La borsa a barchetta

Da Pillole e altre fantasia di Dino Durigatto - Campanotto Narrativa - Udine 1997

Il ragazzo dal nome che vuoi tu sta seduto sui gradini di pietra antica dell’uscio di casa e, stano, ha la testa all’ingiù.

La mamma, finito il suo turno in fabbrica, è tornata a casa e ha posato la sua bicicletta nera tra i gradini di pietra e il muro.

Non ci vorrà molto e la cena sarà in tavola. Si mangia. Esclama una voce uscita da una testa rovesciata poco prima che cominci la sera e orizzontali luci di sole tagliano i visi allungando le ombre sottili.

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La mamma si è comprata una borsa nuova, dice a forma di barchetta. Ha un sorriso chiuso, sufficiente a ringiovanirle il volto. Il ragazzo dal nome che vuoi tu la sta a guardare, sempre con la testa in giù.

Sul manubrio cromato della bicicletta nera invece è ancora appesa la fedele vecchia borsa  a forma di secchiello. La nuova è fatta di pelli colorate. Certo è capiente e curiosa, odora ancora di nuovo e di concia.

Forte impressione e tanto stupore prova il ragazzo dal nome che vuoi tu, nel vedere improvvisamente la borsa nuova a muoversi.

Prima è un solo fremito e poi, via, uno svincolarsi agitato e un ruotare freneticamente anomalo… per una borsa. E’ giovane, da poco conciata, nelle pelli vive incontrollato lo spirito selvaggio. E’ solo un cucciolo che si muove, si sente sola forse vuole raggiungere la sua compagna dalla forma a secchiello.

Il ragazzo dal nome che vuoi tu non ha più timore, ritorna sereno e, dal gradino di pietra antica, volge il capo verso quel raggio di sole venutogli incontro  al confine della sera.

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Il fantasma di casa.

Rivisitato dall'originale Il fantasma, da "Pillole e altre fantasie" di Dino Durigatto - Campanotto narrativa - Ud 1997

Strana casa quella al limite del grande prato. Disabitata da tanto tempo e sono tanti gli agenti immobiliari pronti a proporla a tutti.

Si dice, o meglio, nei paraggi è noto che sia la casa del fantasma e non è facile vendere una casa con tale nomea. Dice uno di loro, che pure si è rivolto all’importante agenzia di categoria che bisogna organizzare una bella festa con musica, ballo e allegria fino all’alba. Così viene tanta gente le luci della notte festosa interromperanno la paura. Il luogo, il prato e la casa ritorneranno nella normalità. Il fantasma però è uno di quelli veri, con tanto di lenzuolo bianco e senza piedi. Una notte di luna una signora di cinquant’anni lo ha visto vogliosamente entrare nel suo letto per amarla. Nel ricordare questo, una vampata di calore tuttora l’invade.

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Daniele Ricco Righi, disegno originale “Il fantasma” – 1997 – nella pubblicazione

Un giorno, un signore transitava in quei luoghi guidando la sua nuova Mercedes Benz e… curiosamente il fantasma gliel’ha rubata. Alla gendarmeria del paese ridono ancora. Ma voi non disperate quando vedete un’automobile elegante correre nelle strade dei campi e guidata da nessuno. Anche la pompa di benzina giù all’incrocio con la statale conosce questa verità. Nelle stradine disegnate tra i campi non servono regolamenti e tasse per circolare, importante è passare.

Un probabile compratore della casa dice di volerla subito trasformare in un bordello. Per far questo il problema non è la legge ma bensì si deve scacciare via gli spiriti maligni e rendere il luogo accogliente. Ha ragione! Sostengono vivamente tutti i venditori attraverso i vertici della loro categoria. Subito partì lo slogan: mettere in sicurezza quella casa per restituire il luogo alla comunità. Bello vero? Magia e interesse della forza vendita e di facile demagogia.

Arriva il tempo di preparare la bella festa. Un pianoforte importante viene collocato al centro del grande salone della casa. Ogni altro aspetto è preparato, decorato e curato con dovizia, rinfresco compreso. Un pianista, dentro il suo vestito nero, vuole provare il suono, tastare l’accordatura, scaldarsi le mani e… Provate ad immaginare la sua faccia mentre impallidisce celermente nel notare quella tastiera bella e lucente, con i suoi legni brillanti, i piedi robusti che terminano a zampa e nel mezzo la pedaliera lustra e delicata; anche con lo sguardo incredulo, tra le corde d’acciaio ben temperato, tra i martelletti precisi fatti di legno chiaro, poi la scritta tutta dorata e i tasti bianchi d’avorio lucente. Ma. Dove sono finiti i tasti neri? I diesis e i bemolle dove sono andati?

Già, la tastiera di quel pianoforte non ha i tasti neri.

Li ha presi il fantasma per farsi un bel paio di piedi. Facile deriderlo, provate voi a starne senza.

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Suona, mio pianista le tue scale, fai correre le abili dite su quelle ottave. Cerca, se riesci, a salire verse altre armonie e non puoi più mutare il giro armonico. Gli accordi sono finiti, rimani prigioniero dentro quelle scale. La musica bella, dedicata a quella casa per coronare il sogno della vendita, non sarà mai completa.

Se da domani, in un cortile dietro casa, osservando la biancheria stesa ad asciugare vedete un lenzuolo dotato di pedi o chiamate quel pianista, o riconoscete il fantasma.

Il Sentiero dei Cinghiali

Ovvero: cinghiali in piscina. Una storia d’amore friulana accaduta tra i colli di Savorgnano del Torre.

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Sospesa sul colle appena sopra il torrente, la casa d’Ilario volge a mezzogiorno dove, guardando oltre il bosco, si scorge la punta del campanile di Savorgnano.

Ilario ha trasformato la casa paterna, grazie ad un progetto architettonico pronto a valorizzare la tradizione senza cedere al conformismo delle mode. Durante la ristrutturazione tenne in considerazione quel che da sempre in zona tutti sapevano: lì passa il sentiero dei cinghiali.

Proprio dove il colle dolcemente piega verso la carreggiata agricola, c’è ancora un passaggio usato dai cinghiali che, usciti dal bosco di querce, percorrevano il prato accanto alla casa. Da lì, comodamente, giungevano lungo la strada fino alle porte del borgo dove trovavano orti in cui rovistare e campi di buon granoturco.

Vedendoli passare lungo la loro via e fiancheggiare le case, la gente lanciava segnali d’allarme, il più lesto prendeva il fucile e sparava dei colpi in aria, altri imprecavano inermi e offesi dalle continue invasioni. Però nessuno, mai, si sarebbe azzardato di modificare quel naturale antico percorso.

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Il tempo correva. Con lui anche gli usi e i costumi. Per Ilario giunse il momento di prendere moglie. Arrivò Marina, subito portò in casa il suo pensiero e i suoi cambiamenti finanziati da suo padre. Convinse il suo Ilario sulla bontà e sul valore di costruire, proprio sul pezzo di prato che guardava a mezzogiorno e ben esposto al sole, una bella piscina.

Sì, una piscina è proprio quel che ci vuole. Dà piacere, lustro e benessere. Ti fa pure bene, perché il dottore ha detto che dovresti fare nuoto. – disse Marina a suo marito, che per amore rispose sì, ponendo una sola condizione. Considerato che il luogo migliore dove posare la vasca era il prato, bisognava evitare di modificare il percorso dei cinghiali.

Iniziarono i lavori. Ilario seguì le lunghe discussioni, con i progettisti, con i tecnici, con il suocero che pagava e non capiva perché ridurre la vasca di qualche metro. Ben presto la piscina era pronta per iniziare la stagione di tanti bei bagni. E Marina iniziò ad organizzare le prime feste pomeridiane e le cene estive. Il suocero, per affari, avrebbe portato i suoi clienti e le ragazze dai seni grandi. Ilario avrebbe rispettato la prescrizione medica di fare nuoto.

Una sera, sul finire di una festa, la calma regnava tra gli ultimi ospiti, ma dalla boscaglia giungevano rumori di frasche spezzate e un calpestio sempre più vicino. Vicino quanto bastava a turbare gli invitati.

Tranquilli– esclamò Ilario e continuò, come nulla fosse – sono i cinghiali, passano lungo la loro via-.

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Un giorno – bello per molti –  rientrando a casa Marina notò una massa scura galleggiare sull’acqua della bella piscina. Avvicinandosi, i contorni della presenza scura facevano capire che era troppo grossa per essere quella di un gatto o di un cane. Era un cinghiale. Morto. Affogato.

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I giorni scorrevano precisi consolidando i legami, facendo esplodere le diversità e, al di là del cinghiale morto nella piscina, anche tra Ilario e Marina era giunto il tempo di non sentirsi più coppia. Così andò. Marina seguì quel baldo, biondo medico, con la benda nera sull’occhio, che sfrecciava sovente lungo le strade dei colli con una rombante spider tedesca. E correva veloce portandosi dietro l’aria del bosco, l’odore dei prati e i canti della contrada. Portandosi, seduta al suo fianco, Marina con i suoi cappelli al vento e andarono ben oltre il campanile di Savorgnano, ben oltre la piana.

Ilario, faticò a riprendersi dalla separazione, ma con ordine tornò al suo incedere tranquillo. Svuotò tutta l’acqua della piscina e ci mise sopra un telo di plastica verde, così non ci sarebbero stati altri incidenti, né feste. Sapeva che dal giorno del ritrovo del cinghiale affogato, erano cessati anche i passaggi lungo l’antico sentiero.

Le stagioni, puntuali si susseguirono al pari dello scorrere della vita anche nella sua casa, dove il tempo pareva fermato. Niente più serate tra i lumini a danzare sull’acqua, niente più cinghiali, soltanto un telo di plastica verde.

Non poteva durare così. Nella vita giunge sempre un fatto capace di modificarne il corso.

Clio aveva il volto soave. Era venuta da lontano ad abitare nel paese vicino. Amava andare a cavallo lungo le strade di campagna fino al margine del bosco. Fu così che percorrendo il sentiero dei cinghiali, incontrò Ilario. Lei passava da quelle parti ogni qual volta lui sentiva il piacere di vederla. Fu però un giorno di pioggia che lui trovò il pretesto per convincerla a ripararsi, sotto la sua tettoia.

Perché quella piscina non viene usata? – chiese. – L’ho vista sempre coperta, nelle belle giornate è un peccato non goderne. –

Non voglio attivarla, troppi ricordi sotto quel telo. – Commentò.

Clio aveva il volto della curiosità. Con un sorriso conquistatore, riuscì a farsi raccontare tutto il passato. E giorno dopo giorno, i racconti e gli incontri consolidarono il loro legame. Un bel giorno il cavallo baio girava placido sul prato e Clio lo guardava mentre si districava tra i davanzali di quella nuova casa.

Ben presto il telo di plastica verde fu rimosso e un cangiante azzurro riempì la piscina ridando vita e luce al luogo.

Una sera, Ilario e Clio, diedero la loro festa in piscina. L’estate era al suo fulgore, gli amici erano sinceri. L’allegria era pacata e rispettosa della mezzaluna splendente che li stava a guardare. Quando gli incontri finirono, si ritirarono nella loro camera e si amarono intensamente, prima di concedersi il sonno.

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Dalle finestre aperte entravano bagliori di luna e canti di grilli ad accarezzare i dormienti. Lungo la notte Ilario si svegliò, volse il capo verso Clio che dormiva. Qualche cosa lo spingeva ad alzarsi,  così fece. Si recò alla finestra per annusare l’aria della notte e guardare le ombre, disegnate dai raggi di luna, muoversi sull’acqua della piscina. Così sentì alcuni rumori antichi, a lui noti. Si avvicinò di più alla finestra e trattenne il respiro perché nulla disturbasse l’ascolto.

Dal bosco di querce giungevano chiari rumori di rametti rotti e uno scalpitio disordinato, sempre più nitido, avanzava nella sua direzione. Dall’ultimo albero, prima del cespuglio che separa il bosco dal prato, sotto il bagliore lunare, apparvero tre ombre che procedevano, sicure, lungo un tragitto antico.

I cinghiali erano tornati, costeggiarono senza scivolare il bordo della piscina posto sulla loro via, fino a raggiungere la carreggiata ed entrare negli orti e nei campi, prima d’altre case.

La luna illuminava il loro passare e Ilario ricorda ancora, di come in un abbaglio, vide gli occhi di un cinghiale brillare di vita incrociando i suoi.

d.d. prima stesura 2010