Cuore di carta per scaldarsi

Due brevi incontri con la  tradizione popolare e la macerazione della carta per fare un libro o balle da fuoco. (Agosto 1997)

 CUORE DI CARTA

Dal tempo della gioventù ho chiaro il ricordo di una vecchia signora:  Domenica. Un nome poco rispecchiante di come a noi  bambini appariva: cattiva, con un cipiglio duro come quel ghigno che poco si addiceva a un giorno di festa.

Lei non buttava via nulla, tutto poteva ritornare utile (e il consumismo era da poco iniziato). Nel suo cortile, sopra una cassetta di legno, metteva ad asciugare delle belle balle di carta. Avevano un diametro variabile da 10 a 15 centimetri. Suo nipote mi disse che nel fienile ce n’era una grossa come un pallone. E noi, che di palloni buoni ne avevamo pochi, sognavamo la palla di carta.

Mi chiedevo a cosa servissero quelle sfere, non osavo però chiederlo a nessuno. Come fosse una colpa non saperne l’uso. Accadde, col tempo, di vederne molte altre di queste balle anche in altre case. Ricordo anche mia madre intenta ad appallottolare fogli di giornale per bombare e dare forma alle scarpe, ma allora quante scarpe avevano in quella casa? Pensavo sbagliando.

La spiegazione, infine, si rivelò facile e pratica: i giornali, le riviste e la carta non venivano mai buttati via. Si stracciavano le pagine, si bagnavano per renderle malleabili, si appallottolavano per dare consistenza, si asciugavano al sole. E d’inverno si mettevano sul fuoco, vicino a un buon legno per allungarne il calore.

Quanto lavoro, quale artigiana manipolazione e macerazione, per ottenere un beneficio, per stare meglio quando le avversità minacciano.

https://youtu.be/YbU9FRS9yOc

filmato su come si fanno le Balle di Carta

LUCE DI CARTA

Solo carta, con le sue grammature mobili, capaci di darci trasparenze esotiche di veli d’oriente, o cartone robusto ricco di bianco cotone.

Lo spessore e la voglia di entrare nella sua fibrosa materia fino a scoprire tonalitá appena variate dal bianco a un altro bianco.

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La luce, esterna al foglio appeso senza i limiti del confine di una cornice, entra negli impasti, si rallenta sui frammenti incollati, sfuma nei chiaroscuri della materia che la ostacola.

Elementi di una tradizione secolare: carte, colle, macerazione, luce, patina del tempo, con il bisogno di uscire dal ghetto per sconfiggere la grande paura dell’artista, del poeta e dello studente di fronte al foglio bianco e del suo “che fare?”.

Altrove queste materie servono a costruire libri di carta. Veri tomi da sfogliare senza alterazioni della scrittura e dell’immagine. Svuotato il contenuto che ci si attende, ovvero un libro scritto con parole, le pagine non appaiono mai bianche, mai vuote. Matericità vellutate, spessori deboli, solchi incisi, grumi di cellulosa, resti di caolino, bordure sfilacciate ci invitano ad usare molta cautela nel girare le pagine.

Oggi tecnologie virtuali, digitalizzate, supporti e onde magnetiche, telefonia e fibre ottiche, aumentano gli usi della parola, della sua archiviazione.

libri fatti di carta sono sempre pronti a riempire il nostro futuro con i valori migliori dei secoli di storia. Annusiamoli, tocchiamoli e conosciamoli.

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Grazie alla scommessa, il tunnel di Sella Carnizza unisce genti e valli.

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Come sarà il tunnel presso Musi - rendering (Lusevera - Ud)
Speciale anteprima in esclusiva  Herald Friul – 1 Novembre 2035

Come arrivano i soldi per fare il traforo – I carri armati Leopard per fare la galleria di Sella Carnizza per unire le valli di Resia, di Lusevera (Udine) e di Bovec (Slovenia) 


Una galleria di 2 km e un riassetto viario collegheranno il bacino del Tagliamento con il bacino dell'Alto Isonzo. Grandi opportunità per la valle di Resia, l'Alta Val Torre e Bovec.

Firmato a Roma dal Ministro delle Infrastrutture Attinio Regolo e dal Ministro degli Interni con delega per le Forze Armate Piera Bornia, il progetto esecutivo dei lavori di sistemazione viaria di collegamento e di sviluppo del valico internazionale di Uccea (Alto Friuli Orientale, distretto Udine).

Alla presentazione del progetto erano presenti tutti i rappresentanti dei paesi coinvolti, in particolare il console della Slovenia Franzo Laibach, della Comunità Europea per lo sviluppo delle relazioni ex trans frontaliere e il generale Giovanni Panteo Barocci, patrocinatore del progetto stesso in quanto conoscitore della realtà delle valli da lui frequentate dal 2005 al 2025.

L’auspicata firma esecutiva, che dà  – di fatto – l’avvio ai cantieri, era attesa entro il prossimo anno. Oramai però vediamo spesso ridursi i tempi delle procedure degli appalti grazie alla oramai nota legge sul Risparmio Burocratico, che da alcuni anni sta modificando la fisionomia dell’intero sistema paese. Cambiamenti profondi che hanno coinvolto ampi strati sociali e il governo sta spingendo proprio i grandi lavori pubblici con il duplice obiettivo di rinnovare con nuove infrastrutture il territorio e trovare forme occupazionali per i tanti lavoratori (di ampie professionalità) che per i noti motivi del cambiamento dei mercati e della gestione degli stessi, ha perso il posto di lavoro.

Questo aspetto generale si è collegato pienamente alle motivazioni sul perché del progetto di riqualificazione della viabilità del valico di Uccea. Come ci riferisce proprio il generale Giovanni Panteo Barocci, tutto parte dal fatto di collegare ciò che per troppo tempo è stato tenuto staccato e per quanto è storicamente accaduto nel secolo ‘900. Guerre, confini, cortina di ferro. Diciamo che finalmente, per queste terre, è arrivato il giusto risarcimento, non solo da parte dello Stato, ma anche dalla comunità internazionale.

Il traforo e i nuovi viadotti metteranno in collegamento i bacini del Tagliamento e dell’Isonzo in un punto geografico composto di valli strette e di scarsi traffici. Però è proprio aprendo nuove vie d’accesso, anche laddove pare ci sia scarso passaggio, che si determinano le condizioni per forti cambiamenti.

Seconda Parte

Il traforo di Sella Carnizza per unire le valli di Resia, di Lusevera (Udine) e di Bovec (Slovenia)

H.F - 7 novembre 2035 - Abbiamo già riferito su quanto il governo italiano ha legiferato attorno al progetto che prevede il traforo di Sella Carnizza e dei nuovi viadotti che permetteranno di unire il bacino del fiume Tagliamento (Italia) con quello dell'Isonzo (Slovenia). L'impresa contiene delle progettualità fortemente orientate alla sperimentazione con l'obiettivo di creare sviluppo in maniera responsabile, ciò attenta alle peculiarità territoriali, ai nuovi consumi salutistici, alle nuove e future maniere di circolazione in un Europa dei popoli e dei territori dove gli unici confini sono quelli geografici.

SottoilViadotto_render1-kVXH--258x258@Edilizia_e_TerritorioImpresa non semplice e fortemente evocativa, questa messa in cantiere nelle valli prealpine friulane. Opera capace di “sbloccare”, grazie alle strade di collegamento, le eterne “valli chiuse” che circondano il massiccio del monte Canin. Opere che interessano, oltre ai due bacini già citati, i territori di Resia, Moggio U., Venzone, Tarcento, Lusevera, Taipana, Bovec e Caporetto.

Herald Friuli ha incontrato l’ingegner Thomas Zodl, giovane affermato professionista austriaco che la Comunità Europea ha nominato alla direzione dei lavori. (Ricordiamo che le grandi opere infrastrutturali con finanziamenti comunitari – vista la diffusa corruzione che ha piegato l’Italia fino alla fine degli anni ’20 di questo secolo – prevede la direzione tecnica estera e sotto stretta vigilanza della commissione preposta.)

L’ing. Thomas va subito al nocciolo della questione: l’intero costo di questo innovativo progetto è di 50 milioni di euro, di cui 30 sono impegnati per il traforo della galleria, lunga 2 km,  sotto il monte Zaiavor. Avrà una larghezza di 6 metri, consentirà l’agevole transito su corsie alternate e marciapiede d’emergenza sui lati. Saranno proprio i lavori per la galleria a partire già nei prossimi giorni e sarà completata in 3 anni (dicembre 2038).

Mi rendo conto – continua l’ing. Thomas –  che questa impresa può apparire folle, visto il contesto di degrado e spopolamento, soprattutto nella parte italiana. Ed è proprio per questo che la C.E. ha voluto vederci meglio e strutturare un progetto che guarda al futuro. Va detto, in Europa ci sono tante aree in condizioni simili ed estreme. Aver scelto le vostre valli  è una bella conquista. Parte del merito è dovuto al lavoro di valorizzazione esercitato dalgenerale Giovanni Panteo Barocci, che con ostinata perspicacia, ha fornito ampie motivazioni. In particolare – ed è importante – è stata la decisione di ridurre di una decina il numero dei nuovi carri armati Leopard da acquistare per l’esercito italiano e spostare quei soldi su questo progetto. Però di questo vi consiglio chiedere spiegazioni al generale stesso.

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Ultima cosa, ma importantissima, l’intero progetto contiene molti aspetti di sostenibilità ambientaleveramente inediti per questa realtà. Dico solo che tutto è progettato perfavorire sviluppo di fruizioni turistiche semplici, piste ciclabili, tre piccole aree sosta ricavate usando parti dei viadotti (Resia, Tanamea e Zaga), riqualificazioni di parti boschive, pulizia argini torrentizi e altro.

Chiediamo se ci sono state difficoltà con gruppi ambientalisti o altro. Risponde sempre l’ingegner Thomas Zodl che su questo fronte tutto è andato liscio, anzi i problemi sono stati con alcuni proprietari di boscaglie scoscese e pendenze rocciose. Terreni lasciati in perfetto abbandono da oltre settant’anni, ma adesso diventati importanti… Qui, a mio parere giustamente, la C.E. ha superato tutti facendo espropri saggi. Del resto – e chiude – qui oramai ci passano e ci vengono solo pochi appassionati, amanti del luogo. Sono proprio loro i nostri sostenitori, che aspettavano da generazioni, una speranza nuova per queste valli. Io ci credo, vedrete.

Terza Parte

Come arrivano i soldi per fare il traforo

Giovanni Panteo Barocci, il generale che si è prodigato per reperire i fondi economici, i permessi e altro per far decollare il progetto del traforo di Sella Carnizza, ha concesso ad Herold Friul, la storia vera di come è nata questa idea.Ha però voluto narrare i fatti al modo di una storia che qui 
riportiamo grazie alla penna di Giovanni Bianco Del Lago, oggi agente segreto ad Astana, nel Kazakistan.

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Quattro amici lasciarono le loro auto sul piazzale ghiaioso presso ponte Tanarmàn. Da lì, si incamminarono lungo la pista forestale che porta al fontanone Barmàn. Subito presero il sentiero che volgeva verso casera Planinizza e un po’ prima giunsero al capanno di caccia di Baldo, situato in un boschetto di faggi, a quota 890 metri, sotto le cime dei Musi. Capanno che sempre era a disposizione dei cacciatori purché lasciassero sempre provviste e tutto in ordine.

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Quel giorno, con loro ci stava pure un ospite importante, niente meno che un futuro generale, l’ ufficiale Giovanni Panteo Barocci, con lui i cacciatori del posto, Fedo Scufe, Gjelmo Noache, ospite di caccia, Gigi Furlan della riserva di Basagliapenta. “Roba della bassa, preparati che verremo a beccacce“,  gli strillavano i compagni – come sempre si fa – ironizzando sulle parche ricchezze faunistiche della sua riserva. Giù, nella bassa. Lui ribatteva elencando le reali difficoltà e quali doti servano per la caccia alle beccacce.
Il tempo però era scarso, dovevano fare in fretta. Nel primo pomeriggio il tempo si sarebbe guastato. Erano previste piogge. Così parlavano i bollettini meteo di quel 15 ottobre 2014, quassù sui pendii presso le Cime dei Musi, versante di Resia.

Giovanni Panteo Barocci aveva iniziato ad andare a caccia da quando, nel 2005, giunse in Friuli. Gli piaceva quell’ambiente d’intrigo che si creava con gli altri. Ammirava il clima particolare del prima, del durante e, soprattutto, del dopo battuta. A onor del vero, a lui, non piaceva sparare alle prede. Questo era un suo problema: abile nel lavoro militare che aveva scelto, ma però di sparare con qualsiasi mezzo non ne voleva parlare. Ragion per cui decise di fare subito carriera, onde garantirsi una debita distanza da possibili situazioni estreme e rudi. Tutti qui sapevano che a breve sarebbe diventato generale per meriti e con un ruolo molto importante nella direzione logistica per l’intera artiglieria.

Raggiunsero presto la capanna, predisposero le loro cose e alle 6,30 erano già avviati lungo la pista. Con loro pure il Cutj, il bracco bravo e simpatico di Gjelmo che, naso terra, li trascinava di gran fretta. Così, quasi trotterellando, scomparvero inghiottiti dalla boscaglia mattutina ammantata dai vapori della notte che lasciavano posto ai raggi del sole.

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La caccia non fu propizia. Durante la mattinata si sentirono echi di spari qua e là accompagnati da fischi e richiami che loro capivano. Era mezzogiorno quando, delusi, ritornarono al capanno di caccia, si capiva perché il campanile di Oseacco, preciso più o meno, scandiva le ore.
Come previsto, pure il tempo si stava velocemente guastando. Dense nubi si ammassavano tutt’intorno. Il gruppetto nel capanno era al riparo, con il fuoco acceso e tante provviste. Cucinarono con gusto il pranzo, mentre calorosamente continuavano a discernere sulle opportunità di cattura mancate. E la colpa, a turno, era di tutti.

Iniziò a piovere con tanta forza. Guardavano l’incedere degli scrosci dall’uscio e si preoccuparono. I telefoni cellulari, lì non avevano nessun segnale, nemmeno quello del prossimo generale. – Fa niente, staremo qui fin che passa, cibo e bevande non mancano. Stiamo tranquilli e aspettiamo che si calmi, poi vado sul picco qui sopra, a volte e si riesce a prendere segnale e avverto giù –. Disse il cacciatore Fedo e gli altri annuirono.

Così andò quella giornata, la battuta di caccia non portò nessuna preda, il tempo si guastò terribilmente e, quattro uomini e un cane, dovettero stare fermi, fino a non sappiamo quando, presso una dignitoso capanno alla mercé delle loro provviste. Fu proprio lì, in quel contesto estremo e ricercato, che si stava scrivendo una pagina fondamentale per il futuro di tutta la valle di Resia, della Valle del Torre e del Friuli intero. Sì, lassù quei quattro uomini e un cane decisero che bisognava fare una galleria utile a collegare questa valle troppo chiusa con uno sbocco migliore, sia a levante, Bovec e sia a ponente, oltre Resia e Moggio.

Quarta parte

I carri armati Leopard per fare la galleria

Il maltempo, per altro annunciato, si è dimostrato molto più forte di quanto previsto, ma nella capanna ci sono provviste, brande e giacigli dove stare protetti in attesa che tutto migliori.

La stufa scoppietta contenta e tra poco l’acqua per la pastasciutta raggiungerà l’ebollizione. Una bottiglia di cabernet sta aiutando tutti a riprendere forze, parole e tono.

Preoccupato per l’incedere costante della slavina, Fedo decide di uscire e raggiungere il punto dove sa che i telefoni portatili ricevono il  segnale utile per tranquillizzare chi li attende dicendo: Non preoccupatevi, siamo al riparo, ci fermiamo a dormire al capanno.

– Aspetta la pasta, poi andiamo insieme – suggerisce  Gjelmo.

– Va là, per quando è pronta son già tornato – risponde Fedo, certo che una volta fatta la telefonata si sarebbe sentito meglio. A casa saranno  tranquilli, soprattutto lui, così in pace, potrà godersi il meglio di quella compagnia.

Ha indossato una lunga mantella cerata con il cappuccio con falde ed esce veloce immergendosi subito tra i fitti scrosci di acqua che scorrono minacciosi lungo i pendi boschivi.

Nella calda stanza il fido Cutj sta accucciato aspettando il suo pasto, ogni tanto batte la coda sulle assi del pavimento. Gjelmo, controlla le pignatte, ogni tanto volge lo sguardo alla finestra e farfuglia parole incomprensibili.

Giovanni ascolta Gigi intento a rivolgergli domande su come si vive nell’esercito oggi, nel vivo della crisi economica, con i suoi tagli  in tutti i settori. Gli esempi di chi sta peggio, di chi se la cava sono molti, come il continuo picchiettare delle gocce insistenti, come la voce del bosco quando i suoi animali stanno nella tana, oppure fino a quando la porta del capanno si apre improvvisa. E’ Fedo Scufe, con la mantella che gronda, ma lui ride e dice: – Fatto! Elena avvisa le vostre donne e anche la caserma. Certo son caduti due grossi faggi là, verso il Clap de Strie-.

Bene – esclama Gjelmo, battendo il cucchiaio sulla  pignatta – sei giusto in tempo, la pasta è pronta. Tutti a tavola-.

Sì, è un piacere vedetavola-imbandita.jpgrli gustare pasta, pane, vino, salame formaggio e altro ancora. Isolati da una coltre spessa di burrasca, i quattro più un cane stanno bene a raccontare di loro, sfidando ogni destino.

-Dicevamo dei tagli, anche per l’esercito il governo ha imposto notevoli risparmi e con quelli dobbiamo orientarci e mantenere i programmi. Vedete, una nazione deve avere un esercito efficace e moderno. Non per reprimere, non per sparare o bombardare, solamente perché serve a dare senso al Paese.  Ad esempio, adesso proprio io mi sto occupando di una fornitura di 100 carri armati Leopard con torretta mobile. – Così Giovanni P. Barocci argomenta  con i commensali  che si dimostrano molto attenti. Ed èGjelmo che, grattandosi la basetta sinistra e arricciando il naso, chiede –  Ma quanto costa un carro armato?

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Il futuro generale risponde subito dicendo “dipende come è strutturato“, facendo degli esempi. Ma Gjelmo che è pratico lo interruppe di nuovo – Si, va ben, ma noi non dobbiamo comperarlo. Non perché non possiamo, ma perché non va bene per andare a caccia. –  Ridono e si alternano simpatici fraseggi – Beh, però staresti bene, tra i boschi, a caccia con il Leopard.-

– Già – riapre Giovanni, – possiamo dire che questi carri costano tre milioni e mezzo di euro l’uno e per come sono strutturati, credetemi, è un buon prezzo. L’ordine, se tutto va bene sarà, esecutivo per il 2025.- “Osti nade” – esclama Gigi Furlan – ma quanta roba è tre milioni d’euro! –

Vanno avanti ancora disquisendo tra carri pesanti e costi, intercalando frequenti brindisi, mentre la pioggia, incessante, sottolinea il loro discorrere.

– Dai, dai. Iniziamo una  partita di “Mora” e guai astenersi, vale per tutti. –Fedo lancia la sfida, sapendo di far cosa gradita a tutti. Liberano il tavolo, salvo bicchieri e bottiglia, quella della grappa.

Ben presto iniziano a tuonare le chiare esclamazioni friulane del gioco: tre, tre, sis, doi, mora. A turno uno entra, uno esce, uno segna i punti. Non si scappa,chi perde paga!

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La pioggia, intanto, scende avvolgendo il cantato ritmo del gioco, chi già perde troppo si ritira e dopo ben due ore restano a scontrarsi soloGiovanni e Gigi Furlan di Visepente. La grappa invece resiste, grazie ad una nuova fiaschetta posta sul tavolo daGjelmo, mentre sollecita il militare a mollare perché ormai non c’è più partita.

Non è mai facile coniugare orgoglio e ragione con l’alcool. Si va precisi verso la scommessa che però vale l’ultimo giro di “mora“.  A Gigi basta vincere, non servono scommesse, ma l’altro insiste e allora pone la condizione che sia qualche cosa di buono per questo  luogo, per questa valle. – Certamente –  conferma Giovanni, – non c’è problema. Se perdo ancora farò una grande cosa che resti nel tempo, per tutti voi friulani -.

Fedo e Gjelmo si guardano e scuotendo il capo bisbigliano – Dai finitela, non serve scommettere – e pur di porre fine alla questione aggiunge. – Per smuovere questa terra ci vorrebbe una strada nuova che ci porti oltre questi monti, verso l’Isonzo. Una galleria che vada di là-.

Anche la sconfitta di Giovanni al gioco della mora appariva in tutta la sua grandezza tanto da fargli ammettere – Va bene, ho perso e sono pronto a mantenere la promessa su quanto vuoi due avete ipotizzato-.

– Sei pazzo e ubriaco. Noi si scherzava. Per fare una cosa del genere dovresti ridurre il numero di Leopard per l’esercito e spostare qui i denari per fare una galleria… che non serve a niente -.

Ma Giovanni lo riprende – Perché, secondo voi cento carri armati in più a cosa servono? Anche a niente. Ci si può venire incontro. Cioè rinunciando a dieci Leopard possiamo spostare trenta milioni di euro per costruire una galleria e migliorare la strada. In fondo, inutili per inutile, chissà che invece accada qualche cosa-. I tre, e pure il cane, lo guardarono stupiti, sapevano che non scherza anche se la grappa, copiosa, aveva fatto il suo.

Così andò la non battuta di caccia, la partita e la scommessa mantenuta nata da una passione. E di come, quassù, in un capanno di caccia, in un giorno di pioggia troppo abbondante,  i confini dell’inutile siano labili.