.

Sono pillole da portare alla gente delle valli, oltre il fiume, su un non più confine. Da quelle parti ne distribuisco parecchie. Nelle valli, si sa, la gente è grande di statura e laboriosa nei campi, nei boschi e nell’edilizia per coloro che non sono mai partiti. E le donne sono ancora più grandi, nella statura e nelle forme severe, ma hanno grandi occhi di scoiattolo a renderle dolci amanti.

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Ogni mese porto le mie pillole al farmacista del paese. A sua volta le vende a Oscar, un signore con le orecchie bucate che paga sempre in dollari, nonostante non abbia girato il mondo e non abbia un lavoro. Oscar è scemo, è ricco perché ha i dollari e dove li prenda nessuno lo sa. I carabinieri, mossi da dubbi, hanno indagato e tutto è risultato in ordine. In paese troppa ricchezza genera invidia e un po’ di comprensione per quel uomo considerato scemo perché fa cose diverse dagli altri. Infatti è il più grosso consumatore delle pillole. Ciò non significa che la mia specialità non sia valida, è la maniera in cui le usa Oscar ad essere , come dire, fuori prescrizione: carica il fucile con le pillole e va a caccia. Spara alle nuvole quando le vede minacciose e gonfie di tempesta.

Spara le pillole di creta e malto. Le nuvole colpite si rompono e al posto della cattiva grandine, piove. Piove su tutto a grandi scrosci. Oscar, tutto inzuppato, continua a sparare fintanto ha pillole in canna, fintanto le polveri non siano bagnate e il colpo fa cilecca. Allora smette e torna a casa – la più bella del paese – costruita con i dollari, certamente molto diversa da quella costruita dell’ultimo degli arricchiti.

Nel paese, come in tutti i luoghi, c’è anche una vecchia signora vestita di nero. Se ne sta seduta su una pietra, avvolta nel scialle del suo tempo e della pioggia presa. Bebe non ha i dollari, la sua casa è semplice e i suoi lineamenti sono slavi, ma non è per questo che pure lei spesso viene derisa dai paesani.

Tra Oscar lo scemo e Bebe la vecchia vige da sempre una rivalità capace di far divertire tutti quanti. Lo scemo ha i capelli ricci e i dollari gli escono dal taschino del suo abito chiaro. Bebe ha settant’anni consumati nelle mani e nello spirito con un triste ricordo: laggiù nella risiera di San Sabba, a Trieste. Ora tiene sempre un velo di seta nero sul capo e le rughe del viso contrastano solo un poco sull’abito nero ornato da un pizzo scuro.

Oscar, vestito di bianco, spara pillole di creta e malto alle nuvole tempestose. Bebe, vestita di nero, brucia rametti d’ulivo sulla pietra del suo uscio.  Questa è la loro continua sfida. S’incontrano quanto minaccia grandine e scoppia sempre baruffa perché entrambi ritengono di sapere benissimo come bloccare la tempesta. Con il fumo dell’ulivo benedetto lei. Con le pillole, lui. – Volano sonori cazzotti e Oscar termina gambe all’aria dentro una pozza  lordandosi l’abito bianco. Bebe viene colpita e infarinata da una pillola sparatagli contro. Sulla piazza, gli uomini al riparo da ogni pioggia sotto la tettoia del bar, hanno seguito la scena. Ridono e si divertono, in fondo anche questa volta non c’è stata la tempesta.

Io, venditore girovago di pillole fatte con la creta e il malto, ho assistito alla cagnara dalla stanza di Amina, la ragazza araba adottata dai gestori di quella unica pensione del paese. Sto con lei fino a quando torna la calma e un nuovo chiarore indica la fine del temporale. La campagna, da poco risvegliata dalla primavera e salvata dalle insidie per merito del duplice rito, è pronta a dare i suoi frutti e così pure io riparto.  M’incammino, seguendo il sentiero del temporale, verso altre piazze e vecchie e scemi.

Seguo il fulmine, la saetta, il tuono. Loro anticipano l’arrivo del venditore di pillole, quelle fatte con la creta e con il malto.

Da: Pillole e altre Fantasie di Dino Durigatto - Campanotto Editore - Zeta Narrativa 105 1997

25|3|28| Centro Salute cinese Ci.Zimò, prealpi Giulie

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rendering simulazione Casetta villaggio Ci-Zimò®

Herald Friul non ha potuto, come promesso, dare maggiori approfondimenti sulla realizzazione del centro salute Ci-Zimò® a causa dell’episodio qui riportato, che – di fatto – si è dimostrato  positivo per tutti.

Scena: la gendarmeria di Gemona del Friuli. Mercoledì 25 marzo 2028. Ufficio del maresciallo Cesare Della Riviera. Presenti perché convocati – cortesemente – a fornire informazioni: il signor Iago Bidibà, interprete, il signor Li-Po Huan capo-progetto Centro salute CI-Zimò®. Due redattori del quotidiano digitale Herald Friul, il sottoscritto e Junior. Presente all’incontro il vice presidente della Collegiale Julie.

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Area interessata

Il maresciallo  Della Riviera subito ribadisce i motivi dell’incontro.

Vi ringrazio di aver accolto favorevolmente questo invito. Sapete già qual è il motivo dell’interessamento, serve a fugare ogni dubbio residuo sulla questione del Centro Ci-Zimò, dopo la pubblicazione della notizia su Herald Friul che ha scatenato una notevole quantità di richieste da parte dei residenti nell’area e della zona interessata. O altri soggetti che chiedevano e ponevano interrogativi vari.

Io e i nostri ufficiali, ci siamo messi in contatto con l’ufficio tecnico della municipalità interessata. Ripetute volte ci hanno detto che tutto era ed è in ordine. Sarà costruito il Centro da una società mista-friulana avente capitale cinese e la partecipazione di quote da parte dei proprietari del bosco messo a disposizione.

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Ma, capite signori, che seppur le carte e le burocrazie siano in ordine, molti si chiedono se non si nasconda altri fini, soprattutto altri usi, visto anche la naturale collocazione dell’attività in un bosco. Insomma, se dietro questo progetto vi siano mercificazioni occulte.

Il signor Huan, che attendeva da tempo questo momento, non vedeva l’ora di spiegare per bene ogni cosa. Chiede al traduttore Iago Bidibà di scandire bene, una alla volta, le sue frasi e iniziò la sua pertinente esposizione.

Huan parla rivolgendosi al maresciallo, Bidibà traduce.

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– Per noi, per il mio Paese  questo progetto è un momento di verifica su come le antiche conoscenze mediche cinesi  possano essere valide in un contesto geografico opposto. Il luogo scelto, oltre ai miei personali ricordi affettivi, è proprio una piccola valle semi abbandonata, dimenticata dai passaggi della vostra storia recente. Un ambiente idoneo dove i nostri esperti provino le loro teorie. Capisco il pensiero dettato dai luoghi comuni a riguardo di noi cinesi e degli altri. Sappiamo che sono retaggi spesso che vanno superati con la realtà dei fatti.

Capisco pure che le sacche dell’ignoranza sono ampie e capaci di  portare molti pensieri deboli. Questi raggiungono facilmente la mente di chi pensa che “da fuori” vengano a portare via chissà cosa.

Il nostro progetto è quanto di meglio questa valle potesse sperare. Ricordo, abbiamo una menzione speciale per questa idea, ricevuta dalla Fondazione per il Protocollo di Malmoe.

In particolare – come certamente sapete – dal 2026 anche qui è entrata in vigore la legge sulle proprietà terriere in aree depresse e montane. Dice: i proprietari dei fondi che non praticano la manutenzione dei boschi, devono provvedere tramite il pagamento delle aziende preposte a tale scopo, o alienare la proprietà, o semplificarne l’assetto attraverso un atto privato che regoli le parti dei familiari aventi diritto ecome abbiamo fatto noiconferire i terreni alle attività rientranti nel protocollo di Malmoe.

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lo stato d’abbandono, lungo la strada (foto B.P. archivio del 2016)

Tra le altre, certamente sapete che il protocollo prevede la massima protezione ambientale. Utilizzo di risorse primarie locali, energia sostenibile, impatto ambientale a soglia 002. Le costruzioni devo essere fatte con materiali eco sostenibili, riciclabili e organici alle peculiarità del territorio. Queste sono le caratteristiche con le quali si è affrontato questo progetto che – alla fine –  avrà un investimento di  tre milioni di euro.

E’ il costo di un carro armato Leopard! – interrompe il cronista Junior del Herald Friul – Lo so perché ho seguito un caso dove si parlava di costi uguali.

– Va bene – riprese il signor Huan, mentre il maresciallo e pure il vice presidente della Collegiale Julie, erano assai attenti. Così il traduttore Bidibà poté riprendere fiato e bere dell’acqua fresca, prima di ricominciare.

Cerco di essere veloce, caso mai mi farete domande alla fine, ma ho poco da aggiungere. Il progetto si realizzerà in due momenti distinti. Il primo è quello che andremo ad iniziare presto e poi – se tutto procederà come dallo studio imprenditoriale – ci sarà un ampliamento.

Così dicendo apre la cartella, sparge sul tavolo i disegni del progetto e  scatta l’attenzione di tutti. Notiamo subito la particolare bellezza del progetto. Il più entusiasta pare proprio il maresciallo. Junior scatta le foto, il signor Huam chiede a Bidibà che s’informi sul perché nessuno di quei signori abbia mai visto i progetti che  da oltre un anno sono a disposizione.

Certo –  dice il maresciallo con fare bonario – a noi queste cose le presentano solo dopo, spesso quando cominciano i guai. Come accadeva al tempo delle grandi corruzioni. Oppure, come adesso, quando le invidie e le paure locali… si fanno sentire.

Cuore di carta per scaldarsi

Due brevi incontri con la  tradizione popolare e la macerazione della carta per fare un libro o balle da fuoco. (Agosto 1997)

 CUORE DI CARTA

Dal tempo della gioventù ho chiaro il ricordo di una vecchia signora:  Domenica. Un nome poco rispecchiante di come a noi  bambini appariva: cattiva, con un cipiglio duro come quel ghigno che poco si addiceva a un giorno di festa.

Lei non buttava via nulla, tutto poteva ritornare utile (e il consumismo era da poco iniziato). Nel suo cortile, sopra una cassetta di legno, metteva ad asciugare delle belle balle di carta. Avevano un diametro variabile da 10 a 15 centimetri. Suo nipote mi disse che nel fienile ce n’era una grossa come un pallone. E noi, che di palloni buoni ne avevamo pochi, sognavamo la palla di carta.

Mi chiedevo a cosa servissero quelle sfere, non osavo però chiederlo a nessuno. Come fosse una colpa non saperne l’uso. Accadde, col tempo, di vederne molte altre di queste balle anche in altre case. Ricordo anche mia madre intenta ad appallottolare fogli di giornale per bombare e dare forma alle scarpe, ma allora quante scarpe avevano in quella casa? Pensavo sbagliando.

La spiegazione, infine, si rivelò facile e pratica: i giornali, le riviste e la carta non venivano mai buttati via. Si stracciavano le pagine, si bagnavano per renderle malleabili, si appallottolavano per dare consistenza, si asciugavano al sole. E d’inverno si mettevano sul fuoco, vicino a un buon legno per allungarne il calore.

Quanto lavoro, quale artigiana manipolazione e macerazione, per ottenere un beneficio, per stare meglio quando le avversità minacciano.

https://youtu.be/YbU9FRS9yOc

filmato su come si fanno le Balle di Carta

LUCE DI CARTA

Solo carta, con le sue grammature mobili, capaci di darci trasparenze esotiche di veli d’oriente, o cartone robusto ricco di bianco cotone.

Lo spessore e la voglia di entrare nella sua fibrosa materia fino a scoprire tonalitá appena variate dal bianco a un altro bianco.

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La luce, esterna al foglio appeso senza i limiti del confine di una cornice, entra negli impasti, si rallenta sui frammenti incollati, sfuma nei chiaroscuri della materia che la ostacola.

Elementi di una tradizione secolare: carte, colle, macerazione, luce, patina del tempo, con il bisogno di uscire dal ghetto per sconfiggere la grande paura dell’artista, del poeta e dello studente di fronte al foglio bianco e del suo “che fare?”.

Altrove queste materie servono a costruire libri di carta. Veri tomi da sfogliare senza alterazioni della scrittura e dell’immagine. Svuotato il contenuto che ci si attende, ovvero un libro scritto con parole, le pagine non appaiono mai bianche, mai vuote. Matericità vellutate, spessori deboli, solchi incisi, grumi di cellulosa, resti di caolino, bordure sfilacciate ci invitano ad usare molta cautela nel girare le pagine.

Oggi tecnologie virtuali, digitalizzate, supporti e onde magnetiche, telefonia e fibre ottiche, aumentano gli usi della parola, della sua archiviazione.

libri fatti di carta sono sempre pronti a riempire il nostro futuro con i valori migliori dei secoli di storia. Annusiamoli, tocchiamoli e conosciamoli.

Grazie alla scommessa, il tunnel di Sella Carnizza unisce genti e valli.

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Come sarà il tunnel presso Musi - rendering (Lusevera - Ud)
Speciale anteprima in esclusiva  Herald Friul – 1 Novembre 2035

Come arrivano i soldi per fare il traforo – I carri armati Leopard per fare la galleria di Sella Carnizza per unire le valli di Resia, di Lusevera (Udine) e di Bovec (Slovenia) 


Una galleria di 2 km e un riassetto viario collegheranno il bacino del Tagliamento con il bacino dell'Alto Isonzo. Grandi opportunità per la valle di Resia, l'Alta Val Torre e Bovec.

Firmato a Roma dal Ministro delle Infrastrutture Attinio Regolo e dal Ministro degli Interni con delega per le Forze Armate Piera Bornia, il progetto esecutivo dei lavori di sistemazione viaria di collegamento e di sviluppo del valico internazionale di Uccea (Alto Friuli Orientale, distretto Udine).

Alla presentazione del progetto erano presenti tutti i rappresentanti dei paesi coinvolti, in particolare il console della Slovenia Franzo Laibach, della Comunità Europea per lo sviluppo delle relazioni ex trans frontaliere e il generale Giovanni Panteo Barocci, patrocinatore del progetto stesso in quanto conoscitore della realtà delle valli da lui frequentate dal 2005 al 2025.

L’auspicata firma esecutiva, che dà  – di fatto – l’avvio ai cantieri, era attesa entro il prossimo anno. Oramai però vediamo spesso ridursi i tempi delle procedure degli appalti grazie alla oramai nota legge sul Risparmio Burocratico, che da alcuni anni sta modificando la fisionomia dell’intero sistema paese. Cambiamenti profondi che hanno coinvolto ampi strati sociali e il governo sta spingendo proprio i grandi lavori pubblici con il duplice obiettivo di rinnovare con nuove infrastrutture il territorio e trovare forme occupazionali per i tanti lavoratori (di ampie professionalità) che per i noti motivi del cambiamento dei mercati e della gestione degli stessi, ha perso il posto di lavoro.

Questo aspetto generale si è collegato pienamente alle motivazioni sul perché del progetto di riqualificazione della viabilità del valico di Uccea. Come ci riferisce proprio il generale Giovanni Panteo Barocci, tutto parte dal fatto di collegare ciò che per troppo tempo è stato tenuto staccato e per quanto è storicamente accaduto nel secolo ‘900. Guerre, confini, cortina di ferro. Diciamo che finalmente, per queste terre, è arrivato il giusto risarcimento, non solo da parte dello Stato, ma anche dalla comunità internazionale.

Il traforo e i nuovi viadotti metteranno in collegamento i bacini del Tagliamento e dell’Isonzo in un punto geografico composto di valli strette e di scarsi traffici. Però è proprio aprendo nuove vie d’accesso, anche laddove pare ci sia scarso passaggio, che si determinano le condizioni per forti cambiamenti.

Seconda Parte

Il traforo di Sella Carnizza per unire le valli di Resia, di Lusevera (Udine) e di Bovec (Slovenia)

H.F - 7 novembre 2035 - Abbiamo già riferito su quanto il governo italiano ha legiferato attorno al progetto che prevede il traforo di Sella Carnizza e dei nuovi viadotti che permetteranno di unire il bacino del fiume Tagliamento (Italia) con quello dell'Isonzo (Slovenia). L'impresa contiene delle progettualità fortemente orientate alla sperimentazione con l'obiettivo di creare sviluppo in maniera responsabile, ciò attenta alle peculiarità territoriali, ai nuovi consumi salutistici, alle nuove e future maniere di circolazione in un Europa dei popoli e dei territori dove gli unici confini sono quelli geografici.

SottoilViadotto_render1-kVXH--258x258@Edilizia_e_TerritorioImpresa non semplice e fortemente evocativa, questa messa in cantiere nelle valli prealpine friulane. Opera capace di “sbloccare”, grazie alle strade di collegamento, le eterne “valli chiuse” che circondano il massiccio del monte Canin. Opere che interessano, oltre ai due bacini già citati, i territori di Resia, Moggio U., Venzone, Tarcento, Lusevera, Taipana, Bovec e Caporetto.

Herald Friuli ha incontrato l’ingegner Thomas Zodl, giovane affermato professionista austriaco che la Comunità Europea ha nominato alla direzione dei lavori. (Ricordiamo che le grandi opere infrastrutturali con finanziamenti comunitari – vista la diffusa corruzione che ha piegato l’Italia fino alla fine degli anni ’20 di questo secolo – prevede la direzione tecnica estera e sotto stretta vigilanza della commissione preposta.)

L’ing. Thomas va subito al nocciolo della questione: l’intero costo di questo innovativo progetto è di 50 milioni di euro, di cui 30 sono impegnati per il traforo della galleria, lunga 2 km,  sotto il monte Zaiavor. Avrà una larghezza di 6 metri, consentirà l’agevole transito su corsie alternate e marciapiede d’emergenza sui lati. Saranno proprio i lavori per la galleria a partire già nei prossimi giorni e sarà completata in 3 anni (dicembre 2038).

Mi rendo conto – continua l’ing. Thomas –  che questa impresa può apparire folle, visto il contesto di degrado e spopolamento, soprattutto nella parte italiana. Ed è proprio per questo che la C.E. ha voluto vederci meglio e strutturare un progetto che guarda al futuro. Va detto, in Europa ci sono tante aree in condizioni simili ed estreme. Aver scelto le vostre valli  è una bella conquista. Parte del merito è dovuto al lavoro di valorizzazione esercitato dalgenerale Giovanni Panteo Barocci, che con ostinata perspicacia, ha fornito ampie motivazioni. In particolare – ed è importante – è stata la decisione di ridurre di una decina il numero dei nuovi carri armati Leopard da acquistare per l’esercito italiano e spostare quei soldi su questo progetto. Però di questo vi consiglio chiedere spiegazioni al generale stesso.

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Ultima cosa, ma importantissima, l’intero progetto contiene molti aspetti di sostenibilità ambientaleveramente inediti per questa realtà. Dico solo che tutto è progettato perfavorire sviluppo di fruizioni turistiche semplici, piste ciclabili, tre piccole aree sosta ricavate usando parti dei viadotti (Resia, Tanamea e Zaga), riqualificazioni di parti boschive, pulizia argini torrentizi e altro.

Chiediamo se ci sono state difficoltà con gruppi ambientalisti o altro. Risponde sempre l’ingegner Thomas Zodl che su questo fronte tutto è andato liscio, anzi i problemi sono stati con alcuni proprietari di boscaglie scoscese e pendenze rocciose. Terreni lasciati in perfetto abbandono da oltre settant’anni, ma adesso diventati importanti… Qui, a mio parere giustamente, la C.E. ha superato tutti facendo espropri saggi. Del resto – e chiude – qui oramai ci passano e ci vengono solo pochi appassionati, amanti del luogo. Sono proprio loro i nostri sostenitori, che aspettavano da generazioni, una speranza nuova per queste valli. Io ci credo, vedrete.

Terza Parte

Come arrivano i soldi per fare il traforo

Giovanni Panteo Barocci, il generale che si è prodigato per reperire i fondi economici, i permessi e altro per far decollare il progetto del traforo di Sella Carnizza, ha concesso ad Herold Friul, la storia vera di come è nata questa idea.Ha però voluto narrare i fatti al modo di una storia che qui 
riportiamo grazie alla penna di Giovanni Bianco Del Lago, oggi agente segreto ad Astana, nel Kazakistan.

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Quattro amici lasciarono le loro auto sul piazzale ghiaioso presso ponte Tanarmàn. Da lì, si incamminarono lungo la pista forestale che porta al fontanone Barmàn. Subito presero il sentiero che volgeva verso casera Planinizza e un po’ prima giunsero al capanno di caccia di Baldo, situato in un boschetto di faggi, a quota 890 metri, sotto le cime dei Musi. Capanno che sempre era a disposizione dei cacciatori purché lasciassero sempre provviste e tutto in ordine.

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Quel giorno, con loro ci stava pure un ospite importante, niente meno che un futuro generale, l’ ufficiale Giovanni Panteo Barocci, con lui i cacciatori del posto, Fedo Scufe, Gjelmo Noache, ospite di caccia, Gigi Furlan della riserva di Basagliapenta. “Roba della bassa, preparati che verremo a beccacce“,  gli strillavano i compagni – come sempre si fa – ironizzando sulle parche ricchezze faunistiche della sua riserva. Giù, nella bassa. Lui ribatteva elencando le reali difficoltà e quali doti servano per la caccia alle beccacce.
Il tempo però era scarso, dovevano fare in fretta. Nel primo pomeriggio il tempo si sarebbe guastato. Erano previste piogge. Così parlavano i bollettini meteo di quel 15 ottobre 2014, quassù sui pendii presso le Cime dei Musi, versante di Resia.

Giovanni Panteo Barocci aveva iniziato ad andare a caccia da quando, nel 2005, giunse in Friuli. Gli piaceva quell’ambiente d’intrigo che si creava con gli altri. Ammirava il clima particolare del prima, del durante e, soprattutto, del dopo battuta. A onor del vero, a lui, non piaceva sparare alle prede. Questo era un suo problema: abile nel lavoro militare che aveva scelto, ma però di sparare con qualsiasi mezzo non ne voleva parlare. Ragion per cui decise di fare subito carriera, onde garantirsi una debita distanza da possibili situazioni estreme e rudi. Tutti qui sapevano che a breve sarebbe diventato generale per meriti e con un ruolo molto importante nella direzione logistica per l’intera artiglieria.

Raggiunsero presto la capanna, predisposero le loro cose e alle 6,30 erano già avviati lungo la pista. Con loro pure il Cutj, il bracco bravo e simpatico di Gjelmo che, naso terra, li trascinava di gran fretta. Così, quasi trotterellando, scomparvero inghiottiti dalla boscaglia mattutina ammantata dai vapori della notte che lasciavano posto ai raggi del sole.

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La caccia non fu propizia. Durante la mattinata si sentirono echi di spari qua e là accompagnati da fischi e richiami che loro capivano. Era mezzogiorno quando, delusi, ritornarono al capanno di caccia, si capiva perché il campanile di Oseacco, preciso più o meno, scandiva le ore.
Come previsto, pure il tempo si stava velocemente guastando. Dense nubi si ammassavano tutt’intorno. Il gruppetto nel capanno era al riparo, con il fuoco acceso e tante provviste. Cucinarono con gusto il pranzo, mentre calorosamente continuavano a discernere sulle opportunità di cattura mancate. E la colpa, a turno, era di tutti.

Iniziò a piovere con tanta forza. Guardavano l’incedere degli scrosci dall’uscio e si preoccuparono. I telefoni cellulari, lì non avevano nessun segnale, nemmeno quello del prossimo generale. – Fa niente, staremo qui fin che passa, cibo e bevande non mancano. Stiamo tranquilli e aspettiamo che si calmi, poi vado sul picco qui sopra, a volte e si riesce a prendere segnale e avverto giù –. Disse il cacciatore Fedo e gli altri annuirono.

Così andò quella giornata, la battuta di caccia non portò nessuna preda, il tempo si guastò terribilmente e, quattro uomini e un cane, dovettero stare fermi, fino a non sappiamo quando, presso una dignitoso capanno alla mercé delle loro provviste. Fu proprio lì, in quel contesto estremo e ricercato, che si stava scrivendo una pagina fondamentale per il futuro di tutta la valle di Resia, della Valle del Torre e del Friuli intero. Sì, lassù quei quattro uomini e un cane decisero che bisognava fare una galleria utile a collegare questa valle troppo chiusa con uno sbocco migliore, sia a levante, Bovec e sia a ponente, oltre Resia e Moggio.

Quarta parte

I carri armati Leopard per fare la galleria

Il maltempo, per altro annunciato, si è dimostrato molto più forte di quanto previsto, ma nella capanna ci sono provviste, brande e giacigli dove stare protetti in attesa che tutto migliori.

La stufa scoppietta contenta e tra poco l’acqua per la pastasciutta raggiungerà l’ebollizione. Una bottiglia di cabernet sta aiutando tutti a riprendere forze, parole e tono.

Preoccupato per l’incedere costante della slavina, Fedo decide di uscire e raggiungere il punto dove sa che i telefoni portatili ricevono il  segnale utile per tranquillizzare chi li attende dicendo: Non preoccupatevi, siamo al riparo, ci fermiamo a dormire al capanno.

– Aspetta la pasta, poi andiamo insieme – suggerisce  Gjelmo.

– Va là, per quando è pronta son già tornato – risponde Fedo, certo che una volta fatta la telefonata si sarebbe sentito meglio. A casa saranno  tranquilli, soprattutto lui, così in pace, potrà godersi il meglio di quella compagnia.

Ha indossato una lunga mantella cerata con il cappuccio con falde ed esce veloce immergendosi subito tra i fitti scrosci di acqua che scorrono minacciosi lungo i pendi boschivi.

Nella calda stanza il fido Cutj sta accucciato aspettando il suo pasto, ogni tanto batte la coda sulle assi del pavimento. Gjelmo, controlla le pignatte, ogni tanto volge lo sguardo alla finestra e farfuglia parole incomprensibili.

Giovanni ascolta Gigi intento a rivolgergli domande su come si vive nell’esercito oggi, nel vivo della crisi economica, con i suoi tagli  in tutti i settori. Gli esempi di chi sta peggio, di chi se la cava sono molti, come il continuo picchiettare delle gocce insistenti, come la voce del bosco quando i suoi animali stanno nella tana, oppure fino a quando la porta del capanno si apre improvvisa. E’ Fedo Scufe, con la mantella che gronda, ma lui ride e dice: – Fatto! Elena avvisa le vostre donne e anche la caserma. Certo son caduti due grossi faggi là, verso il Clap de Strie-.

Bene – esclama Gjelmo, battendo il cucchiaio sulla  pignatta – sei giusto in tempo, la pasta è pronta. Tutti a tavola-.

Sì, è un piacere vedetavola-imbandita.jpgrli gustare pasta, pane, vino, salame formaggio e altro ancora. Isolati da una coltre spessa di burrasca, i quattro più un cane stanno bene a raccontare di loro, sfidando ogni destino.

-Dicevamo dei tagli, anche per l’esercito il governo ha imposto notevoli risparmi e con quelli dobbiamo orientarci e mantenere i programmi. Vedete, una nazione deve avere un esercito efficace e moderno. Non per reprimere, non per sparare o bombardare, solamente perché serve a dare senso al Paese.  Ad esempio, adesso proprio io mi sto occupando di una fornitura di 100 carri armati Leopard con torretta mobile. – Così Giovanni P. Barocci argomenta  con i commensali  che si dimostrano molto attenti. Ed èGjelmo che, grattandosi la basetta sinistra e arricciando il naso, chiede –  Ma quanto costa un carro armato?

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Il futuro generale risponde subito dicendo “dipende come è strutturato“, facendo degli esempi. Ma Gjelmo che è pratico lo interruppe di nuovo – Si, va ben, ma noi non dobbiamo comperarlo. Non perché non possiamo, ma perché non va bene per andare a caccia. –  Ridono e si alternano simpatici fraseggi – Beh, però staresti bene, tra i boschi, a caccia con il Leopard.-

– Già – riapre Giovanni, – possiamo dire che questi carri costano tre milioni e mezzo di euro l’uno e per come sono strutturati, credetemi, è un buon prezzo. L’ordine, se tutto va bene sarà, esecutivo per il 2025.- “Osti nade” – esclama Gigi Furlan – ma quanta roba è tre milioni d’euro! –

Vanno avanti ancora disquisendo tra carri pesanti e costi, intercalando frequenti brindisi, mentre la pioggia, incessante, sottolinea il loro discorrere.

– Dai, dai. Iniziamo una  partita di “Mora” e guai astenersi, vale per tutti. –Fedo lancia la sfida, sapendo di far cosa gradita a tutti. Liberano il tavolo, salvo bicchieri e bottiglia, quella della grappa.

Ben presto iniziano a tuonare le chiare esclamazioni friulane del gioco: tre, tre, sis, doi, mora. A turno uno entra, uno esce, uno segna i punti. Non si scappa,chi perde paga!

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La pioggia, intanto, scende avvolgendo il cantato ritmo del gioco, chi già perde troppo si ritira e dopo ben due ore restano a scontrarsi soloGiovanni e Gigi Furlan di Visepente. La grappa invece resiste, grazie ad una nuova fiaschetta posta sul tavolo daGjelmo, mentre sollecita il militare a mollare perché ormai non c’è più partita.

Non è mai facile coniugare orgoglio e ragione con l’alcool. Si va precisi verso la scommessa che però vale l’ultimo giro di “mora“.  A Gigi basta vincere, non servono scommesse, ma l’altro insiste e allora pone la condizione che sia qualche cosa di buono per questo  luogo, per questa valle. – Certamente –  conferma Giovanni, – non c’è problema. Se perdo ancora farò una grande cosa che resti nel tempo, per tutti voi friulani -.

Fedo e Gjelmo si guardano e scuotendo il capo bisbigliano – Dai finitela, non serve scommettere – e pur di porre fine alla questione aggiunge. – Per smuovere questa terra ci vorrebbe una strada nuova che ci porti oltre questi monti, verso l’Isonzo. Una galleria che vada di là-.

Anche la sconfitta di Giovanni al gioco della mora appariva in tutta la sua grandezza tanto da fargli ammettere – Va bene, ho perso e sono pronto a mantenere la promessa su quanto vuoi due avete ipotizzato-.

– Sei pazzo e ubriaco. Noi si scherzava. Per fare una cosa del genere dovresti ridurre il numero di Leopard per l’esercito e spostare qui i denari per fare una galleria… che non serve a niente -.

Ma Giovanni lo riprende – Perché, secondo voi cento carri armati in più a cosa servono? Anche a niente. Ci si può venire incontro. Cioè rinunciando a dieci Leopard possiamo spostare trenta milioni di euro per costruire una galleria e migliorare la strada. In fondo, inutili per inutile, chissà che invece accada qualche cosa-. I tre, e pure il cane, lo guardarono stupiti, sapevano che non scherza anche se la grappa, copiosa, aveva fatto il suo.

Così andò la non battuta di caccia, la partita e la scommessa mantenuta nata da una passione. E di come, quassù, in un capanno di caccia, in un giorno di pioggia troppo abbondante,  i confini dell’inutile siano labili.