Il gatto, il mulino e il lago.

Scena Uno · Una quieta sera di fine estate, minacciata da alcune nuvole ancora lontane ma sufficienti per accendere d’arancione quei raggi di sole che entrano brillanti dentro la stanza dove un uomo sta parlando al telefono mentre si ode l’insistente miagolio di un gatto.

– Scusami un attimo. Non riattaccare. Devo aprire la porta al gatto.

– Vai pure, ma lo sai che è matto?

– Eccomi, è entrato. Si, lo so che pare matto. Era fuori e c’era un altro gatto, si guardavano strani.

– Lo sai che i gatti bianchi sono strani?

– Eh già, devi vedere quelli neri.

– I gatti bianchi fanno gli agguati alle gambe quando cammini.

– I tigrati saltano sulle pareti. Quando scendono si fermano, rizzano le orecchie e riprendono a saltare sul muro del vecchio mulino.

Quale mulino?

– Questo. E’ qui da sempre. Lo vedo dalla finestra, lui, la sua ruota, la bella mugnaia e ascolto i suoi bei canti. I gatti lo sanno e si ritrovano nel mulino.

Sono proprio matti. I gatti.

– Sì, fanno ridere e… se fossero loro a muovere la ruota?

– Non ci sarebbero quei lieder.

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Scena due · Stessa stanza, l’uomo è sempre al telefono, ma ora è seduto davanti alla grande finestra dove s’intravede il profilo dei monti vicini. Un canto gentile si espande in sottofondo. Parla solo lui, preso da un emozionante ricordo riportatogli alla mente proprio da quel loro parlare sui gatti.

– Una sera guardavo in direzione del monte. Le nuvole correvano spinte dalle forze del cielo. Mio padre era lassù, con i suoi pennelli, i suoi compensati e i suoi reticoli proporzionali. Dipingeva paesaggi sereni. C’era sempre un albero grande in primo piano, spesso un salice, altre volte una quercia. La scena rappresentava un lago tranquillo con un piccolo paese lontano, sull’altra riva. In un angolo del prato, davanti al lago, dipingeva sempre un gatto ben seduto come solo loro sanno fare da perfetti, eleganti, vasi. Vedeva lontano quel gatto, come io guardavo le nubi grigie correre veloci nel mio cielo di pioggia. Portavano a mio padre la sua immagine e i pennelli.

Pioveva. Tante gocce cadevano frettolose formando rigagnoli chiari. L’autunno, improvvisamente era arrivato e con lui, colori di terra. Vidi cadere, tra le gocce, quelle tinte e osservai staccarsi le foglie dagli alberi dipinti da mio padre sui muri delle case. Poveri gatti, ritratti seduti sulla riva dei tanti laghi, chi avrà cura di loro?

– Sei straordinario. Lo sai, mi piace ascoltare il tuo pensiero.

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– Si, vado a terminare. Solo dopo, passato l’inteso ricordo descritto, mi trovai tra le mani due cose: un’ombra e una piccola fiamma. Che dovevo fare?

Avevo la luce e l’ombra della luce. Solo nelle mie mani. Nella sera dei gatti, con te che ancora mi ascolti, lontano da qui, dal vecchio mulino e della bella mugnaia.

(consiglio d'ascolto: Die Schöne Mullerin -La bella mugnaia -  musica di Franz Schubert)
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Treno dall’India a Tolmino, in una notte.

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Vi è, nel sogno, un celere cambio di scenari, persone e accadimenti privi di apparente continuità e logica. Questa eterogenea varietà sono la linfa del pensiero onirico, sempre piacevole, prima di chiudersi nell’incubo. Oppure, svegliandosi, finisce e non lo riprendi più. So di registi che cercano di ricordare le scene viste, meglio se assurde e prive di senso. E sono proprio le incredibili visioni dei nostri sogni quelle che tutti ricordiamo.

Anche quella mattina Nicola si era alzato alla solita ora di un giorno feriale. C’era buon tempo e dalla cucina sentiva sua madre che preparava le colazioni provocando quei rumori dignitosi del mattino, con il gorgoglio rotondo della Moka poco prima d’essere avvolti dall’aroma di caffè. Le semplici cose di tutti, ma quel giorno, Nicola si era alzato più sereno, merito di un bel sogno da raccontare subito a chi hai di fronte, sua madre Ester.

E – Eccoti. Buon giorno, vedo che siamo di buon umore oggi?

N – Sì, sarà  il sogno che ho fatto. Strano, ma bello, avrei voluto continuasse ancora.

E – Certo, è così che va con i sogni. Dai racconta, se son cose dicibili ad una madre.

N –  Bèh, casomai escludo ciò che non va. Ero su un treno, seduto nel mio scompartimento accanto al finestrino. Ci stavano altre quattro persone tranquille, due donne carine, una più anziana e un signore. Nel vederli  ebbi chiara la sensazione di essere in India, o meglio, su un vagone con degli indiani. Però anche l’odore dell’aria era densa di profumi speziati e contrastanti. Non capivo il loro parlare, non era importante, mi sentivo bene, come uno di loro. Certo, ero in India e mi ero lasciato trascinare dallo scorrere del paesaggio che rallentava ogni qualvolta il treno transitava, non nella stazione, ma bensì nel mezzo di un villaggio e la gente si appendeva come poteva al vagone. Una sensazione interessante, come essere sul bus, nelle strade affollate. E la gente, salutando, si avvicinava quanto poteva e il treno fischiava continuamente. Ci fu anche una sosta più lunga perché una mucca non voleva liberare i binari. Ci volle pazienza.

E – Divertente.  Sarai rimasto suggestionato dalla visione di un film sull’India, l’altra sera, credo, davano “Il treno per Darjeeling”.

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N – Non so, ma tutti abbiamo dentro un immaginario indiano. Così questa corsa lenta passava tra i campi e le fitte boscaglie fino a incontrare la gente nei loro mercati. E il treno, sui suoi binari, transitava. Giunti nei pressi di una grande collina le rotaie disegnavano un’ansa che non permetteva di vedere oltre. Il convoglio aveva aumentato la velocità, presto raggiunse la curva e questo permise di vedere come il paesaggio si stava modificando. Meno villaggi e mercati, si scorreva meglio; finalmente ci fermammo in una stazione vera. I passeggeri che salivano avevano abiti diversi, meno colorati e più tradizionali.

E – Vedi, la globalizzazione colpisce anche i sogni.

N – Alla ripartenza, nello scompartimento i viaggiatori erano tutti nuovi, niente più indiani. Anche gli odori, da un pezzo, non sapevano di spezie e le finestre stavano chiuse perché la temperatura era più fresca. Continuavo a guardare il paesaggio, il buio era ancora lontano. Chissà quale sarà la mia meta. Mi domandai, tanto era un sogno.

All’orizzonte vedevo chiari i profili di alte montagne. Dio mio, siamo sull’Himalaya! esclami. Stazione dopo stazione, salivano sempre più persone dai lineamenti e dai vestiti famigliari. Pure le lingue erano meno sconosciute. Allora sono le Alpi, sto tornando a casa!

Ora riconoscevo i luoghi. Ne ebbi conferma quando il treno si fermò alla stazione di Jesenice e un’antica targa con le scritte incise, diceva in tedesco: Ferrovia Transalpina 1901 Linz – Trieste.

C’era da stupirsi, prima ero nella regione di Darjeeling, poi chissà dove e adesso in Slovenia. Così pensavo mentre guardavo in giro e tutto scorreva lungo le valli amiche. Osservai con piacere il dolce lago di Bled venirmi incontro. Lo salutai, oramai si correva verso Bohinjska Bistrica e lì giunti il treno si fermò a lungo per un cambio di carrozze. Tra poco entreremo in una galleria lunga oltre sei km, intuì dal dialogare dei vicini. Meglio appisolarsi un po’. Subito dopo colsi l’entrata nel tunnel dal differente rumore di ferraglia. Aprì gli occhi, le luci si erano accese, i vetri riflettevano i nostri bagliori e l’antico percorso dava l’impressione di essere molto stretto. Si vedeva la roccia viva, mal levigata e non finiva mai. Come questo sogno di un viaggio senza approdo.

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La risposta venne alla fine della galleria, superata Podbrdo, eccoci a Most na Soči, con la sua piccola bella fermata, fatta proprio come s’immagina sia una  stazione Transalpina.

E – Most na Soči, (Santa Lucia di Tolmino). Pensa il caso. Nei sogni ci sono segni e disegni incomprensibili, ma pure congiungibili. Mia nonna, la tua bisnonna, che non hai conosciuto…

N – Quella che dicevi sempre fosse una strega? –

E – No, era una maga, vera. Lei era sempre in contatto mediatico con una signora russa che decise di andare a vivere proprio a Most na Soči. La bisnonna raccontava di questa donna importante i cui poteri erano molto forti, soprattutto per i disegni che interpretavano il futuro. Molte cose che diceva, puntuali si verificavano. Era nata a Kaliningrad, si chiamava Pelageya e gli piacevano i treni. Così incontrò tua bisnonna, intendo come medium, si era messa in contatto con lei per cercare notizie su un incidente ferroviario dove era coinvolto un suo conoscente. La maga la tranquillizzò e tutto risultò vero. Da quella volta furono sempre unite.

Nel 1920, centoventi anni fa, adesso siamo nel 2040, Pelageya  si trovava a Linz per un viaggio sorpresa  lungo la nuova ferrovia che portava fino a Trieste, campo Marzio. La stessa ferrovia del tuo sogno. E quando giunse a  Most na Soči (presso Tolmino, in Slovenia) , nessuno sa perché, decise di fermarsi a vivere lì. Secondo la bisnonna lei aveva sentito energie importanti appena giunta in quella valle. Vuoi dalla confluenza di quelle acque, da quella ferrovia che esce dal lungo tunnel, nel tempo s’avvereranno cose belle. Quelle che serviranno a rendere migliore ogni posto, semplicemente scavalcando le montagne perché nulla può fermare i passaggi di chi ha sete di conoscenza.

Nicola annuì. Rimase in silenzio, ma dentro, nuovi pensieri si accavallavano. Il sogno fatto era suo e si era svegliato appena giunti a quella stazione. Chissà se il viaggio continuava fino a fargli vedere tutto il bello che aveva intuito solo la maga Pelageya.

(ma questo si saprà tra un po').

Sui Musi, sudando vago tra i mirtilli

Una piccola grande storia di montagna, di una gita e di sudore; di una maglia stesa ad asciugare. Di quel che ci resta rientrando nella città dove le suole delle scarpe incontrano asfalto, pavimentazioni e qualche cortile di ghiaia.

Così, fino ad una nuova gita, ad altro sudare.

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Chi va là? (digitale su pvc 30 x30) trittico del M. Musi

A Ferragosto, quando le macchine fotografiche avevano il rullino da 12, 24 o 36 pose, pellicola negativa, a colori, per fare le stampe su carta, presso il negozio del fotografo; proprio in quei giorni caldi si andava, tutti insieme, alla gita in montagna. Lassù si stava al fresco dei boschi e all’approdo, dopo la salutare camminata, trovare la meritata sosta, l’acqua con il giusto ristoro, il prato e un’allegra, sincera, aria di festa.

Dice: “Si sta poco, da qui a raggiungere il pian dei mirtilli,  sotto il Cuel di Lanis. Ve ne sono tantissimi, nessuno passa a raccoglierli, quassù”.

Va bene, e ci avviammo. Lui era piuttosto esperto di quei sentieri e anche il passo si dimostrava quello di chi percorre spesso le vie montane. Ben diverso dal mio incedere occasionale, fatto di rado per  bisogno di sudare, espellere  tossine e crederci.

Dopo una breve salita attraversammo il piano in mezzo a piante di mirtilli, raccogliendone alcuni. Era davvero grande, tutto presso la cresta e laggiù, sempre più nitido, s’avvicinava il dente crudo del Lanis.

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Sogno e tempo (digitale su pvc 30×30) Trittico del M. Musi

“Allora hai pure le fotografie di quel Colle e di quei mirtilli?” –  Mi chiese cortese, Ofelia.

La macchina fotografica con il rullino… No, era rimasta al campo, qui a Casera Tesoaro, sotto la cima del monte Postoncicco.

Ero assai affaticato, dalle braghe alla maglia arancione, che sempre m’accompagnava nelle escursioni estive, tutto era madido di sudore. Finalmente potei cambiarmi quelli vesti e, asciutto, sentirmi meglio.

Buffe si presentavano le tante magliette stese su bastoni e sui cespuglio bassi, tra tutte, spiccava la maglia arancione: così viva, pareva scaturire nella luce di quel agosto speciale, tra massi di nuda roccia, alberi di faggio, fumo di un camino estivo e qualche ritorno di un eco non lontano.

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Maglia arancione al chiaro di luna (digitale su pvc 30×30) Trittico del M.Musi

“Stamperemo le foto e le vedremo tutti insieme”. Certo! Solo che un bel po’ di tempo dopo ci fu la sorpresa: sulle foto, anche belle e diverse… qua e là sui fondi apparivano particolari macchie di forma magmatica, si direbbe cosmica. Vuoi vedere che la pellicola, ferma in macchina da mesi e sotto il caldo, ha subito alterazioni nelle sue chimiche, tra i suoi sali laddove si formano le immagini latenti e noi, nulla possiamo fare.

Resta ancora vigile testimone di quella bella stagione, una maglia arancione stesa ad asciugare al sole di un meriggio di metà agosto, prima di ogni nostro rientrare nel normale e, come detto all’inizio, pronti ad un nuovo sudare.

Pillole

O come liberarsi dalla grandine.

Pillole. Costruisco pillole con la creta e il malto.

Sono pillole da portare alla gente delle valli, oltre il fiume, su un non più confine. Da quelle parti ne distribuisco parecchie. Nelle valli, si sa, la gente è grande di statura e laboriosa nei campi, nei boschi e nell’edilizia per coloro che non sono mai partiti. E le donne sono ancora più grandi, nella statura e nelle forme severe, ma hanno grandi occhi di scoiattolo a renderle dolci amanti.

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Ogni mese porto le mie pillole al farmacista del paese. A sua volta le vende a Oscar, un signore con le orecchie bucate che paga sempre in dollari, nonostante non abbia girato il mondo e non abbia un lavoro. Oscar è scemo, è ricco perché ha i dollari e dove li prenda nessuno lo sa. I carabinieri, mossi da dubbi, hanno indagato e tutto è risultato in ordine. In paese troppa ricchezza genera invidia e un po’ di comprensione per quel uomo considerato scemo perché fa cose diverse dagli altri. Infatti è il più grosso consumatore delle pillole. Ciò non significa che la mia specialità non sia valida, è la maniera in cui le usa Oscar ad essere , come dire, fuori prescrizione: carica il fucile con le pillole e va a caccia. Spara alle nuvole quando le vede minacciose e gonfie di tempesta.

Spara le pillole di creta e malto. Le nuvole colpite si rompono e al posto della cattiva grandine, piove. Piove su tutto a grandi scrosci. Oscar, tutto inzuppato, continua a sparare fintanto ha pillole in canna, fintanto le polveri non siano bagnate e il colpo fa cilecca. Allora smette e torna a casa – la più bella del paese – costruita con i dollari, certamente molto diversa da quella costruita dell’ultimo degli arricchiti.

Nel paese, come in tutti i luoghi, c’è anche una vecchia signora vestita di nero. Se ne sta seduta su una pietra, avvolta nel scialle del suo tempo e della pioggia presa. Bebe non ha i dollari, la sua casa è semplice e i suoi lineamenti sono slavi, ma non è per questo che pure lei spesso viene derisa dai paesani.

Tra Oscar lo scemo e Bebe la vecchia vige da sempre una rivalità capace di far divertire tutti quanti. Lo scemo ha i capelli ricci e i dollari gli escono dal taschino del suo abito chiaro. Bebe ha settant’anni consumati nelle mani e nello spirito con un triste ricordo: laggiù nella risiera di San Sabba, a Trieste. Ora tiene sempre un velo di seta nero sul capo e le rughe del viso contrastano solo un poco sull’abito nero ornato da un pizzo scuro.

Oscar, vestito di bianco, spara pillole di creta e malto alle nuvole tempestose. Bebe, vestita di nero, brucia rametti d’ulivo sulla pietra del suo uscio.  Questa è la loro continua sfida. S’incontrano quanto minaccia grandine e scoppia sempre baruffa perché entrambi ritengono di sapere benissimo come bloccare la tempesta. Con il fumo dell’ulivo benedetto lei. Con le pillole, lui. – Volano sonori cazzotti e Oscar termina gambe all’aria dentro una pozza  lordandosi l’abito bianco. Bebe viene colpita e infarinata da una pillola sparatagli contro. Sulla piazza, gli uomini al riparo da ogni pioggia sotto la tettoia del bar, hanno seguito la scena. Ridono e si divertono, in fondo anche questa volta non c’è stata la tempesta.

Io, venditore girovago di pillole fatte con la creta e il malto, ho assistito alla cagnara dalla stanza di Amina, la ragazza araba adottata dai gestori di quella unica pensione del paese. Sto con lei fino a quando torna la calma e un nuovo chiarore indica la fine del temporale. La campagna, da poco risvegliata dalla primavera e salvata dalle insidie per merito del duplice rito, è pronta a dare i suoi frutti e così pure io riparto.  M’incammino, seguendo il sentiero del temporale, verso altre piazze e vecchie e scemi.

Seguo il fulmine, la saetta, il tuono. Loro anticipano l’arrivo del venditore di pillole, quelle fatte con la creta e con il malto.

Da: Pillole e altre Fantasie di Dino Durigatto - Campanotto Editore - Zeta Narrativa 105 1997

25|3|28| Centro Salute cinese Ci.Zimò, prealpi Giulie

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rendering simulazione Casetta villaggio Ci-Zimò®

Herald Friul non ha potuto, come promesso, dare maggiori approfondimenti sulla realizzazione del centro salute Ci-Zimò® a causa dell’episodio qui riportato, che – di fatto – si è dimostrato  positivo per tutti.

Scena: la gendarmeria di Gemona del Friuli. Mercoledì 25 marzo 2028. Ufficio del maresciallo Cesare Della Riviera. Presenti perché convocati – cortesemente – a fornire informazioni: il signor Iago Bidibà, interprete, il signor Li-Po Huan capo-progetto Centro salute CI-Zimò®. Due redattori del quotidiano digitale Herald Friul, il sottoscritto e Junior. Presente all’incontro il vice presidente della Collegiale Julie.

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Area interessata

Il maresciallo  Della Riviera subito ribadisce i motivi dell’incontro.

Vi ringrazio di aver accolto favorevolmente questo invito. Sapete già qual è il motivo dell’interessamento, serve a fugare ogni dubbio residuo sulla questione del Centro Ci-Zimò, dopo la pubblicazione della notizia su Herald Friul che ha scatenato una notevole quantità di richieste da parte dei residenti nell’area e della zona interessata. O altri soggetti che chiedevano e ponevano interrogativi vari.

Io e i nostri ufficiali, ci siamo messi in contatto con l’ufficio tecnico della municipalità interessata. Ripetute volte ci hanno detto che tutto era ed è in ordine. Sarà costruito il Centro da una società mista-friulana avente capitale cinese e la partecipazione di quote da parte dei proprietari del bosco messo a disposizione.

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Ma, capite signori, che seppur le carte e le burocrazie siano in ordine, molti si chiedono se non si nasconda altri fini, soprattutto altri usi, visto anche la naturale collocazione dell’attività in un bosco. Insomma, se dietro questo progetto vi siano mercificazioni occulte.

Il signor Huan, che attendeva da tempo questo momento, non vedeva l’ora di spiegare per bene ogni cosa. Chiede al traduttore Iago Bidibà di scandire bene, una alla volta, le sue frasi e iniziò la sua pertinente esposizione.

Huan parla rivolgendosi al maresciallo, Bidibà traduce.

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– Per noi, per il mio Paese  questo progetto è un momento di verifica su come le antiche conoscenze mediche cinesi  possano essere valide in un contesto geografico opposto. Il luogo scelto, oltre ai miei personali ricordi affettivi, è proprio una piccola valle semi abbandonata, dimenticata dai passaggi della vostra storia recente. Un ambiente idoneo dove i nostri esperti provino le loro teorie. Capisco il pensiero dettato dai luoghi comuni a riguardo di noi cinesi e degli altri. Sappiamo che sono retaggi spesso che vanno superati con la realtà dei fatti.

Capisco pure che le sacche dell’ignoranza sono ampie e capaci di  portare molti pensieri deboli. Questi raggiungono facilmente la mente di chi pensa che “da fuori” vengano a portare via chissà cosa.

Il nostro progetto è quanto di meglio questa valle potesse sperare. Ricordo, abbiamo una menzione speciale per questa idea, ricevuta dalla Fondazione per il Protocollo di Malmoe.

In particolare – come certamente sapete – dal 2026 anche qui è entrata in vigore la legge sulle proprietà terriere in aree depresse e montane. Dice: i proprietari dei fondi che non praticano la manutenzione dei boschi, devono provvedere tramite il pagamento delle aziende preposte a tale scopo, o alienare la proprietà, o semplificarne l’assetto attraverso un atto privato che regoli le parti dei familiari aventi diritto ecome abbiamo fatto noiconferire i terreni alle attività rientranti nel protocollo di Malmoe.

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lo stato d’abbandono, lungo la strada (foto B.P. archivio del 2016)

Tra le altre, certamente sapete che il protocollo prevede la massima protezione ambientale. Utilizzo di risorse primarie locali, energia sostenibile, impatto ambientale a soglia 002. Le costruzioni devo essere fatte con materiali eco sostenibili, riciclabili e organici alle peculiarità del territorio. Queste sono le caratteristiche con le quali si è affrontato questo progetto che – alla fine –  avrà un investimento di  tre milioni di euro.

E’ il costo di un carro armato Leopard! – interrompe il cronista Junior del Herald Friul – Lo so perché ho seguito un caso dove si parlava di costi uguali.

– Va bene – riprese il signor Huan, mentre il maresciallo e pure il vice presidente della Collegiale Julie, erano assai attenti. Così il traduttore Bidibà poté riprendere fiato e bere dell’acqua fresca, prima di ricominciare.

Cerco di essere veloce, caso mai mi farete domande alla fine, ma ho poco da aggiungere. Il progetto si realizzerà in due momenti distinti. Il primo è quello che andremo ad iniziare presto e poi – se tutto procederà come dallo studio imprenditoriale – ci sarà un ampliamento.

Così dicendo apre la cartella, sparge sul tavolo i disegni del progetto e  scatta l’attenzione di tutti. Notiamo subito la particolare bellezza del progetto. Il più entusiasta pare proprio il maresciallo. Junior scatta le foto, il signor Huam chiede a Bidibà che s’informi sul perché nessuno di quei signori abbia mai visto i progetti che  da oltre un anno sono a disposizione.

Certo –  dice il maresciallo con fare bonario – a noi queste cose le presentano solo dopo, spesso quando cominciano i guai. Come accadeva al tempo delle grandi corruzioni. Oppure, come adesso, quando le invidie e le paure locali… si fanno sentire.

I Balcani, la Bosnia e Fabio

Presso una ditta di pompe funebri, Fabio (e non solo) impara una storia di guerra sconosciuta.

Un qualsiasi mercoledì, tra i programmi delle cose da fare: passare a saldare l’ultima parte della spesa per un funerale.

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Puntuale giunsi alla sede della ditta di pompe funebri creditrice che stava proprio sulla piazza con ampio parcheggio. Non era un luogo d’allegria, ma pur sempre un posto di passaggi, di migrazioni. Come le salette di una stazione, anche queste non sono gioiose, dipende da chi giunge e da chi parte.
Erano questi i miei pensieri mentre osservavo le bare lucide e incerate, le epigrafi campionario e altre curiosità d’inusitata malinconia, in attesa di conferire.

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La bella signora delle pompe funebri s’intratteneva con un ragazzo, figlio di una sua carissima amica. Io, inevitabilmente, ascoltavo la donna chiedergli come si trovava in missione. Fabio, detto Gerico, aveva fatto “domanda” nell’esercito, con l’intento di essere destinato in una operazione all’estero. Erano, ma lo sono ancora, anni nei quali l’offerta in quel senso non mancava, anzi una ricca retorica ne favoriva gli sviluppi. Fabio era rientrato, per un congedo, dalla Bosnia dove ancor oggi, dopo oltre vent’anni dalla fine delle ostilità belliche, ci sta un presidio militare dell’Onu. Col tempo i pericoli erano diminuiti e si guadagnavano tanti soldi. All’inizio – raccontava il ragazzo – era dura a causa delle mine e dei bossoli delle cartucce tossiche, ma adesso era tutto normalizzato.

Con i primi guadagni si era preso una  grossa auto e poi, col perdurare della missione, stava ultimando la casa sulla collina.

– E com’è oggi?- chiese la signora.

– Miseria e niente, vivono come era da noi una volta, con le galline nel cortile. Molti vanno a fare i manovali all’estero.

– E cosa dicono di noi italiani? Devi sapere che mio padre era stato nei Balcani prima e durante l’ultima guerra, aveva tante fotografie e ci raccontava dei palikuca, i “bruciatetti”, così le popolazioni civili chiamavano gli italiani.

– Erano brutti tempi – continuava la signora che si era lasciata trasportare dai racconti fatti da suo padre, soldato del Regio Esercito italiano nell’occupazione dei balcani dal 1940 al ’43.

http://it.chekmezova.com/storia_contemporanea_dal_xx_secolo_a_oggi-pdf_download/l_occupazione_italiana_dei_balcani_crimini_di_guerra_e_mito_della_brava_gente_1940_1943__275808.html

– Sai, ti racconto queste cose perché sono poco note e tu tornerai laggiù, dove la storia la imparano in modo diverso dal nostro. Il ragazzo restò attento a quella narrazione e non solo per cortesia, stesso valeva per me, entrambi non sapevamo nulla.

Al fine giunse il mio momento di saldare il conto e incuriosito dal cognome che si leggeva su una targhetta chiesi conferma se si trattasse di persona a me nota e scomparsa da poco. Si, mi confermò la bella signora delle pompe funebri, era il padre di Viridiana, mancato dopo una malattia a suo dire riscontrata da qualche parte del mondo dove si recava per bonificare terreni minati.

* Davide Conti, L’occupazione italiana dei balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943) Odradek edizioni.

Cuore di carta per scaldarsi

Due brevi incontri con la  tradizione popolare e la macerazione della carta per fare un libro o balle da fuoco. (Agosto 1997)

 CUORE DI CARTA

Dal tempo della gioventù ho chiaro il ricordo di una vecchia signora:  Domenica. Un nome poco rispecchiante di come a noi  bambini appariva: cattiva, con un cipiglio duro come quel ghigno che poco si addiceva a un giorno di festa.

Lei non buttava via nulla, tutto poteva ritornare utile (e il consumismo era da poco iniziato). Nel suo cortile, sopra una cassetta di legno, metteva ad asciugare delle belle balle di carta. Avevano un diametro variabile da 10 a 15 centimetri. Suo nipote mi disse che nel fienile ce n’era una grossa come un pallone. E noi, che di palloni buoni ne avevamo pochi, sognavamo la palla di carta.

Mi chiedevo a cosa servissero quelle sfere, non osavo però chiederlo a nessuno. Come fosse una colpa non saperne l’uso. Accadde, col tempo, di vederne molte altre di queste balle anche in altre case. Ricordo anche mia madre intenta ad appallottolare fogli di giornale per bombare e dare forma alle scarpe, ma allora quante scarpe avevano in quella casa? Pensavo sbagliando.

La spiegazione, infine, si rivelò facile e pratica: i giornali, le riviste e la carta non venivano mai buttati via. Si stracciavano le pagine, si bagnavano per renderle malleabili, si appallottolavano per dare consistenza, si asciugavano al sole. E d’inverno si mettevano sul fuoco, vicino a un buon legno per allungarne il calore.

Quanto lavoro, quale artigiana manipolazione e macerazione, per ottenere un beneficio, per stare meglio quando le avversità minacciano.

https://youtu.be/YbU9FRS9yOc

filmato su come si fanno le Balle di Carta

LUCE DI CARTA

Solo carta, con le sue grammature mobili, capaci di darci trasparenze esotiche di veli d’oriente, o cartone robusto ricco di bianco cotone.

Lo spessore e la voglia di entrare nella sua fibrosa materia fino a scoprire tonalitá appena variate dal bianco a un altro bianco.

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La luce, esterna al foglio appeso senza i limiti del confine di una cornice, entra negli impasti, si rallenta sui frammenti incollati, sfuma nei chiaroscuri della materia che la ostacola.

Elementi di una tradizione secolare: carte, colle, macerazione, luce, patina del tempo, con il bisogno di uscire dal ghetto per sconfiggere la grande paura dell’artista, del poeta e dello studente di fronte al foglio bianco e del suo “che fare?”.

Altrove queste materie servono a costruire libri di carta. Veri tomi da sfogliare senza alterazioni della scrittura e dell’immagine. Svuotato il contenuto che ci si attende, ovvero un libro scritto con parole, le pagine non appaiono mai bianche, mai vuote. Matericità vellutate, spessori deboli, solchi incisi, grumi di cellulosa, resti di caolino, bordure sfilacciate ci invitano ad usare molta cautela nel girare le pagine.

Oggi tecnologie virtuali, digitalizzate, supporti e onde magnetiche, telefonia e fibre ottiche, aumentano gli usi della parola, della sua archiviazione.

libri fatti di carta sono sempre pronti a riempire il nostro futuro con i valori migliori dei secoli di storia. Annusiamoli, tocchiamoli e conosciamoli.