25|3|28| Centro Salute cinese Ci.Zimò, prealpi Giulie

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rendering simulazione Casetta villaggio Ci-Zimò®

Herald Friul non ha potuto, come promesso, dare maggiori approfondimenti sulla realizzazione del centro salute Ci-Zimò® a causa dell’episodio qui riportato, che – di fatto – si è dimostrato  positivo per tutti.

Scena: la gendarmeria di Gemona del Friuli. Mercoledì 25 marzo 2028. Ufficio del maresciallo Cesare Della Riviera. Presenti perché convocati – cortesemente – a fornire informazioni: il signor Iago Bidibà, interprete, il signor Li-Po Huan capo-progetto Centro salute CI-Zimò®. Due redattori del quotidiano digitale Herald Friul, il sottoscritto e Junior. Presente all’incontro il vice presidente della Collegiale Julie.

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Area interessata

Il maresciallo  Della Riviera subito ribadisce i motivi dell’incontro.

Vi ringrazio di aver accolto favorevolmente questo invito. Sapete già qual è il motivo dell’interessamento, serve a fugare ogni dubbio residuo sulla questione del Centro Ci-Zimò, dopo la pubblicazione della notizia su Herald Friul che ha scatenato una notevole quantità di richieste da parte dei residenti nell’area e della zona interessata. O altri soggetti che chiedevano e ponevano interrogativi vari.

Io e i nostri ufficiali, ci siamo messi in contatto con l’ufficio tecnico della municipalità interessata. Ripetute volte ci hanno detto che tutto era ed è in ordine. Sarà costruito il Centro da una società mista-friulana avente capitale cinese e la partecipazione di quote da parte dei proprietari del bosco messo a disposizione.

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Ma, capite signori, che seppur le carte e le burocrazie siano in ordine, molti si chiedono se non si nasconda altri fini, soprattutto altri usi, visto anche la naturale collocazione dell’attività in un bosco. Insomma, se dietro questo progetto vi siano mercificazioni occulte.

Il signor Huan, che attendeva da tempo questo momento, non vedeva l’ora di spiegare per bene ogni cosa. Chiede al traduttore Iago Bidibà di scandire bene, una alla volta, le sue frasi e iniziò la sua pertinente esposizione.

Huan parla rivolgendosi al maresciallo, Bidibà traduce.

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– Per noi, per il mio Paese  questo progetto è un momento di verifica su come le antiche conoscenze mediche cinesi  possano essere valide in un contesto geografico opposto. Il luogo scelto, oltre ai miei personali ricordi affettivi, è proprio una piccola valle semi abbandonata, dimenticata dai passaggi della vostra storia recente. Un ambiente idoneo dove i nostri esperti provino le loro teorie. Capisco il pensiero dettato dai luoghi comuni a riguardo di noi cinesi e degli altri. Sappiamo che sono retaggi spesso che vanno superati con la realtà dei fatti.

Capisco pure che le sacche dell’ignoranza sono ampie e capaci di  portare molti pensieri deboli. Questi raggiungono facilmente la mente di chi pensa che “da fuori” vengano a portare via chissà cosa.

Il nostro progetto è quanto di meglio questa valle potesse sperare. Ricordo, abbiamo una menzione speciale per questa idea, ricevuta dalla Fondazione per il Protocollo di Malmoe.

In particolare – come certamente sapete – dal 2026 anche qui è entrata in vigore la legge sulle proprietà terriere in aree depresse e montane. Dice: i proprietari dei fondi che non praticano la manutenzione dei boschi, devono provvedere tramite il pagamento delle aziende preposte a tale scopo, o alienare la proprietà, o semplificarne l’assetto attraverso un atto privato che regoli le parti dei familiari aventi diritto ecome abbiamo fatto noiconferire i terreni alle attività rientranti nel protocollo di Malmoe.

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lo stato d’abbandono, lungo la strada (foto B.P. archivio del 2016)

Tra le altre, certamente sapete che il protocollo prevede la massima protezione ambientale. Utilizzo di risorse primarie locali, energia sostenibile, impatto ambientale a soglia 002. Le costruzioni devo essere fatte con materiali eco sostenibili, riciclabili e organici alle peculiarità del territorio. Queste sono le caratteristiche con le quali si è affrontato questo progetto che – alla fine –  avrà un investimento di  tre milioni di euro.

E’ il costo di un carro armato Leopard! – interrompe il cronista Junior del Herald Friul – Lo so perché ho seguito un caso dove si parlava di costi uguali.

– Va bene – riprese il signor Huan, mentre il maresciallo e pure il vice presidente della Collegiale Julie, erano assai attenti. Così il traduttore Bidibà poté riprendere fiato e bere dell’acqua fresca, prima di ricominciare.

Cerco di essere veloce, caso mai mi farete domande alla fine, ma ho poco da aggiungere. Il progetto si realizzerà in due momenti distinti. Il primo è quello che andremo ad iniziare presto e poi – se tutto procederà come dallo studio imprenditoriale – ci sarà un ampliamento.

Così dicendo apre la cartella, sparge sul tavolo i disegni del progetto e  scatta l’attenzione di tutti. Notiamo subito la particolare bellezza del progetto. Il più entusiasta pare proprio il maresciallo. Junior scatta le foto, il signor Huam chiede a Bidibà che s’informi sul perché nessuno di quei signori abbia mai visto i progetti che  da oltre un anno sono a disposizione.

Certo –  dice il maresciallo con fare bonario – a noi queste cose le presentano solo dopo, spesso quando cominciano i guai. Come accadeva al tempo delle grandi corruzioni. Oppure, come adesso, quando le invidie e le paure locali… si fanno sentire.

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I Balcani, la Bosnia e Fabio

Presso una ditta di pompe funebri, Fabio (e non solo) impara una storia di guerra sconosciuta.

Un qualsiasi mercoledì, tra i programmi delle cose da fare: passare a saldare l’ultima parte della spesa per un funerale.

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Puntuale giunsi alla sede della ditta di pompe funebri creditrice che stava proprio sulla piazza con ampio parcheggio. Non era un luogo d’allegria, ma pur sempre un posto di passaggi, di migrazioni. Come le salette di una stazione, anche queste non sono gioiose, dipende da chi giunge e da chi parte.
Erano questi i miei pensieri mentre osservavo le bare lucide e incerate, le epigrafi campionario e altre curiosità d’inusitata malinconia, in attesa di conferire.

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La bella signora delle pompe funebri s’intratteneva con un ragazzo, figlio di una sua carissima amica. Io, inevitabilmente, ascoltavo la donna chiedergli come si trovava in missione. Fabio, detto Gerico, aveva fatto “domanda” nell’esercito, con l’intento di essere destinato in una operazione all’estero. Erano, ma lo sono ancora, anni nei quali l’offerta in quel senso non mancava, anzi una ricca retorica ne favoriva gli sviluppi. Fabio era rientrato, per un congedo, dalla Bosnia dove ancor oggi, dopo oltre vent’anni dalla fine delle ostilità belliche, ci sta un presidio militare dell’Onu. Col tempo i pericoli erano diminuiti e si guadagnavano tanti soldi. All’inizio – raccontava il ragazzo – era dura a causa delle mine e dei bossoli delle cartucce tossiche, ma adesso era tutto normalizzato.

Con i primi guadagni si era preso una  grossa auto e poi, col perdurare della missione, stava ultimando la casa sulla collina.

– E com’è oggi?- chiese la signora.

– Miseria e niente, vivono come era da noi una volta, con le galline nel cortile. Molti vanno a fare i manovali all’estero.

– E cosa dicono di noi italiani? Devi sapere che mio padre era stato nei Balcani prima e durante l’ultima guerra, aveva tante fotografie e ci raccontava dei palikuca, i “bruciatetti”, così le popolazioni civili chiamavano gli italiani.

– Erano brutti tempi – continuava la signora che si era lasciata trasportare dai racconti fatti da suo padre, soldato del Regio Esercito italiano nell’occupazione dei balcani dal 1940 al ’43.

http://it.chekmezova.com/storia_contemporanea_dal_xx_secolo_a_oggi-pdf_download/l_occupazione_italiana_dei_balcani_crimini_di_guerra_e_mito_della_brava_gente_1940_1943__275808.html

– Sai, ti racconto queste cose perché sono poco note e tu tornerai laggiù, dove la storia la imparano in modo diverso dal nostro. Il ragazzo restò attento a quella narrazione e non solo per cortesia, stesso valeva per me, entrambi non sapevamo nulla.

Al fine giunse il mio momento di saldare il conto e incuriosito dal cognome che si leggeva su una targhetta chiesi conferma se si trattasse di persona a me nota e scomparsa da poco. Si, mi confermò la bella signora delle pompe funebri, era il padre di Viridiana, mancato dopo una malattia a suo dire riscontrata da qualche parte del mondo dove si recava per bonificare terreni minati.

* Davide Conti, L’occupazione italiana dei balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943) Odradek edizioni.