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Perché il villaggio cinese, in Friuli

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Esempio d’interno abitativo villaggio Ci_Zimo®, Tarcento – nel 2028

Su questo argomento, vedi anche: Cina – Chiampon prossima realtà friulana • 25/03/28 Centro Ci.Zimò®, Tarcento

Raccontiamo il perché la comunità dei cinesi (Nord-Est Italia) ha scelto di costruire nella municipalità di Tarcento, un moderno centro  benessere a disposizione dei residenti, dei turisti attratti dai luoghi e dove si potrà provare le qualità salutistiche dell’antica medicina cinese.

Le difficoltà di comunicazione non sono poche. Come suggerito anche dai nostri lettori dopo l’uscita dell’articolo: Cina – Zimor, realtà friulana, abbiamo un nostro specialista traduttore: Iago Bidibà, di Pulfero, residente a Pirano (Slo). Confidiamo molto su di lui, perché il nome ci rimanda al “manipolatore“.

Intervista del traduttore Bidibà al signor Huan, direttore del progetto d'interscambio affinità culturali Cina-Friuli e coordinatore lavori per la Società CI-ZIMO®.

Eccoci nelle mie valli preferite. L’incarico è capire, comprendere i perché. Niente di meglio che chiedere direttamente al diretto responsabile.

– Signor Huan,  spieghi ai lettori le ragioni per le quali lei, abbia preteso che il progetto Ci-Zimo® venga realizzato nei boschi dove scorre il rio Zimor. Buona logica era orientata nel territorio di Feltre, più vicino alla vostra numerosa comunità?

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Certo. Ben volentieri dico che si tratta di una storia particolare, un fatto accaduto alla mia famiglia nei primi anni del 1900. Ora siamo nel 2028, pensate. Non è per caso che siamo arrivati qua, certamente io ho fatto quello che ritenevo giusto e il tempo distribuirà ragione e merito.

– Veniamo al fatto. Una delle mie nonne ci raccontava sempre un fatto vero che aveva appreso da sua madre. Diceva di un uomo venuto dalla lontana provincia di Venezia, la città di Marco Polo, in Italia.  Quell’uomo era arrivato in Cina, mandato dell’Austria, a combattere… mi pare nella guerra detta dei Boxer.

Prima di proseguire la narrazione, il traduttore Bidibà, ci trasmette una breve traccia storica  per inquadrare il tempo e i fatti.

Nel estate del 1900 in Cina LA RIVOLTA DEI BOXER esplode con atroce violenza. Stati Uniti,  Francia,  Impero Austro-ungarico,  Impero Giapponese,  Impero tedesco,  Impero Britannico, Impero russo e Italia decidono d’inviare aiuti militari, per bloccare i rivoltosi. A noi, adesso ci interessa proprio l’Impero Austro-Ungarico. La marina militare austriaca, per la missione, reclutò i marinai nelle terre friulane a quel tempo da loro governate. Contadini, promossi a marinai, della bassa friulana orientale (Ruda, Cervignano, Aiello e altri paesi).  I contadini-marinai partirono da Monfalcone, direzione Pechino. Il resto è la storia della guerra dei Boxer e di come finì.

Bene – riprese il signor Huan – la vecchia nonna sapeva che alcuni di quei soldati decisero di rimanere nel nostro paese. Non tenevano legami validi per tornare nella loro terra chiamata Friuli, a noi cinesi sconosciuta, che stava a non troppo a est di Venezia e tanto a sud di Vienna.

Per noi bambini però pareva un luogo pieno di leggende fantastiche, fatte di boschi fitti, personaggi silvani dai nomi impossibili come lo sono per voi i nostri nomi. Luoghi speciali, con maghi, streghe, fate, guaritori popolari, beneandanti, processi e inquisiti bruciati vivi. Tutto ciò accendeva la fantasia.

Uno dei soldati/contadini friulani si fermò nel villaggio dei miei avi – era buono, sapeva lavorare bene la terra e conosceva semine diverse dalle nostre. Entrambi imparammo. Il suo nome non l’ho mai saputo, la nonna l’aveva dimenticato e di lui così diceva: Quel brav’uomo di Aiello sa lavorare la nostra terra come fosse la sua. Aveva una moglie, la sorte l’ha presa e portata su un’altra via. Nelle sere della luna piena cinese fumando la pipa cercava, nel fumo, la sua bella fata dei boschi. Lì, l’aveva trovata.

Si, qui, dove siamo noi adesso, nei boschi attorno al rio. Qui, dove nella mia immaginazione avvenivano meraviglie solo a bagnarsi in queste acquee speciali.

Ed è per questo immaginario, per il fatto che la vita mi ha portato qui, forse spinto dalla memoria, ad onorare le storie della nonna. A ricordare colui che ci ha aiutato a coltivare i campi in Manciuria e a quell’acqua che di strano non aveva nulla. Eppure per lungo tempo ci ha fatto immaginare.

Così è nata questa storia bella, sono fiero di averla raccontata. Non capisco tutto, i ma sono tanti. Però sono convinto che ci sia tanto di speciale in tutto questo. Grazie.

                                                                     Iago Bidibà, traduttore (dal cinese)

** approfondimenti : 55 giorni a Pechino, marinai e soldati del Friuli austriaco in Cina durante la guerra dei Boxer. di Giorgio Milocco – Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale  – 2005   –  Gli italiani che invasero la Cina , 1900 – 1901 – di  Fabio Fattore – Sugarco, Milano 2008   –   https://it.wikipedia.org/wiki/Ribellione_dei_Boxer
Prossimamente: conosciamo bene il progetto CI-ZIMO®
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3. Chavrûi · solidale riscossa

Il punto: il pescatore Vaniglio, ha promesso al pesce Rubino di cercare il significato raffigurato in una vecchia cartolina giunta dal fiume fino al mare. Il pescatore ricerca e trova il corso d’acqua e il paese da dove tutto era iniziato: Stella. Verso sera giunse al paese, incontrò un raro signore capace di ascoltarlo e seppur scuotendo la testa accompagnò Vaniglio dalla signora Lena. Colei che sa ogni cosa. Così la vecchia, capite le buone intenzioni dell’uomo, decise di raccontargli quanto pure a lei era stato una volta narrato.

Si seppe del provvedimento di scacciare i caprioli dal monte e di cosa sarebbe accaduto. I caprioli andarono a chiedere aiuto alla regina del Castagno. Lei disse loro di chiamare tutti gli animali a raccolta, anche quelli lontani. Il mattino dopo arrivarono gli animali, anche i pesci del mare e si trovarono  nel prato vicino al sasso di luna dove c’è un pozzo profondo ancor oggi chiamato voragine. I caprioli spiegarono ogni cosa e ne avevano molte da dire.

In ogni luogo ci sta un punto dove s’incontrano fatti apparentemente distanti e diversi tra loro. Solo in quel punto, in quel luogo, accadono fatti molto particolari. Forti come un distillato e dolci come il sambuco. Vicende dai contorni increduli, come questa che voglio raccontarvi, avvenuta non so quando, in un luogo chiamato Stella.

Terza parte – Personaggi: il pescatore Vaniglio, la vecchia Lena e il suo magico narrare.

Scena: nei prati adornati dal bosco, presso il sasso di luna, migliaia di animali discutono come aiutare i loro compagni minacciati.

“Discussero a lungo su cosa e come fare. Non era facile. E fu proprio un pesce – poi seppi trattarsi di uno storione – a suggerire di andare dalla fata del luogo e chiederle di trasformarli tutti, solo per l’evenienza, in caprioli. L’idea piacque, formarono una delegazione dove tutti fossero rappresentati e andarono dalla regina del Castagno che li stava aspettando e sapeva ogni intenzione. Li ascoltò per ben capire quanto potente era quel pensiero di solidarietà e lo gradì molto in particolare da coloro che erano giunti da lontano, anche dal mare.

La regina decise che bisognava tornare sul prato dove c’erano gli animali perché le cose da dire non erano semplici e implicavano la loro individuale decisione. Giunti al luogo, lei salì sul sasso di luna affinché tutti la potessero vedere e sentire. Parlò usando parole capaci di raggiungere tutti quei cuori, e disse anche cosa sarebbe accaduto.

(La  signora Lena – narrante – prese un diario dove aveva scritto le esatte parole usate dalla regina del castagno. Come a lei le avevano tramandate).

– Poiché la causa è nobile e saggia posso farvi diventare tutti dei caprioli però, viste le regole naturali, il loro ritmo e il loro equilibrio, non è possibile fare la trasformazione solo per una porzione di tempo. Siete qui in molti e siete stati bravi, sappiate: chi di voi diventerà capriolo, ne avrà solo la forma, sarà fatto di legno e per sempre. Questo basterà a far fuggire i predatori di adesso e di domani. È giusto saperlo subito affinché ognuno scelga liberamente cosa fare. Chi deciderà di non partecipare non si sentirà escluso, perché avrà il compito di divulgare questo esempio di generosità in ogni dove. –

Gli animali capirono. A gruppi si consultarono e con saggia dignità presero la propria decisione. Coloro che accettarono di essere trasformati per sempre furono oltre la maggioranza dei convenuti, gli altri sapevano che erano i depositari di quell’esperienza.

Il tempo a seguire fu solo d’azione, sulle cime, e sui clivi circondanti il paese si appostarono gli animali assumendo subito un atteggiamento fiero. La Regina del Castagno, quando erano pronti, li mutava in “orgogliosi solidali di Stella”.

Ogni spazio prativo veniva riempito da quei valorosi. Solo nelle prime fila comparivano dei caprioli fatti di carne e ossa. Si disposero con accuratezza in modo di circondare, da ogni dove, il luogo dove sarebbero giunti i bracconieri con i loro carri. Così cominciò l’attesa.

All’alba di una notte serena, fatta d’attese, arrivarono sette carri dai quali scesero dodici bracconieri per guardarsi attorno e ben presto scoprirono di essere circondati da tantissimi caprioli dallo sguardo deciso. Due di loro salirono sul tetto di un carro per vedere più lontano e trovarono ancora caprioli schierati in ogni dove fino a perdersi dentro il bosco.

Sorpresi dall’inaspettata presenza,  la presero male. Così venne loro naturale esplodere a casaccio degli spari e ai quei tuoni, i caprioli veri, avanzarono intrepidi. Accennarono ancora degli spari, infine – i bracconieri – risalirono sui carri e fuggirono.

Un acuto, forte come un canto esplose tutt’intorno, si alzò in alto fino a toccare le nuvole e si espanse, con la forza del vento, nella valle fino a far suonare le campane di tante torri.”

Lena aveva finito la sua storia, guardava felice il volto compiaciuto di Vaniglio. Ora era appagato, ogni cosa aveva preso senso e il pesce Rubinio avrebbe saputo il vero significato di quel gesto che, via acqua, univa tutti gli esseri viventi.

A Rubinio avrebbe raccontato di quando, uscito dalla casa di Lena, si era recato sul prato dove ancora c’erano alcuni solidali “caprioli di Stella” e di come, accarezzandone il legno, abbia carpito il battito di un cuore.

 

2. Chavrûi · la notte magica

Il punto: Vaniglio – un pescatore di Monfalcone – ha promesso a un pesce – lo storione Rubino – di cercare il significato raffigurato nell’immagine di una vecchia cartolina giunta dal fiume fino al mare.

In ogni luogo ci sta un punto dove s’incontrano fatti apparentemente distanti e diversi tra loro. Solo in quel punto, in quel luogo, accadono fatti molto particolari. Forti come un distillato e dolci come il sambuco. Vicende dai contorni increduli, come questa che voglio raccontarvi, avvenuta non so quando, in un luogo chiamato Stella.

Seconda parte – Personaggi: il pescatore Vaniglio, un montanaro poco loquace, la vecchia Lena con il suo magico narrare.

Scena: sul calar della sera, nella borgata abbandonata di un luogo chiamato Stella.

Era sera quando Rubinio giunse, non senza difficoltà, in quel posto tanto cercato privo di locanda e senza un ristoro. Guidava adagio lungo la stradina tortuosa salendo verso alcune case. Fortuna volle che un tale, incuriosito dal rumore inatteso dell auto, uscì a curiosare. E Vaniglio si fermò chiamandolo a sè mostrandogli la cartolina datagli dal pesce Rubinio e chiedendogli se il luogo raffigurato fosse Stella.

L’uomo osservò la cartolina esprimendo subito una reazione di chi riviveva situazioni note, poi sussurrò un chiaro sì. Sottolineato da ripetuti cenni di capo.

Vaniglio chiese se poteva dirgli di più, in particolare sui caprioli di legno che svettavano sul poggio. Il vecchio scosse di nuovo il capo dicendogli che erano soltanto vecchie leggende, storie che si raccontavano ai bambini. Al pescatore non bastava, sentiva che c’era dell’altro e insistette. Allora l’uomo gli indicò una casa del borgo dove abitava la vecchia Lena e disse: – Venga l’accompagno, se la riceve, quella donna sa le storie di tutti.-

Insieme salirono alla casa di Lena, il montanaro disse alcune cose alla vecchia usando la parlata del luogo. La donna annuì. Il suo compito lo aveva fatto, si fece da parte accomiatandosi lasciando lo spazio a un Vaniglio sempre più smanioso di conoscenza.

Lena lo accomodò su una sedia presso al tavolo dove c’era la lampada. Lui le diede la cartolina e la donna, nel vederla, ebbe un fremito di meraviglia mentre un sorriso cercava di affiorare tra quelle antiche labbra.

Già, la notte magica dei caprioli. Tutti quelli che conoscono la storia non ci hanno mai creduto. Peccato. Ma lei è qui per questo? – commentò chiese Lena.

– Sono qui per questo. – Rispose soddisfatto Vaniglio.

La vecchia spostò un attimo la luce sul volto dell’uomo. Si guardarono negli occhi, poi lasciò la lampada ondeggiare mentre si alzò per posare sul tavolo il bollitore fumante, con due tazze.

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-Ecco, questa tisana aiuta a far capire storie molto particolari.  Sono vecchia e i fatti dei caprioli, li ho saputi direttamente dalla voce della Regina del Castagno. Era stata lei a far sì che tutto si avverasse.

Per me era una fata, con il viso dolce e l’abito turchino. Per altri, invece, era la strega nera del pozzo, con il cappello felpato e una catena chiodata. E per quei tanti che non sanno vedere, perché badano solo all’apparenza, sono soltanto inutili fantasie buone per i più piccoli. Caro signore venuto dal mare, lei veda la regina, la strega o il nulla. Ma quel che le dirò, qui c’è stato!

Ci fu un tempo in cui i nostri caprioli furono minacciati da coloro che decisero – per ragioni di sviluppo – di trasferirli tutti, giovani e validi, da questo monte in altro luogo. Per fare quel lavoro incaricarono dodici esperti bracconieri che in soli nove giorni dovevano compiere l’opera senza lasciare nessuna traccia. Dovevano mettere su sette carri le bestie giovani, tenersi il resto e qualcosa d’altro potesse essere di loro interesse.

Flauto Magico dfi Mozart, bozzetto di Max Slevogt del 1920-1.jpgFu grazie al giovane Domenico, il figlio del locandiere giù nella piana, che quassù arrivò la notizia. Il ragazzo amava trascorrere ore nei boschi e con il suo flauto provava semplici melodie. Io, lo incontravo sempre e l’ho anche sorpreso a parlare con un capriolo. Fu lui a dare l’allarme, sulle intenzioni decise altrove. Qui però non ci stavano più uomini forti, erano emigrati e non si sapeva come fare. Fu allora che Domenico corse nel bosco, suonando il flauto chiamò un capriolo al quale gli spiegò ogni cosa e gli ordinò di spargere la voce in ogni dove e di convocare quassù tutti gli animali a  per decidere cosa e come difendersi.

Quella notte in tutti i boschi ci fu movimento. Nessuno dormì, pure gli alberi dondolavano le fronde per diffondere la notizia. L’indomani mattina, nel prato detto del Sasso di luna, dove ci stava anche un pozzo molto profondo, migliaia di animali erano presenti. C’erano cinghiali, lepri, volpi, tassi, martore, tutti i caprioli, qualche capra e pure gli uccelli: falchi, poiane, civette, gufi, un picchio, le allodole, gli usignoli.

Altri animali erano saliti dal piano, alcuni giunti da molto lontano e la cosa più speciale e meravigliosa era proprio che, attraverso il pozzo, erano arrivati anche i pesci. Trote, salmoni, granchi, anguille e altri mai visti, giunti addirittura dal mare.

1. Chavrûi · uomini e pesci

In ogni luogo ci sta un punto dove s’incontrano fatti apparentemente distanti e diversi tra loro. Solo in quel punto, in quel luogo, accadono fatti molto particolari. Forti come un distillato e dolci come il sambuco. Vicende dai contorni increduli, come questa che voglio raccontarvi, avvenuta non so quando, in un luogo chiamato Stella.

Personaggi: il pescatore Vaniglio e lo storione Rubinio. Scena: alla foce dell’Isonzo.

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Vaniglio, già carpentiere ai cantieri di Monfalcone e da poco in pensione, ogni giorno usciva con la sua barca a pescare nei pressi laddove l’Isonzo incontra il mare. Calava la lenza, si sedeva ad aspettare e nell’attesa guardava con attenzione le cose attorno a lui. Prendere i pesci era solo un pretesto per poter meditare su ogni cosa. Ogni tanto muoveva o rilanciava la lenza come a spezzare un ragionamento concluso da quello nuovo che cominciava.

Anche i pesci – nel vederlo – capirono che per loro Vaniglio non era una minaccia. Si misero d’accordo tra loro e ogni tanto qualcuno di loro sarebbe saltato dentro la barca. Il pescatore però era troppo assorto nel suo mondo, così al rientro a casa si trovava pure con dei pesci. Perfetta giustificazione a quella sua attività di pensatore.

Tra i pesci di quel luogo, in cui l’acqua dolce lentamente si mescola a quella salata, e in tutta la laguna fino al mare, dicevano che Vaniglio era davvero un brav’uomo di cui potersi fidare e ci vorrebbero molti come lui. Fu proprio la parola fiducia, a convincere un giovane storione di nome Rubinio, a causa di alcune macchie rosse sul suo corpo non proprio tipiche di quella specie, a suggerirgli di compiere un gesto tenuto sempre in gran segreto da parte di tutti i pesci, di tutti i mari, di tutti i mondi.

Rubinio era molto curioso e perciò assai osservatore. Un mattino attese l’apparire della sagoma della barca di Vaniglio, con se teneva pure un foglietto con gli orli ondulati e ben riposto in una custodia di nylon. L’ombra dell’imbarcazione non tardò ad arrivare, Rubinio le girò intorno più volte, poi ancora un’ultima volta, finalmente raccolse tutte le forze nei modi e nelle forme che i pesci hanno e si sentì pronto per il grande passo.

Con la coda, iniziò a battere dei colpi sulle assi del fondo della barca. Vaniglio non diede attenzione, il pesce andò un po’ più avanti e ribatte tre volte. L’uomo si scosse e volse lo sguardo verso il punto da dove provenivano i colpi. Pensò ad un ramo. I colpi si fecero sentire di nuovo, lui si alzò per capire e fu allora che sentì una voce chiamarlo per nome. Guardò verso le canne, si girò sul lato della vicina riva esclamando: – Chi è?-.

– Sono io Rubinio. Guarda qui, sporgiti dal bordo della tua barca, sono un pesce, non posso salire a bordo -.

Vaniglio rimase fermo, immobile per un lungo istante. Respirò, e si sporse con titubanza, sul bordo del fianco della barca.

Perché mai avrebbe dovuto stupirsi più a lungo dell’attimo che si era concesso solo perché un pesce lo aveva chiamato per nome? Nei suoi lunghi pensieri aveva imparato a immaginare scenari speciali, e questo lo era, quindi non esitò.

– Ciao pesce – disse, – cosa c’è?-.

– Oh, grazie per esserti accorto di me, – riprese Rubinio – volevo farti vedere una cosa e poi chiederti se mi puoi aiutare a capire che cosa rappresenta, che cosa vuol dire. Ecco, ho portato una cartolina, certamente riguarda voi uomini, ma è strana. –

Così detto il pesce mosse la coda si spostò per tornare subito dopo con in bocca una busta trasparente con dentro una cartolina. Il pescatore stese la mano, con due dita prese la busta, la girò più volte avvicinandola ai suoi occhi e lesse a voce alta: “Saluti da Stella, 1922”.

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– Si, grazie – interruppe con frenesia Rubinio – guarda la foto, vedi quegli strani animali disposti in branco. Li vedi?-. Vaniglio gli rispose – Certo che vedo, è un luogo di montagna, s’intravede una chiesa, una porzione di casa, di bosco e sulla rupe questi, caprioli. Cioè, sembrano caprioli, ma sono di legno e hanno un’espressione felice -.

– Ecco cosa sono, caprioli. – Disse Rubinio con manifesta soddisfazione. – Proprio come diceva il nonno. Sì, caprioli. –

– Dove hai trovato questa cosa, è vecchia? – chiese il pescatore.

– Nonno mi disse che già suo padre l’aveva messa da parte, nella scatola dove teniamo i ricordi e altri valori. Dicevano che tra fiume e mare, in certe stagioni, si vedevano tante di queste cartoline. Era perché molta gente partiva con il piroscafo e andava a vivere molto lontano, addirittura oltre l’oceano, di cui tanto ho sentito parlare. Però – continuava a raccontare Rubinio – su questa cartolina con i caprioli c’era dell’altro che nessuno ha mai voluto raccontare. Dico questo perché in altre nostre case ci sono immagini come questa. Capisci, pescatore, ci deve essere dell’altro! Magari tu potresti cercare questo luogo. Hai detto chiamarsi Stella, forse non è lontano.

Caro giovane storione – rispondeva con calma pensosa Vaniglio – è una storia particolare quella che mi racconti, ma alcuni fatti corrispondono, la data sulla cartolina si riferisce al periodo dove l’emigrazione era diffusa e svuotava i nostri paesi. Dei caprioli non saprei cosa dirti. Cercare questo posto ci vuole tempo, non saprei da dove cominciare. – Mentre parlava, l’uomo si era abbandonato all’incertezza se lanciarsi in quella missione o lasciare perdere tutto. Guardò Rubino che, immobile nell’acqua, lo osservava attendendosi un cenno positivo che finalmente arrivò.

– Va bene, lo farò. Almeno ci fosse una traccia chiara da dove cominciare? Stella è troppo poco, chissà se esiste. – Osservò Vaniglio.

Il pesce gioì tracciando cerchi nell’acqua e, fermatosi, disse: – Se queste cartoline arrivavano dal fiume potresti seguire il suo corso fino ai monti dove abitano i caprioli, allora è lì che ci sta quel luogo. –

– Sei saggio, bravo Rubinio. Partirò proprio dall’Isonzo, ho molte carte geografiche per seguire anche il corso dei suoi affluenti perché i percorsi – seppur logici – non sono lineari. – Disse il buon pescatore e i suoi pensieri erano già oltre l’inatteso incontro.

Si salutarono con la promessa che Vaniglio si metteva subito all’opera. Fissarono per l’indomani un nuovo incontro per valutare gli sviluppi.

Nelle ore a seguire, l’uomo non volle essere disturbato. Liberò il tavolo per stenderci sopra le mappe del territorio e cominciò a scrutare, a studiare. Subito capì che doveva trattarsi di un corso d’acqua minore che partendo dalla fascia dei primi monti scendeva fino a confluire nell’Isonzo: il Natisone o il Torre. Ma pure questi ricevevano altra acqua dai rivoli che diventavano più frequenti man mano si entrava nelle valli. A quel punto vennero in aiuto i toponimi dei luoghi fintanto che, dopo ore di appassionata indagine, Vaniglio esultò: – Stella, eccola qui, lungo il Torre, sulla destra del rio Zimor ci sta il monte e pure il paese. Non può che essere questo!

Il giorno dopo, andò in laguna all’appuntamento con Rubinio per informarlo non solo sugli sviluppi ma per dirgli che sarebbe partito a vedere cosa c’è, a chiedere se qualcuno sapeva.

Così detto, senza indugio, partì verso Stella.

In viaggio attorno al mandorlo

                     “L’uomo che avrò scelto sarà quello il cui bastone fiorirà”.

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Fredo giovane, aitante e volitivo, sta pigiando il campanello del cancello adiacente il giardinetto davanti alla casa di Carlita sotto lo sguardo curioso di un sole alto in un primo pomeriggio di fine estate. Curioso come nonno Giacomo che fin dal primo trillo è già sul patio per dire a Fredo che la sua nipotina tarderà il rientro a causa di un piccolo guasto meccanico.

Giacomo invita il ragazzo dentro casa. Lui preferisce attendere sulla comoda panca sotto il patio e con educato curioso rispetto chiede anche che albero fosse quello davanti casa, tra il cancello e l’ingresso.

Quello è un mandorlo. Bello, lo devi vedere all’inizio della primavera, è una meraviglia.  Gli rispose Giacomo.

Fredo, accomodatosi sulla panca all’ombra, prese il telefono cellulare e, nell’attesa di Carlita, volle saperne di più sul mandorlo a primavera collegandosi alla grande rete.

L’ora era calda, la panca all’ombra, oltre ci stava il mandorlo. Fredo guardava a turno il telefono e l’albero. Fino al punto d’impaurirsi vedendo il mandorlo avvicinarsi a lui muovendo tronco, rami grossi e sottili curvandoli in direzione del volto, al pari di un dito minaccioso che ammonisce.

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Omphalos (ombelico del mondo

E la pianta gli parlò: “Tu non sai neppure cosa sia un mandorlo e perché sta qui. Cerca risposte utili su quell’aggeggio, leggile e poi rifletti, pensa e ragiona. Sapere porta a elevarsi per crescere come serve”.

Proprio così, il mandorlo gli parlava, a modo suo lo condusse dentro la sua essenza.

Il Mandorlo (Amygdalus communis L. = Prunus amygdalus Batsch; Prunus dulcis Miller). Sono una pianta originaria dell’Asia. I Fenici ci portarono in Sicilia e i Romani ci chiamavano “noce greca”. Io sono il simbolo di nascita e di resurrezione.

Sono il primo albero a sbocciare in primavera (rinascita). Il mio significato è legato al frutto: la mandorla il cui segreto va conquistato rompendo il suo guscio. La mandorla, essendo nascosta, incarna l’essenza spirituale, la saggezza. La sua forma ovoidale è collegata alla matrice, come simbolo di fecondità, di primordiale nascita dell’universo.

                      – È tempo di carestia e di crisi, ma mi è chiesto di guardare nel giardino, osservare
                       il mandorlo e attendere la sua fioritura precoce che dà il primo annuncio di primavera.

Il ramo di mandorlo mi indica che fuori dalle secche della rassegnazione devo farmi umile cercatore di segni di speranza, di tentativi, di ridare tensione di vento alle vele ammainate. (Geremia).

Forse ti interessa sapere – continua il mandorlo a parlare con Fredo oramai tutto abbracciato dai sottili rami che la pietra filosofale altro non sia la pietra che Cibele fece inghiottire a Saturno per evitare che suo figlio Giove sia divorato dal proprio padre; così Giove, nel tempo, poté divenire re dell’Olimpo.

Quella «pietra nera», simbolo di Cibele, fu portata in Roma, e conservata sul Palatino. Era caduta dal cielo, ed era chiamata abadir dai Romani e betilo dai Greci. Betilo non è altro che l’ebraico Beth-el = casa di Dio; e fu parimenti il nome posto da Giacobbe alla città vicina al luogo dove ebbe il suo sogno.

Dopo aver iniziato il viaggio dalla casa paterna Giacobbe giunse nel luogo dove  decise di dormire. Dispose a semicerchio una serie di pietre con funzione rituale, ne dispose una particolare e la adibì a poggia-testa. Durante la notte ebbe una visione mistica della celebre “Scala di Dio”.

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Svegliatosi, intimorito e reverente, esclamò la frase (incisa anche sul Portale della Chiesa di Rennes-le-Château): “Degno di venerazione è questo luogo! Questo non è altro che la Casa di Dio e la Porta del Cielo!”.

Subito dopo alzò la pietra su cui aveva appoggiato la testa, la conficcò nel terreno e ribattezzò quel luogo, conosciuto come LUZ, con il nome di Beth-El = “Casa di Dio”.

Linguisticamente Luz significa “Mandorlo” o “Nocciolo”, considerato che un albero simile ne nascondeva l’ingresso, che avveniva attraverso un cunicolo d’accesso. Per gli antichi saggi Luz era collegata alla particella del corpo umano cui restava legata l’anima.

Fredo, Fredo. Ti sei addormentato sulla panca.

Carlita era arrivata a casa e amorevolmente si accostò a ragazzo destandolo dal suo rapito torpore.

 – Oh, sei tu. Ben arrivata. Mi ero addormentato qui all’ombra cullato dalla leggera brezza datami dal fogliame del tuo mandorlo. Sembrano sussurri fatti di curiose parole. Spiegò Fredo.

Va bene, dai entriamo in casa – rispose Calita prendendogli la mano.

Fredo, prima di assecondare la richiesta, con tre passi la portò davanti al mandorlo, le disse di guardare sotto dove il tronco esce dall’erba e di notare un sasso – che lui spostò col piede  – lasciando intravedere cunicolo d’accesso che certamente continuava come fosse una piccola grande caverna.

 

Stella in Agosto 4 – 5 – 2017

Cogliere il presente, accogliere il futuro

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L’iniziativa “Stella in Agosto”, giunta oggi alla sua quinta edizione, si sta sempre di più definendo per la capacità di favorire l’incontro tra giornalisti, boscaioli, orticoltori, musicisti, gente, valori, mestieri vari e artisti che insieme, cercano di raccontare con semplicità, i messaggi che arrivano dal contatto con la natura.

Dal 2013 spingiamo il tema della “cultura della terra”, tra conoscenze e mestieri. Uno sprono partito dal basso, dalla caparbietà e dall’intelligenza di alcuni visionari che intendono portare lassù, nel nulla, quel seme di speranza di cui tutti abbiamo bisogno: un domani dove esista un rapporto equilibrato tra  montagna, ambiente e vita. Una società responsabile è orgogliosa del rispetto per la natura che sa evolversi al ritmo delle nuove tecnologie informatiche utili a tutti. Per essere capaci di rendere il montanaro di Stella, o quello di Platischis e altrove, in rete con il boscaiolo o l’artigiano di Slovenia, di Carinzia e del Tibet. O ad un grande nuovo mercato attento anche al valore uomo, al posto di ogni speculazione.

Questa quinta edizione (venerdì 4 e sabato 5 agosto), vuole essere uno stimolo a ragionare sull’importanza dei cambiamenti, soprattutto quelli che ci appaiono troppo lontani dal nostro quotidiano, ma sono presenti; come, ad esempio, il bisogno di opere a tutti i livelli per dare una possibilità alla montagna. Il suo abbandono non rende armonico lo sviluppo di un territorio, lo lascia più fragile e aggredibile.

IL PROGRAMMA

E tutti si sale in alto e nella notte ci si perde ad osservare, bene, tutte le altre stelle che ci portano lontano, nel futuro che vogliamo.

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GLI OSPITI
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Ramona, detta Rondine o dei raggi Gamma

Ebollizione

Ramona detta Rondine, figlia di Viridiana, è una ragazza dotata di una spiccata intelligenza che la porta a curiosare dappertutto, proprio come sua madre. Così passano veloci e proficui tutti i suoi anni della scuola regolare, del liceo, dell’università, dove inevitabilmente doveva passare. Tutto vissuto nella pienezza dei suoi anni, con un viso decisamente attraente su un corpo in perfetta evoluzione.

La incontro casualmente una mattina al caffè BelPassi, giù in città. Da conoscenti conversiamo genericamente attorno al “che fai ora?”

– Sono rimasta nell’ambito universitario, son già cinque anni che rientro in un progetto di ricerca. E’ bello, ma è dura. Non riesco ad essere economicamente indipendente, le spese sono alte, allora interviene Viridiana, lo sai, lei è sempre positiva e mi stimola.

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– Se ti piace e se è utile, resisti – dico – oppure fai come fanno in molti: andare fuori, provare in un altro paese.

– Certo. Resisto perché quando scruti lo spazio… c’è da perdersi, è come volare e ogni cosa di questo tempo non esiste. Almeno per una porzione di tempo. Tutto questo mi piace e riesco a farlo rimanendo qui. Per i soldi si vedrà, mi accontento.

– E cosa studiate nelle profondità dello spazio? –

– È storia lunga, emozionante. Mi occupo dei buchi neri. –

– Con parole semplici, di fatto, cosa fai?

– In breve è lo stesso lunga, cercherò di sintetizzare al meglio. Già nel 2002, grazie al lavoro ricavato dai dati che BeppoSAX* aveva inviato, si misero a punto nuove metodologie per lo studio delle emissioni cosmiche di raggi x e in particolare quelli Gamma Ray Burst. Oggi, un nuovo satellite, Swift**, proprio come il mio soprannome di sempre: Rondine, è partito da Cape Kennedy,  dentro ci siamo anche noi italiani, grazie proprio al successo avuto dal mitico BeppoSax.

– E’una cosa bella, ti auguro ogni bene. Dei buchi neri, però, non ho ancora capito niente.

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DOPO QUASI 11 ANNI DAL LANCIO, IL 27 OTTOBRE ALLE 22:40:40 GMT, LA MISSIONE SWIFT* HA RIVELATO IL LAMPO GAMMA NUMERO 1000.

– Si tratta di un corpo celeste dotato di un campo gravitazionale capace da attirare a sé tutta la materia circostante e da trattenere anche la luce e ogni altro tipo di radiazione elettromagnetica. Il campo gravitazionale che lo caratterizza è tale che la materia al suo interno viene compressa in uno stato a densità forse infinita.

I buchi neri non emettono radiazioni, per questo non possono essere osservati in modo diretto come tutti gli altri corpi celesti. La loro rilevazione, avviene in modo indiretto, attraverso gli effetti gravitazionali che essi producono nello spazio circostante. Ecco, io mi occupo di questo.

Riprendiamo a dirci cose più semplici fino ad accomiatarci con una stretta di mano. Gli raccomando di dare un bacio a sua madre e andiamo. Fuori dal caffè, un generoso tiepido sole di primavera illumina il nostro mattino baciandoci sulla fronte dall’alto del suo spazio infinito.

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* Satellite italiano per l’astronomia che prende il soprannome dell’astronomo Giuseppe Occhialini, dedicato allo studio dei raggi cosmici.
** Swift è una missione gestita da Goddard Space Flight Center di NASA. Swift è stato realizzato in collaborazione con laboratori di università statunitensi e con partner internazionali, tra questi gli italiani Osservatorio Astronomico di Brera, AgenziaSpaziale Italiana e ASDC.

Il gatto, il mulino e il lago.

Scena Uno · Una quieta sera di fine estate, minacciata da alcune nuvole ancora lontane ma sufficienti per accendere d’arancione quei raggi di sole che entrano brillanti dentro la stanza dove un uomo sta parlando al telefono mentre si ode l’insistente miagolio di un gatto.

– Scusami un attimo. Non riattaccare. Devo aprire la porta al gatto.

– Vai pure, ma lo sai che è matto?

– Eccomi, è entrato. Si, lo so che pare matto. Era fuori e c’era un altro gatto, si guardavano strani.

– Lo sai che i gatti bianchi sono strani?

– Eh già, devi vedere quelli neri.

– I gatti bianchi fanno gli agguati alle gambe quando cammini.

– I tigrati saltano sulle pareti. Quando scendono si fermano, rizzano le orecchie e riprendono a saltare sul muro del vecchio mulino.

Quale mulino?

– Questo. E’ qui da sempre. Lo vedo dalla finestra, lui, la sua ruota, la bella mugnaia e ascolto i suoi bei canti. I gatti lo sanno e si ritrovano nel mulino.

Sono proprio matti. I gatti.

– Sì, fanno ridere e… se fossero loro a muovere la ruota?

– Non ci sarebbero quei lieder.

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Scena due · Stessa stanza, l’uomo è sempre al telefono, ma ora è seduto davanti alla grande finestra dove s’intravede il profilo dei monti vicini. Un canto gentile si espande in sottofondo. Parla solo lui, preso da un emozionante ricordo riportatogli alla mente proprio da quel loro parlare sui gatti.

– Una sera guardavo in direzione del monte. Le nuvole correvano spinte dalle forze del cielo. Mio padre era lassù, con i suoi pennelli, i suoi compensati e i suoi reticoli proporzionali. Dipingeva paesaggi sereni. C’era sempre un albero grande in primo piano, spesso un salice, altre volte una quercia. La scena rappresentava un lago tranquillo con un piccolo paese lontano, sull’altra riva. In un angolo del prato, davanti al lago, dipingeva sempre un gatto ben seduto come solo loro sanno fare da perfetti, eleganti, vasi. Vedeva lontano quel gatto, come io guardavo le nubi grigie correre veloci nel mio cielo di pioggia. Portavano a mio padre la sua immagine e i pennelli.

Pioveva. Tante gocce cadevano frettolose formando rigagnoli chiari. L’autunno, improvvisamente era arrivato e con lui, colori di terra. Vidi cadere, tra le gocce, quelle tinte e osservai staccarsi le foglie dagli alberi dipinti da mio padre sui muri delle case. Poveri gatti, ritratti seduti sulla riva dei tanti laghi, chi avrà cura di loro?

– Sei straordinario. Lo sai, mi piace ascoltare il tuo pensiero.

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– Si, vado a terminare. Solo dopo, passato l’inteso ricordo descritto, mi trovai tra le mani due cose: un’ombra e una piccola fiamma. Che dovevo fare?

Avevo la luce e l’ombra della luce. Solo nelle mie mani. Nella sera dei gatti, con te che ancora mi ascolti, lontano da qui, dal vecchio mulino e della bella mugnaia.

(consiglio d'ascolto: Die Schöne Mullerin -La bella mugnaia -  musica di Franz Schubert)