Il mardar nel pollaio con la nonna volante

Mardar-95

Le cronache friulane del '94 riportano le scorrerie, gloriose e impavide, compiute da un misterioso mardar  - pare - nei pollai di Ara di Tricesimo. Nessuno mai lo vide, ma le dicerie lo fecero diventare un mito, o un feticcio?  Per tre anni un centinaio di persone, di ogni ordine e grado, volontariamente si misero a disposizione per contribuire alla ricerca, all'avvistamento e alla cattura del terribile mustelide. Dicono che nessuno riuscì mai a prenderlo perché si rifugiava, sempre, dentro le contraddizioni del nostro sistema e di coloro che lo inseguivano.

1 – I N V E R N O

Tempi freddi, aliti condensati, gente chiusa nelle sue proprietà, giorni corti e notti di magia.

La nonna vola sulla scopa lungo la strada larga che quotidianamente tutti percorriamo per incontrare la vita. Senza vederla.

Un sole pallido, scalda poco la stanza dove il pianista si esercita. Le note si sfregano tra loro e le dita del musicista, così trovano tepore. Sia le note musicali e pure le dita. L’armonia entra nelle fessure, negli stipiti, nei tubi dell’acqua e negli scarichi per poi disperdersi nella terra e giù, fino al mare dove l’onda ne modifica il suono. Sono storie d’inverno, gli animali in letargo non le possono sentire. Dormono nelle tane, lontano da strade bitumate e dai passi frenetici dei giovani lavoratori di un cantiere.

Un impavido cronista, attento osservatore, descrive sul suo taccuino il volo di una nonna: “Oh, se tutte le nonne sapessero volare.

Intanto, tutti si attende che il pesco rifiorisca e pure gli altri alberi che incontrano i nostri sguardi quando usciamo o entriamo da una casa all’altra.

E la nonna vola. Vola vicino alla casa della mamma di Rocco che, nel vederla in cortile, l’invita ad entrare nel pollaio. Si, quelle case, con i cortili grandi con spazi dedicati all’orto e all’aia.

*A lè stat il mardar. A lè stat il  mardar!

Grida, improvvisamente, la mamma di Rocco mentre correndo e gridando ora esce dal pollaio. quel grido sale.

             Sopra il tetto della sua casa, sopra il volto della nonna con la scopa. Sopra il cirro curioso, sopra questo pezzo di terra che si vede da lontano. Sopra la luna addormentata, sopra il sole che ancora non scalda, sopra il pianeta che a volte vediamo. Fin sopra la via Lattea che noi abitiamo.

           Così nell’atmosfera, vicino al nostro cuore.

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2 – P R I M A V E R A

Seconda parte della surreale storia del MARDAR comparso negli orti friulani nel 1994 e della sua ricerca da parte dei volontari.

L’avventura nel pollaio ha portato confusione nell’aia. Ma nella serra le pianticelle crescono rigogliose espandendo profumi carichi di primizie esotiche.

L’impegno dà sapore, confonde i gusti, invita alla conoscenza.

La primavera accende le energie. Febbrile è il continuo passare tra i giorni trovando la ricetta giusta per ogni dire, fare, baciare. Così l’omeopata  tenta invano di diluire i veleni del tempo e continua a preparare pozioni da portare a tutti i giovani del mondo.

Voci entrano ed escono, dalle audio-cuffie di una stazione radio, mentre commentano i giorni di questo risveglio. L’annunciatore delle onde è impazzito. Se ne sta sopra il ramo di un alto faggio, nel bel mezzo del parco. Ed è già arrivato maggio.

Come le rose, sbocciano le idee. Dentro le scatole abitano i pensieri e le minestre capaci di trasformarsi nelle mani dell’artista, mentre dipinge possibili viscere nebulose dello spazio. Se ti fermi e osservi il piccolo particolare che c’è in ogni lavoro, scorgerai la mamma di Rocco che corre via dal suo pollaio gridando ancora:

*A lè stat il mardar.  A lè stat il  mardar!

Il grido si alza dall’aia dietro casa e va: sopra le spire e i vortici, sopra le nebulose di un quadro, sopra il ramo di un faggio nel parco, sopra un’antenna posta sul colle, sopra le nubi di ogni temporale, sopra questo pezzo di Friuli che vediamo. Sopra l’ultimo quarto di luna, sopra il sole che scalda e matura, sopra il pianeta che a volte vediamo, fin sopra la Via Lattea che viviamo.

Così nell’atmosfera, vicino al nostro cuore.

Fine seconda Parte – Continua forse…

* E'stato il mardar, è stato il mardar.
 Continua
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Da dove sei tu a Tolmino (Slo), sulle tracce di una maga Russa.

genealogia

Indicazione utile per seguire la vicenda: In Treno dall'India a Tolmino in una notte

Vi è sempre, nei racconti ascoltati o letti, qualcosa che va a depositarsi negli spazi profondi della memoria e da lì, quando serve,  ritorna a vivere.

Occhi.jpgNicola era rimasto colpito dal sogno (vedi episodio) e subito lo raccontò alla mamma. Si stupì anche quanto sua madre Ester gli raccontò della loro trisavola veggente e certe cose raccontate coincidevano con le sue visioni notturne.
Era estate, le belle giornate di luglio consigliavano di fare delle gite. Nicola, preso dai sui ragionamenti decise proprio di mettersi alla ricerca alle tracce attorno alla figura di Pelageya, medium, o maga, o non sapeva come definirla; insomma la corrispondente mediatica con la bisnonna. La donna russa che decise di fermarsi a vivere a Most na Soči (Slovenia) nel lontano 1920, ben 120 anni fa.  Ci vedeva, in quel luogo, motivi di forti cambiamenti positivi. Soprattutto per le future generazioni e questi cambiamenti si sarebbero avverati dopo periodi cupi per quei territori solcati dallo scorrere delle acque e dagli scoscesi pendi, lungo i fianchi dei monti per lunghi anni posti ai confini di troppe rigidezze mentali e sociali. Retaggi spesso ben più profondi della natura severa dei luoghi.

Nicola informò la madre sulle intenzioni: andare a Trieste, passare a salutare nonno Teodoro, chiedergli se ricordava cose utili alla sua ricerca. Dopo avrebbe preso il treno alla stazione di Campo Marzio, cioè al capolinea della ferrovia voluta dagli Asburgo realizzata nel 1910, la Transalpina. Da lì avrebbe raggiunto Most na Soči e preso alloggio in qualche economica pensione.

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Va bene disse Ester, era contenta perché poteva far recapitare a Teodoro un pacchetto di dolci all’amaretto di cui andava ghiotto. Chiese anche al figlio come pensava di regolarsi con la lingua slovena che non conosceva e poco capiva della lingua inglese.

Solo allora Nicola confidò di aver coinvolto Mjura, un’amica di scuola di Duino, lei era slovena. Italiana della minoranza slovena e in famiglia parlavano solo sloveno, magari con accento carsico. Lei lo avrebbe accompagnato. L’appuntamento era fissato a Campo Marzio, presso il treno, all’ora convenuta.
La madre annuì e le sue labbra tracciarono un lungo sorriso chiuso, ma evidente. Espressione chiara di chi, senza proferire voce, coglie tutto.
Nicola partì di martedì, con il treno da Udine per Trieste. Si recò a trovare nonno Teodoro, portò i dolci speciali, subito graditi e condivisi.  Pochi furono i ricordi legati agli obiettivi della ricerca, salvo l’indirizzo di una biblioteca di Tolmino dove, forse, avrebbe trovato qualche notizia.

Mjura lo aspettava in campo Marzio, era stupenda, come mai l’aveva vista, era passato quasi un anno, si cambia. Meglio se ci sarà l’inizio di una condivisa passione fiorita sul binario di un’esplorazione.

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– Ora qui ci sta  il Museo ferroviario, durante la seconda guerra mondiale, scoperchiarono il tetto della stazione per evitare che fosse bombardata. Ma non so se partono ancora treni da qui?  – Disse e chiese Mjura.

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Si. Oggi per noi il treno c’è – rispose con estrema risolutezza Nicola.
Saliti sul treno, le spiegò per bene i suoi intenti, al telefono non tutto si comprende. A Mjura il ruolo era chiaro, non solo un’interprete, ma una vera guida e una bella collaboratrice.

Il treno procedeva sornione, Gorizia era passata lungo i finestrini e l’Isonzo quando compariva tra gli alberi e il prato, abbagliava con il suo verde smeraldo, tra poco saranno a Kanal, la metà s’avvicina.

A Most na Soči scenderanno dal treno che proseguirà il suo tragitto sulla Transalpina fin su a trovare le Alpi. I nostri prenderanno il bus per raggiungere l’operosa Tolmino con i suoi misteri nascosti come quelli della maga Pelageya con le sue premonizioni.

Noi, invece,  per saperne di più dobbiamo pazientare che in stazione giunga la continuazione di questa avvenuta mobile. A presto.

Terra per i piedi dell’uomo.

Ci alziamo, indossiamo le calze e poi le scarpe. Camminiamo su pavimenti caldi, freddi, duri o rumorosi. Scendiamo/saliamo scale, usciamo sul lastricato di granito ostoriebr_a altro laterizio. A volte, al meglio, poggiamo le scarpe su qualche metro di ghiaia e poi asfalto, prima del fondo di un auto con i suoi tappetini morbidi e prima di raggiungere altri pavimenti.

La terra lontana è quella che abbiamo sempre sotto i piedi e non serve scavare per capire. A volte, di queste terre lontane, conosciamo gli usi, le leggende e i miti. Una parte le incontriamo e altre le esploriamo sulle mappe dell’atlante perché anche immaginare serve.

Dalle terre lontane portiamo pietre e tessuti per ornare il nostro corpo. Per coprirlo e proteggerlo con fibre belle e colorate. Sulla pelle mettiamo monili e gocce di pietra lucente trovate dentro il ventre di madre terra.

Al mattino, indossiamo le calze. Camminiamo su pavimenti lucidi e duri. Usiamo le scale, usciamo sul lastricato di pietra. Poggiamo le scarpe su qualche metro di ghiaia. Poi asfalto, prima del fondo di un auto, prima di poggiare su altri pavimenti.

E la terra più lontana è proprio quella che abbiamo sotto i piedi. Senza sentirla.

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 … e tu mi chiedi cos’è l’uomo nuovo, se sta nascendo la nuova umanità?

E poi l’arte, la bellezza e noi?

Troppo, in così tanto e immenso mi perdo. La sintesi manca. I pensieri accumulati si aggrovigliano. Mi fermo, respiro, attendo che l’acqua intorbidita dalla tempesta delle domande si calmi e torni chiara. Nella ritrovata trasparenza, l’uomo nuovo – non migliore, né peggiore all’uomo che già c’è – saprà costruire il proprio cammino.

Intanto. (O come dire di terra, di cammini e di dove posarci.)

La vigilia di Pasqua, in una grande capitale d’Europa, ho visto una giovane madre posare un materasso sul ciottolato di una strada dove il marciapiede, allargandosi, dava una parvenza di protezione, grazie pure ai cartelli della réclame che chiudevano l’area. In più, dei grossi cartoni, miglioravano il riparo dal persistente freddo di una primavera non ancora arrivata.

Su quel estremo giaciglio, sotto colorate coperte, un bimbo già posava la guancia sul cuscino. Il fratellino più grande, con occhi spalancati, guardava noi tutti passare.

Chissà da dove venivano e se domani qualcuno darà loro un luogo dove stare, almeno fintanto che la stagione migliori e le pareti, ai lati dei cuscini tra i cartoni, non siano un angolo lastricato di questa piazza centrale della grande città d’Europa.

Mi piace credere che per quei bimbi ci sia una stanza. Un angolo normale, fatto pure dalle contraddizioni e dai limiti del mondo, dal quale pure noi vogliamo uscire, ma non sappiamo come.

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E l’uomo nuovo? Chissà!

Gli averi, le sostanze della terra devono essere condivisi perché tutti ne abbiano una giusta porzione che non si può distribuire con l’avidità, le sole regole e il sopruso.

L’uomo che verrà – giusto per cercare una conclusione utopistica a questo dire, spinto dalla tua domanda – sarà colui che darà sempre dignità al suo altro.