In viaggio attorno al mandorlo

                     “L’uomo che avrò scelto sarà quello il cui bastone fiorirà”.

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Fredo giovane, aitante e volitivo, sta pigiando il campanello del cancello adiacente il giardinetto davanti alla casa di Carlita sotto lo sguardo curioso di un sole alto in un primo pomeriggio di fine estate. Curioso come nonno Giacomo che fin dal primo trillo è già sul patio per dire a Fredo che la sua nipotina tarderà il rientro a causa di un piccolo guasto meccanico.

Giacomo invita il ragazzo dentro casa. Lui preferisce attendere sulla comoda panca sotto il patio e con educato curioso rispetto chiede anche che albero fosse quello davanti casa, tra il cancello e l’ingresso.

Quello è un mandorlo. Bello, lo devi vedere all’inizio della primavera, è una meraviglia.  Gli rispose Giacomo.

Fredo, accomodatosi sulla panca all’ombra, prese il telefono cellulare e, nell’attesa di Carlita, volle saperne di più sul mandorlo a primavera collegandosi alla grande rete.

L’ora era calda, la panca all’ombra, oltre ci stava il mandorlo. Fredo guardava a turno il telefono e l’albero. Fino al punto d’impaurirsi vedendo il mandorlo avvicinarsi a lui muovendo tronco, rami grossi e sottili curvandoli in direzione del volto, al pari di un dito minaccioso che ammonisce.

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Omphalos (ombelico del mondo

E la pianta gli parlò: “Tu non sai neppure cosa sia un mandorlo e perché sta qui. Cerca risposte utili su quell’aggeggio, leggile e poi rifletti, pensa e ragiona. Sapere porta a elevarsi per crescere come serve”.

Proprio così, il mandorlo gli parlava, a modo suo lo condusse dentro la sua essenza.

Il Mandorlo (Amygdalus communis L. = Prunus amygdalus Batsch; Prunus dulcis Miller). Sono una pianta originaria dell’Asia. I Fenici ci portarono in Sicilia e i Romani ci chiamavano “noce greca”. Io sono il simbolo di nascita e di resurrezione.

Sono il primo albero a sbocciare in primavera (rinascita). Il mio significato è legato al frutto: la mandorla il cui segreto va conquistato rompendo il suo guscio. La mandorla, essendo nascosta, incarna l’essenza spirituale, la saggezza. La sua forma ovoidale è collegata alla matrice, come simbolo di fecondità, di primordiale nascita dell’universo.

                      – È tempo di carestia e di crisi, ma mi è chiesto di guardare nel giardino, osservare
                       il mandorlo e attendere la sua fioritura precoce che dà il primo annuncio di primavera.

Il ramo di mandorlo mi indica che fuori dalle secche della rassegnazione devo farmi umile cercatore di segni di speranza, di tentativi, di ridare tensione di vento alle vele ammainate. (Geremia).

Forse ti interessa sapere – continua il mandorlo a parlare con Fredo oramai tutto abbracciato dai sottili rami che la pietra filosofale altro non sia la pietra che Cibele fece inghiottire a Saturno per evitare che suo figlio Giove sia divorato dal proprio padre; così Giove, nel tempo, poté divenire re dell’Olimpo.

Quella «pietra nera», simbolo di Cibele, fu portata in Roma, e conservata sul Palatino. Era caduta dal cielo, ed era chiamata abadir dai Romani e betilo dai Greci. Betilo non è altro che l’ebraico Beth-el = casa di Dio; e fu parimenti il nome posto da Giacobbe alla città vicina al luogo dove ebbe il suo sogno.

Dopo aver iniziato il viaggio dalla casa paterna Giacobbe giunse nel luogo dove  decise di dormire. Dispose a semicerchio una serie di pietre con funzione rituale, ne dispose una particolare e la adibì a poggia-testa. Durante la notte ebbe una visione mistica della celebre “Scala di Dio”.

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Svegliatosi, intimorito e reverente, esclamò la frase (incisa anche sul Portale della Chiesa di Rennes-le-Château): “Degno di venerazione è questo luogo! Questo non è altro che la Casa di Dio e la Porta del Cielo!”.

Subito dopo alzò la pietra su cui aveva appoggiato la testa, la conficcò nel terreno e ribattezzò quel luogo, conosciuto come LUZ, con il nome di Beth-El = “Casa di Dio”.

Linguisticamente Luz significa “Mandorlo” o “Nocciolo”, considerato che un albero simile ne nascondeva l’ingresso, che avveniva attraverso un cunicolo d’accesso. Per gli antichi saggi Luz era collegata alla particella del corpo umano cui restava legata l’anima.

Fredo, Fredo. Ti sei addormentato sulla panca.

Carlita era arrivata a casa e amorevolmente si accostò a ragazzo destandolo dal suo rapito torpore.

 – Oh, sei tu. Ben arrivata. Mi ero addormentato qui all’ombra cullato dalla leggera brezza datami dal fogliame del tuo mandorlo. Sembrano sussurri fatti di curiose parole. Spiegò Fredo.

Va bene, dai entriamo in casa – rispose Calita prendendogli la mano.

Fredo, prima di assecondare la richiesta, con tre passi la portò davanti al mandorlo, le disse di guardare sotto dove il tronco esce dall’erba e di notare un sasso – che lui spostò col piede  – lasciando intravedere cunicolo d’accesso che certamente continuava come fosse una piccola grande caverna.

 

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Stella in Agosto 4 – 5 – 2017

Cogliere il presente, accogliere il futuro

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L’iniziativa “Stella in Agosto”, giunta oggi alla sua quinta edizione, si sta sempre di più definendo per la capacità di favorire l’incontro tra giornalisti, boscaioli, orticoltori, musicisti, gente, valori, mestieri vari e artisti che insieme, cercano di raccontare con semplicità, i messaggi che arrivano dal contatto con la natura.

Dal 2013 spingiamo il tema della “cultura della terra”, tra conoscenze e mestieri. Uno sprono partito dal basso, dalla caparbietà e dall’intelligenza di alcuni visionari che intendono portare lassù, nel nulla, quel seme di speranza di cui tutti abbiamo bisogno: un domani dove esista un rapporto equilibrato tra  montagna, ambiente e vita. Una società responsabile è orgogliosa del rispetto per la natura che sa evolversi al ritmo delle nuove tecnologie informatiche utili a tutti. Per essere capaci di rendere il montanaro di Stella, o quello di Platischis e altrove, in rete con il boscaiolo o l’artigiano di Slovenia, di Carinzia e del Tibet. O ad un grande nuovo mercato attento anche al valore uomo, al posto di ogni speculazione.

Questa quinta edizione (venerdì 4 e sabato 5 agosto), vuole essere uno stimolo a ragionare sull’importanza dei cambiamenti, soprattutto quelli che ci appaiono troppo lontani dal nostro quotidiano, ma sono presenti; come, ad esempio, il bisogno di opere a tutti i livelli per dare una possibilità alla montagna. Il suo abbandono non rende armonico lo sviluppo di un territorio, lo lascia più fragile e aggredibile.

IL PROGRAMMA

E tutti si sale in alto e nella notte ci si perde ad osservare, bene, tutte le altre stelle che ci portano lontano, nel futuro che vogliamo.

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GLI OSPITI
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Ramona, detta Rondine o dei raggi Gamma

Ebollizione

Ramona detta Rondine, figlia di Viridiana, è una ragazza dotata di una spiccata intelligenza che la porta a curiosare dappertutto, proprio come sua madre. Così passano veloci e proficui tutti i suoi anni della scuola regolare, del liceo, dell’università, dove inevitabilmente doveva passare. Tutto vissuto nella pienezza dei suoi anni, con un viso decisamente attraente su un corpo in perfetta evoluzione.

La incontro casualmente una mattina al caffè BelPassi, giù in città. Da conoscenti conversiamo genericamente attorno al “che fai ora?”

– Sono rimasta nell’ambito universitario, son già cinque anni che rientro in un progetto di ricerca. E’ bello, ma è dura. Non riesco ad essere economicamente indipendente, le spese sono alte, allora interviene Viridiana, lo sai, lei è sempre positiva e mi stimola.

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– Se ti piace e se è utile, resisti – dico – oppure fai come fanno in molti: andare fuori, provare in un altro paese.

– Certo. Resisto perché quando scruti lo spazio… c’è da perdersi, è come volare e ogni cosa di questo tempo non esiste. Almeno per una porzione di tempo. Tutto questo mi piace e riesco a farlo rimanendo qui. Per i soldi si vedrà, mi accontento.

– E cosa studiate nelle profondità dello spazio? –

– È storia lunga, emozionante. Mi occupo dei buchi neri. –

– Con parole semplici, di fatto, cosa fai?

– In breve è lo stesso lunga, cercherò di sintetizzare al meglio. Già nel 2002, grazie al lavoro ricavato dai dati che BeppoSAX* aveva inviato, si misero a punto nuove metodologie per lo studio delle emissioni cosmiche di raggi x e in particolare quelli Gamma Ray Burst. Oggi, un nuovo satellite, Swift**, proprio come il mio soprannome di sempre: Rondine, è partito da Cape Kennedy,  dentro ci siamo anche noi italiani, grazie proprio al successo avuto dal mitico BeppoSax.

– E’una cosa bella, ti auguro ogni bene. Dei buchi neri, però, non ho ancora capito niente.

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DOPO QUASI 11 ANNI DAL LANCIO, IL 27 OTTOBRE ALLE 22:40:40 GMT, LA MISSIONE SWIFT* HA RIVELATO IL LAMPO GAMMA NUMERO 1000.

– Si tratta di un corpo celeste dotato di un campo gravitazionale capace da attirare a sé tutta la materia circostante e da trattenere anche la luce e ogni altro tipo di radiazione elettromagnetica. Il campo gravitazionale che lo caratterizza è tale che la materia al suo interno viene compressa in uno stato a densità forse infinita.

I buchi neri non emettono radiazioni, per questo non possono essere osservati in modo diretto come tutti gli altri corpi celesti. La loro rilevazione, avviene in modo indiretto, attraverso gli effetti gravitazionali che essi producono nello spazio circostante. Ecco, io mi occupo di questo.

Riprendiamo a dirci cose più semplici fino ad accomiatarci con una stretta di mano. Gli raccomando di dare un bacio a sua madre e andiamo. Fuori dal caffè, un generoso tiepido sole di primavera illumina il nostro mattino baciandoci sulla fronte dall’alto del suo spazio infinito.

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* Satellite italiano per l’astronomia che prende il soprannome dell’astronomo Giuseppe Occhialini, dedicato allo studio dei raggi cosmici.
** Swift è una missione gestita da Goddard Space Flight Center di NASA. Swift è stato realizzato in collaborazione con laboratori di università statunitensi e con partner internazionali, tra questi gli italiani Osservatorio Astronomico di Brera, AgenziaSpaziale Italiana e ASDC.

Treno dall’India a Tolmino, in una notte.

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Vi è, nel sogno, un celere cambio di scenari, persone e accadimenti privi di apparente continuità e logica. Questa eterogenea varietà sono la linfa del pensiero onirico, sempre piacevole, prima di chiudersi nell’incubo. Oppure, svegliandosi, finisce e non lo riprendi più. So di registi che cercano di ricordare le scene viste, meglio se assurde e prive di senso. E sono proprio le incredibili visioni dei nostri sogni quelle che tutti ricordiamo.

Anche quella mattina Nicola si era alzato alla solita ora di un giorno feriale. C’era buon tempo e dalla cucina sentiva sua madre che preparava le colazioni provocando quei rumori dignitosi del mattino, con il gorgoglio rotondo della Moka poco prima d’essere avvolti dall’aroma di caffè. Le semplici cose di tutti, ma quel giorno, Nicola si era alzato più sereno, merito di un bel sogno da raccontare subito a chi hai di fronte, sua madre Ester.

E – Eccoti. Buon giorno, vedo che siamo di buon umore oggi?

N – Sì, sarà  il sogno che ho fatto. Strano, ma bello, avrei voluto continuasse ancora.

E – Certo, è così che va con i sogni. Dai racconta, se son cose dicibili ad una madre.

N –  Bèh, casomai escludo ciò che non va. Ero su un treno, seduto nel mio scompartimento accanto al finestrino. Ci stavano altre quattro persone tranquille, due donne carine, una più anziana e un signore. Nel vederli  ebbi chiara la sensazione di essere in India, o meglio, su un vagone con degli indiani. Però anche l’odore dell’aria era densa di profumi speziati e contrastanti. Non capivo il loro parlare, non era importante, mi sentivo bene, come uno di loro. Certo, ero in India e mi ero lasciato trascinare dallo scorrere del paesaggio che rallentava ogni qualvolta il treno transitava, non nella stazione, ma bensì nel mezzo di un villaggio e la gente si appendeva come poteva al vagone. Una sensazione interessante, come essere sul bus, nelle strade affollate. E la gente, salutando, si avvicinava quanto poteva e il treno fischiava continuamente. Ci fu anche una sosta più lunga perché una mucca non voleva liberare i binari. Ci volle pazienza.

E – Divertente.  Sarai rimasto suggestionato dalla visione di un film sull’India, l’altra sera, credo, davano “Il treno per Darjeeling”.

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N – Non so, ma tutti abbiamo dentro un immaginario indiano. Così questa corsa lenta passava tra i campi e le fitte boscaglie fino a incontrare la gente nei loro mercati. E il treno, sui suoi binari, transitava. Giunti nei pressi di una grande collina le rotaie disegnavano un’ansa che non permetteva di vedere oltre. Il convoglio aveva aumentato la velocità, presto raggiunse la curva e questo permise di vedere come il paesaggio si stava modificando. Meno villaggi e mercati, si scorreva meglio; finalmente ci fermammo in una stazione vera. I passeggeri che salivano avevano abiti diversi, meno colorati e più tradizionali.

E – Vedi, la globalizzazione colpisce anche i sogni.

N – Alla ripartenza, nello scompartimento i viaggiatori erano tutti nuovi, niente più indiani. Anche gli odori, da un pezzo, non sapevano di spezie e le finestre stavano chiuse perché la temperatura era più fresca. Continuavo a guardare il paesaggio, il buio era ancora lontano. Chissà quale sarà la mia meta. Mi domandai, tanto era un sogno.

All’orizzonte vedevo chiari i profili di alte montagne. Dio mio, siamo sull’Himalaya! esclami. Stazione dopo stazione, salivano sempre più persone dai lineamenti e dai vestiti famigliari. Pure le lingue erano meno sconosciute. Allora sono le Alpi, sto tornando a casa!

Ora riconoscevo i luoghi. Ne ebbi conferma quando il treno si fermò alla stazione di Jesenice e un’antica targa con le scritte incise, diceva in tedesco: Ferrovia Transalpina 1901 Linz – Trieste.

C’era da stupirsi, prima ero nella regione di Darjeeling, poi chissà dove e adesso in Slovenia. Così pensavo mentre guardavo in giro e tutto scorreva lungo le valli amiche. Osservai con piacere il dolce lago di Bled venirmi incontro. Lo salutai, oramai si correva verso Bohinjska Bistrica e lì giunti il treno si fermò a lungo per un cambio di carrozze. Tra poco entreremo in una galleria lunga oltre sei km, intuì dal dialogare dei vicini. Meglio appisolarsi un po’. Subito dopo colsi l’entrata nel tunnel dal differente rumore di ferraglia. Aprì gli occhi, le luci si erano accese, i vetri riflettevano i nostri bagliori e l’antico percorso dava l’impressione di essere molto stretto. Si vedeva la roccia viva, mal levigata e non finiva mai. Come questo sogno di un viaggio senza approdo.

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La risposta venne alla fine della galleria, superata Podbrdo, eccoci a Most na Soči, con la sua piccola bella fermata, fatta proprio come s’immagina sia una  stazione Transalpina.

E – Most na Soči, (Santa Lucia di Tolmino). Pensa il caso. Nei sogni ci sono segni e disegni incomprensibili, ma pure congiungibili. Mia nonna, la tua bisnonna, che non hai conosciuto…

N – Quella che dicevi sempre fosse una strega? –

E – No, era una maga, vera. Lei era sempre in contatto mediatico con una signora russa che decise di andare a vivere proprio a Most na Soči. La bisnonna raccontava di questa donna importante i cui poteri erano molto forti, soprattutto per i disegni che interpretavano il futuro. Molte cose che diceva, puntuali si verificavano. Era nata a Kaliningrad, si chiamava Pelageya e gli piacevano i treni. Così incontrò tua bisnonna, intendo come medium, si era messa in contatto con lei per cercare notizie su un incidente ferroviario dove era coinvolto un suo conoscente. La maga la tranquillizzò e tutto risultò vero. Da quella volta furono sempre unite.

Nel 1920, centoventi anni fa, adesso siamo nel 2040, Pelageya  si trovava a Linz per un viaggio sorpresa  lungo la nuova ferrovia che portava fino a Trieste, campo Marzio. La stessa ferrovia del tuo sogno. E quando giunse a  Most na Soči (presso Tolmino, in Slovenia) , nessuno sa perché, decise di fermarsi a vivere lì. Secondo la bisnonna lei aveva sentito energie importanti appena giunta in quella valle. Vuoi dalla confluenza di quelle acque, da quella ferrovia che esce dal lungo tunnel, nel tempo s’avvereranno cose belle. Quelle che serviranno a rendere migliore ogni posto, semplicemente scavalcando le montagne perché nulla può fermare i passaggi di chi ha sete di conoscenza.

Nicola annuì. Rimase in silenzio, ma dentro, nuovi pensieri si accavallavano. Il sogno fatto era suo e si era svegliato appena giunti a quella stazione. Chissà se il viaggio continuava fino a fargli vedere tutto il bello che aveva intuito solo la maga Pelageya.

(ma questo si saprà tra un po').

Sui Musi, sudando vago tra i mirtilli

Una piccola grande storia di montagna, di una gita e di sudore; di una maglia stesa ad asciugare. Di quel che ci resta rientrando nella città dove le suole delle scarpe incontrano asfalto, pavimentazioni e qualche cortile di ghiaia.

Così, fino ad una nuova gita, ad altro sudare.

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Chi va là? (digitale su pvc 30 x30) trittico del M. Musi

A Ferragosto, quando le macchine fotografiche avevano il rullino da 12, 24 o 36 pose, pellicola negativa, a colori, per fare le stampe su carta, presso il negozio del fotografo; proprio in quei giorni caldi si andava, tutti insieme, alla gita in montagna. Lassù si stava al fresco dei boschi e all’approdo, dopo la salutare camminata, trovare la meritata sosta, l’acqua con il giusto ristoro, il prato e un’allegra, sincera, aria di festa.

Dice: “Si sta poco, da qui a raggiungere il pian dei mirtilli,  sotto il Cuel di Lanis. Ve ne sono tantissimi, nessuno passa a raccoglierli, quassù”.

Va bene, e ci avviammo. Lui era piuttosto esperto di quei sentieri e anche il passo si dimostrava quello di chi percorre spesso le vie montane. Ben diverso dal mio incedere occasionale, fatto di rado per  bisogno di sudare, espellere  tossine e crederci.

Dopo una breve salita attraversammo il piano in mezzo a piante di mirtilli, raccogliendone alcuni. Era davvero grande, tutto presso la cresta e laggiù, sempre più nitido, s’avvicinava il dente crudo del Lanis.

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Sogno e tempo (digitale su pvc 30×30) Trittico del M. Musi

“Allora hai pure le fotografie di quel Colle e di quei mirtilli?” –  Mi chiese cortese, Ofelia.

La macchina fotografica con il rullino… No, era rimasta al campo, qui a Casera Tesoaro, sotto la cima del monte Postoncicco.

Ero assai affaticato, dalle braghe alla maglia arancione, che sempre m’accompagnava nelle escursioni estive, tutto era madido di sudore. Finalmente potei cambiarmi quelli vesti e, asciutto, sentirmi meglio.

Buffe si presentavano le tante magliette stese su bastoni e sui cespuglio bassi, tra tutte, spiccava la maglia arancione: così viva, pareva scaturire nella luce di quel agosto speciale, tra massi di nuda roccia, alberi di faggio, fumo di un camino estivo e qualche ritorno di un eco non lontano.

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Maglia arancione al chiaro di luna (digitale su pvc 30×30) Trittico del M.Musi

“Stamperemo le foto e le vedremo tutti insieme”. Certo! Solo che un bel po’ di tempo dopo ci fu la sorpresa: sulle foto, anche belle e diverse… qua e là sui fondi apparivano particolari macchie di forma magmatica, si direbbe cosmica. Vuoi vedere che la pellicola, ferma in macchina da mesi e sotto il caldo, ha subito alterazioni nelle sue chimiche, tra i suoi sali laddove si formano le immagini latenti e noi, nulla possiamo fare.

Resta ancora vigile testimone di quella bella stagione, una maglia arancione stesa ad asciugare al sole di un meriggio di metà agosto, prima di ogni nostro rientrare nel normale e, come detto all’inizio, pronti ad un nuovo sudare.

Pillole

O come liberarsi dalla grandine.

Pillole. Costruisco pillole con la creta e il malto.

Sono pillole da portare alla gente delle valli, oltre il fiume, su un non più confine. Da quelle parti ne distribuisco parecchie. Nelle valli, si sa, la gente è grande di statura e laboriosa nei campi, nei boschi e nell’edilizia per coloro che non sono mai partiti. E le donne sono ancora più grandi, nella statura e nelle forme severe, ma hanno grandi occhi di scoiattolo a renderle dolci amanti.

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Ogni mese porto le mie pillole al farmacista del paese. A sua volta le vende a Oscar, un signore con le orecchie bucate che paga sempre in dollari, nonostante non abbia girato il mondo e non abbia un lavoro. Oscar è scemo, è ricco perché ha i dollari e dove li prenda nessuno lo sa. I carabinieri, mossi da dubbi, hanno indagato e tutto è risultato in ordine. In paese troppa ricchezza genera invidia e un po’ di comprensione per quel uomo considerato scemo perché fa cose diverse dagli altri. Infatti è il più grosso consumatore delle pillole. Ciò non significa che la mia specialità non sia valida, è la maniera in cui le usa Oscar ad essere , come dire, fuori prescrizione: carica il fucile con le pillole e va a caccia. Spara alle nuvole quando le vede minacciose e gonfie di tempesta.

Spara le pillole di creta e malto. Le nuvole colpite si rompono e al posto della cattiva grandine, piove. Piove su tutto a grandi scrosci. Oscar, tutto inzuppato, continua a sparare fintanto ha pillole in canna, fintanto le polveri non siano bagnate e il colpo fa cilecca. Allora smette e torna a casa – la più bella del paese – costruita con i dollari, certamente molto diversa da quella costruita dell’ultimo degli arricchiti.

Nel paese, come in tutti i luoghi, c’è anche una vecchia signora vestita di nero. Se ne sta seduta su una pietra, avvolta nel scialle del suo tempo e della pioggia presa. Bebe non ha i dollari, la sua casa è semplice e i suoi lineamenti sono slavi, ma non è per questo che pure lei spesso viene derisa dai paesani.

Tra Oscar lo scemo e Bebe la vecchia vige da sempre una rivalità capace di far divertire tutti quanti. Lo scemo ha i capelli ricci e i dollari gli escono dal taschino del suo abito chiaro. Bebe ha settant’anni consumati nelle mani e nello spirito con un triste ricordo: laggiù nella risiera di San Sabba, a Trieste. Ora tiene sempre un velo di seta nero sul capo e le rughe del viso contrastano solo un poco sull’abito nero ornato da un pizzo scuro.

Oscar, vestito di bianco, spara pillole di creta e malto alle nuvole tempestose. Bebe, vestita di nero, brucia rametti d’ulivo sulla pietra del suo uscio.  Questa è la loro continua sfida. S’incontrano quanto minaccia grandine e scoppia sempre baruffa perché entrambi ritengono di sapere benissimo come bloccare la tempesta. Con il fumo dell’ulivo benedetto lei. Con le pillole, lui. – Volano sonori cazzotti e Oscar termina gambe all’aria dentro una pozza  lordandosi l’abito bianco. Bebe viene colpita e infarinata da una pillola sparatagli contro. Sulla piazza, gli uomini al riparo da ogni pioggia sotto la tettoia del bar, hanno seguito la scena. Ridono e si divertono, in fondo anche questa volta non c’è stata la tempesta.

Io, venditore girovago di pillole fatte con la creta e il malto, ho assistito alla cagnara dalla stanza di Amina, la ragazza araba adottata dai gestori di quella unica pensione del paese. Sto con lei fino a quando torna la calma e un nuovo chiarore indica la fine del temporale. La campagna, da poco risvegliata dalla primavera e salvata dalle insidie per merito del duplice rito, è pronta a dare i suoi frutti e così pure io riparto.  M’incammino, seguendo il sentiero del temporale, verso altre piazze e vecchie e scemi.

Seguo il fulmine, la saetta, il tuono. Loro anticipano l’arrivo del venditore di pillole, quelle fatte con la creta e con il malto.

Da: Pillole e altre Fantasie di Dino Durigatto - Campanotto Editore - Zeta Narrativa 105 1997