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Perché un villaggio cinese in un bosco friulano

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Su questo argomento, vedi anche: Cina – Chiampon prossima realtà friulana • 25/03/28 Centro Ci.Zimò®, Tarcento

Raccontiamo il perché la comunità dei cinesi (Nord-Est Italia) ha scelto di costruire nella municipalità di Tarcento, un moderno centro  benessere (Spa) a disposizione dei residenti, dei turisti attratti dai luoghi e dove si potrà provare le qualità salutistiche dell’antica medicina cinese.

Le difficoltà di comunicazione non sono poche. Come suggerito anche dai nostri lettori dopo l’uscita dell’articolo: Cina – Zimor, realtà friulana, abbiamo coinvolto uno specialista, il traduttore Iago Bidibà, nato a Pulfero, residente a Pirano (Slo). Confidiamo molto su di lui, non solo perché il nome ci rimanda al “manipolatore“.

Intervista del traduttore Bidibà al signor Huan, direttore del progetto d'interscambio affinità culturali Cina-Friuli e coordinatore lavori per la Società ZIMO®.

Eccoci nelle mie valli preferite. L’incarico è capire, comprendere i perché. Niente di meglio che chiedere direttamente al diretto responsabile.

– Signor Huan,  spieghi ai lettori le ragioni per le quali lei, abbia preteso che il progetto Ci-Zimo® venga realizzato nei boschi dove scorre il rio Zimor. Buona logica orientava questa scelta nel territorio di Feltre, più vicino alla vostra numerosa comunità?

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Ben volentieri dico che si tratta di una storia particolare, un fatto accaduto alla mia famiglia nei primi anni del 1900. Ora siamo nel 2028. Pensate. Non è per caso che siamo arrivati qua, certamente io ho fatto quello che ritenevo giusto e il tempo distribuirà ragione e merito.

– Veniamo al fatto. Una delle mie nonne ci raccontava sempre un fatto vero appreso, pure lei, da sua madre. Diceva di un uomo venuto dalla lontana provincia di Venezia, la città di Marco Polo, in Italia.  Quell’uomo era arrivato in Cina, mandato dell’Austria, a combattere… nella guerra detta dei Boxer.

Prima di proseguire la narrazione, il traduttore Iago Bidibà,  ci dà una breve traccia storica  per inquadrare il tempo e quei fatti.

Nel estate del 1900 in Cina LA RIVOLTA DEI BOXER esplode con atroce violenza. Stati Uniti,  Francia,  Impero Austro-ungarico,  Impero Giapponese,  Impero tedesco,  Impero Britannico, Impero russo e Italia decidono d’inviare aiuti militari, per bloccare i rivoltosi. A noi, più dell’Italia ci interessa proprio l’Impero Austro-Ungarico. La marina militare austriaca, per la missione in Cina, reclutò i marinai nelle terre friulane a quel tempo da loro governate. Contadini, promossi a marinai, della bassa friulana orientale (Ruda, Cervignano, Aiello e altri paesi).  I contadini-marinai partirono da Monfalcone, direzione Pechino. Il resto è la storia della guerra dei Boxer e di come finì.

La vecchia nonna  – riprese il signor Huan – sapeva che alcuni di quei soldati decisero di rimanere nel nostro paese. Non tenevano legami validi per tornare nella loro terra chiamata Friuli, a noi cinesi sconosciuta, che stava a non troppo a est di Venezia e tanto a sud di Vienna.

Per noi bambini quel Friuli pareva un luogo pieno di leggende fantastiche, fatte di boschi fitti, personaggi silvani dai nomi impossibili come lo sono per voi i nostri nomi. Luoghi speciali, con maghi, streghe, fate, guaritori popolari, beneandanti, processi e inquisiti bruciati vivi. Tutto ciò accendeva la fantasia.

Uno dei soldati/contadini friulani si fermò nel villaggio dei miei avi – era buono, sapeva lavorare bene la terra e conosceva tecniche di semina diverse dalle nostre. Entrambi imparammo. Il suo nome non l’ho mai saputo, la nonna l’aveva dimenticato e di lui così diceva: Quel bravo uomo di Aiello lavora la nostra terra come fosse la sua. Aveva una moglie, la sorte l’ha presa e portata su un’altra via. Nelle sere della luna piena cinese, fumando la pipa, cercava nel fumo la sua bella fata dei boschi. Lì, l’aveva trovata.

La moglie l’aveva trovata qui, dove siamo noi adesso, nei boschi attorno al rio Zimor. Qui, dove la mia immaginazione costruiva meraviglie al solo bagnarsi in queste correnti speciali acquee.

Per questo immaginario, per il fatto di essere a lavorare in Friuli, spinto certamente dalla memoria di onorare le storie della nonna e il suo desiderio di ricordare colui che ha aiutato a coltivare i campi in Manciuria. E poi anche a quell’acqua che di strano non aveva nulla, eppure per lungo tempo ha fatto immaginare noi bambini

Per questo è nata questa bella storia. Sono fiero di averla potuta raccontare. Sono convinto vi sia tanto di speciale in tutto questo.  Grazie.

                                                                     Iago Bidibà, traduttore (dal cinese)

** approfondimenti : 55 giorni a Pechino, marinai e soldati del Friuli austriaco in Cina durante la guerra dei Boxer. di Giorgio Milocco – Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale  – 2005   –  Gli italiani che invasero la Cina , 1900 – 1901 – di  Fabio Fattore – Sugarco, Milano 2008   –   https://it.wikipedia.org/wiki/Ribellione_dei_Boxer
Prossimamente: conosciamo bene il progetto CI-ZIMO®
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Il segreto di una maga coinvolge i territori da Tolmino e Tarcento

Nicola, friulano e Mjura, slovena di Duino sono arrivati a Most na Soči , in Slovenia per cercare tracce della maga russa già in contatto telepatico, quando erano viventi, con la bisnonna di Nicola.

NOTA: questo racconto fa parte della trilogia di Tolmino che comprende: “In treno dall’India a Tolmino in una notte” -e “Dal Friuli a Tolmino (Slo), sulle tracce di una maga Russa”. Disponibili in questo Blog.

Tolmino è certamente il posto dove trovare risposte. In primo luogo per sistemarsi nella piacevole pensione Na Foxu (La Volpe), centrale, economica e ideale per cercare tracce di maga. Mjura, senza paura ogni qual volta ha un’opportunità, educatamente rivolge domande sull’antica maga russa, alle persone più anziane che incontra. Buona parte delle risposte sono vaghe e inutili. Alcuni ne avevano sentito parlare al modo di una diceria di paese, nulla d’importante, solo un po’ di colore.

Il giorno seguente però la stessa tecnica porta un indizio utile. Grazie a un meccanico quarantenne dell’autofficina, coinvolto dall’ultima signora contattata, la quale, dicendo di non saperne molto sulla maga, ricordava abitasse in località Zabice, come pure il meccanico. Raggiunto dal curioso trio, l’uomo nella sua tuta blu guarda senza capire. La signora, con calma spiega di come i due ragazzi, per studio, cerchino notizie sulla maga che tanti anni fa abitava nella sua borgata. L’uomo gesticolando annuisce e sorride. Stringe la mano ai ragazzi. Scandisce il suo nome, Stipe e intercala un italianissimo “ciao”. La signora così può accomiatare e tornare alle sue faccende.

Doberdan. Esclamano coralmente tutti.

Stipe accompagna la giovane coppia in un angolo tranquillo dell’officina, recupera due sedie e lui si accomoda su uno sgabello. Mjura, in sloveno, ragguaglia sul perché sono lì e cosa si aspettano dall’incontro.

Stipe racconta ciò che fin da bambino sentiva raccontare dagli anziani del borgo. La maga russa Pelageya, donna schiva e particolare, era arrivata a Most na Soči verso il 1920 in treno grazie alla ferrovia Transalpina. Da dove fosse partita non lo sapeva, però erano i treni, le stazioni e le locomotive la sua passione, fonte pure di visioni ammonitrici. Si sposò con un uomo di Zabice, il suo borgo non distante da Tolmino. Costui era buono, sapeva lavorare la terra di monte, era taciturno e, come pure sua moglie, si perdeva nei pomeriggi delle giornate terse in cima a un colle a guardare lontano, per ore.Pelageya aveva deciso di prendere marito perché voleva un figlio per potergli raccontare le cose importanti di cui era stata testimone. Solo lei sapeva, perché le aveva viste nel futuro. Dalla loro unione nacque una bambina di nome Tilda Ivancic, il cognome del padre.

Madre e figlia erano sempre insieme, soprattutto sui monti qui attorno, oppure giù alla stazione dei treni. Sedute sulla panchina aspettavano l’avvenire dopo aver visto arrivare gli invasori italici, la guerra che mieteva nemici, paura e miseria a cavallo di queste valli sempre state amichevoli.

Pelegeya mori di vecchiaia verso il 1989 e fece scalpore anche in quel triste momento. Lasciò scritto di voler essere cremata, ma acconsentì una cerimonia di rito ortodosso. Lasciò detto a sua figlia, il marito era morto qualche anno prima, di portare le ceneri fino a Tusla, in Bosnia perché in quel luogo, da giovane, aveva imparato molto sul senso della vita dai reduci dell’antica martoriata comunità dei “Bogomili”.

Tilda riuscì a portare a buon fine la richiesta della madre nel 1990, nell’aria si sentiva già l’odore di quel odio che solo due anni dopo sarebbe scoppiato nelle regioni balcaniche. – Scusate de divago su questo aspetto, ma per me è una ferita aperta anche nella nostra storia. – Sottolinea Stipe prima di continuare.

Altro non so, a noi bambini piacevano queste storie raccontate dai vecchi, a suo tempo ci credevamo. Adesso non so e non importa. Aggiungo. Tilda non si sposò e non ebbe figli, rimase a vivere nella casa dei suoi genitori fino alla fine, credo nel 2020, venti anni fa. Raccontavo che la maga avesse previsto delle sciagure ferroviarie, ma anche l’invasione delle nostre terre, i drammi della lunga guerra mondiale e della condizione economica del dopoguerra. Di questo confine, dannoso per tutti. Confine duro, di cortina e da entrambe le parti le infrastrutture sono sempre arrivate tardi. O non arrivate. Insomma la maga, non strega, perché non era cattiva, seppur vedesse le tragedie, lei solo le riferiva prima. Forse con l’intento di evitarle… se qualcuno l’avesse considerata. Oh, io credo – aggiunge Stipe – perché gli uomini volevano lasciare che tutto vada da sé. Un episodio mi ha sempre colpito, quasi un mito, confermato pure la Tilda nelle rare occasioni di conversazione con pochi suoi conoscenti. Gli stessi pronti a divulgare parte delle informazioni apprese.

La vera ragione per la quale Pelageya era arrivata qui era stata una visione importate e bella. In questo luoghi ci sarebbe stata una rinascita sociale e anche speciale, grazie proprio al treno e a una nuova ferrovia modernissima che avrebbe superato le montagne per andare dall’altra parte fino a unirsi alle altre ferrovie e stazioni. E i limiti, i confini, le differenze si sarebbero probabilmente superate.

Ora tutti sono morti, quel che resta siamo noi. Voi due, venuti qui a riaprire questo cassetto. La mia memoria e tu Mjura hai scritto tutto. Ecco qualcosa non andrà perduto. Chissà, la visione della maga si avvererà.

Mjura davvero ha scritto tutto, del resto Nicola non aveva capito niente. La ragazza ha scritto le parti principali già in italiano. Per il ragazzo è facile farsi un quadro di quanto accaduto. Stipe, dopo i saluti con forti strette di mano e baci sulle guance, è ritornato a mettere le mani dentro un motore. Nicola e Mjura, rientrano alla loro pensione, entrambi hanno un’espressione non troppo appagata.

La vicenda era abbastanza chiara. Nulla di stravolgente e di eclatante stava nei racconti e nel mito della maga. Forse solo del buon senso visionario – esclama Nicola entrando nella loro stanza alla pensione Na Foxu.

Decisero di fermarsi ancora un giorno per vedere un po’ il territorio, il fiume Soča (Isonzo) e fare anche un giro sulla motobarca Lucija. Così fanno e proprio mentre tranquilli si dirigono verso Modrej, uno dei punti d’attracco della motobarca dove il Soča, si allarga a formare un bell’invaso senza mai diventare lago.

Nicola osserva dal finestrino i luoghi e le case lungo la via. D’improvviso il suo scatto d’attenzione coinvolge Mjura: – Guarda quel manifesto sul muro! E’ quello che avevo intravisto alla stazione di Most na Soči al nostro arrivo. Quello azzurro con un treno tra i monti.

– Mjura s’avvicina al finestrino e legge:

– Poleg vsake pregrade. Sodobna železnica nas bo pripeljala v prihodnost. Iz Mosta na Soči (Slovenija) do Tarcento (Italija). Začetno delo 03. septembra 2040.-

Traducimi presto, cosa c’entra Tarcento? – Insiste frenetico Nicola-

Aspetta. Il titolo grande dice: Oltre ogni barriera. Sotto spiega: Una moderna ferrovia ci porterà nel futuro. E continua più in piccolo: Da Mosta na Soči (Slovenia) a Tarcento (Italia).-  Avvio previsto per inizio lavori 3 settembre 2040.Ecco, ecco. È questa la visione di Pelageya. Pensa ha visto questo più di cento anni fa. Adesso sono felice, ora tutto è chiaro. Miura si è stretta a lui per leggere il poster, Nicola è molto felice ed è attimo trovare le labbra di lei sulle sue. Finalmente.Un lungo bacio atteso si riflette sul finestrino dell’autobus avvolto dai turchesi riflessi mattutini del largo fiume Soča. Qui dove le visioni si uniscono al cielo.

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Nuova Ferrovia Tolmino (Slo) – Tarcento (Italia) – Scheda tecnica 

Obiettivo della nuova ferrovia, da realizzare sotto l’egida diretta della Comunità Europea è un progetto pilota risultato di alte ricerche di mercato proiettate in divenire sulle future abitudini del mercati dei territori.

Secondo aspetto è tracciare nuove linee di collegamento pronte a differenziarsi dagli assetti urbanistici ereditati dai piani risalenti agli anni del xxI secolo.

La città di Tolmino non dispone di una ferrovia. Il progetto prevede un ruolo di scambio importante per tutta l’area. Da Tolmino, collegato alla esistente stazione in località Most na Soci, vedrà la linea salire fino a raggiungere l’Italia e anche proseguire tramite una bretella per Kobaid e Bovec.

D’altro canto, la stazione di Tarcento vegeta in dormiente letargo dagli anni 90 del secolo scorso. L’antico smalto di ciò che era un effervescente centro di riferimento oramai non c’è più. L’ultimo grido della stazione di Tarcento, nella quale si fermava il celebre treno Romulus (Roma-Vienna) risale al 1977, un anno dopo il terremoto quando una facinorosa ottuagenaria detta “Mariutine” sollevò il popolo e bloccarono il famoso treno sul quale viaggiava in visita credo il primo ministro di quei anni. Lo fecero per eternare il disagio della condizione dei terremotati. C’è chi dice che poi la stazione perse potere anche per causa di quel episodio.

Di fatto la realtà era diversa, ma oggi con il nuovo progetto si aprono nuove possibilità per tutti.

La nuova ferrovia, si prevede pronta per il 2042, si basa su due punti di forza: il trasporto turistico e il trasporto artigianale. Il primo sarà particolarmente attivo nel periodo da maggio a ottobre. Prevede spostamenti di persone in un contesto paesaggistico di primaria valenza ambientale con possibilità di trasposto biciclette, onde collegare il bacino friulano con le rete slovena e oltre.

Tutte due le stazioni, piuttosto capienti e sottoutilizzate, prevedono una ristrutturazione generale dove, ai piani alti saranno disposti stanze per alloggi veloci e pernottamenti brevi.

Il trasporto artigianale, durante tutto l’anno salvo agosto, vedrà protagonista la movimentazione di legname, negli ultimi anni in forte crescita su entrambi i territori. Mentre l’area di Tolmino, nel settore è da tempo organizzata per la raccolta e stoccaggio di questi prodotti, la parte italiana dovrà essere meglio strutturata, ma anche su questo i progetti sono pronti e molto interessanti.

 

I treni previsti nel progetto saranno quanto di meglio la tecnologia attuale consente. Costruiti dalla francese Alstom nello stabilimento da due anni operativo in Slovenia i treni a idrogeno della seconda generazione, non producono gas di scarico nocivi, ma solo del vapore acqueo e sono molto silenziosi. Questi treni, da anni hanno sostituito tutte le motrici a diesel, sono adattabili a particolari esigenze, proprio come serve per la linea Tolmino –Tarcento. Forza motrice per trasporto legname, comfort e servizi per trasporto turistico.

Ultima novità prima di conoscere meglio il percorso. Sempre per impatto turistico sarà possibile scegliere anche di sorvolare, da ambo le parti la montagna, grazie a 2 taxi drone da cinque posti.

 

Percorso:

Gli esami del sangue per la rivoluzione

Un ampio soggiorno con angolo studio. Sul tavolo la luce è accesa, Rodolfo, uomo maturo è seduto con la testa rivolta al soffitto e medita ad alta voce:

R – Il tempo separa, il vento unisce.

Oppure il pensiero distingue e il vento spariglia?           (suona il campanello)

Faccio così: l’essenza del vento non è unire, ma spargere.

Già, è il pensiero che distingue.

             Eppure sono qui.

   Scrivo o penso con l’ardore di chi ha dubbi,                         (suona il campanello)

             Ci trovo ansia e piacere.

Rumore di chiavi, porta si apre e richiude con rumore.              Protestando entra Mimì.

M – Rodolfo, ma non hai sentito, ho suonato due volte. Potevi aprirmi.

R- Non ho sentito, credimi. Cercavo di scrivere su come i giorni scorrono, in modo uguale. Lenti o veloci e come, invece, li sentiamo. E il vento spinge avanti i giorni?

M – Sarebbe molto meglio usare questi giorni per andare a fare gli esami del sangue. Ne hai bisogno per sapere come sono i valori. Potresti iscriverti ai “donatori di sangue”, staresti meno, incontreresti altre persone. 

R – Certo, ma non so dove sono questi presìdi per donare il sangue.

M – Dio, ti perdi in nulla, chiedi a quelli della chiesa, loro sanno.Schermata-12-2458110-alle-16.02.16-e1513954978710R – Vedrò. Come dicevo, stavo pensando su come il vento spinge le cose, comprese le idee. E mi son perso a seguire i concetti capaci di formare il “vento della rivoluzione”. Ho individuato un luogo, semplice funzionale, dove è possibile che questa possa prendere forma e forza: la lavanderia. Sì. La nuova rivoluzione si farà nelle lavanderie a secco e automatiche. Sono loro oggi gli unici luoghi d’incontro e socializzazione più genuini. Porti lo sporco, riparti con il pulito. Nessuno esce scontento, nessuno si aspetta altro. Niente sovrastruttura, sei gratificato dal sapere che metterai la camicia pulita.

La lavanderia, vedi, permette a tutti di stare bene con se stessi. Funzionerà.

M – Va bene attendiamo la rivoluzione in lavanderia, intanto ho saputo che giù alla fabbrica dei termosifoni chiudono il reparto presse… dove lavoravi anche tu.

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R – Certo ho sempre fatto l’operaio lì e altrove. Ma se non producono più bisognerebbe sapere il perché? Le stagioni sono le stesse, a ottobre si accendono i riscaldamenti e loro partono silenziosi …

M – Non ci sono più i soldi di anni fa, le cose cambiano. Il vento è cambiato. Così vogliono… o ci dicono.

R – Anche il riscaldamento? Eh, sì. Facile chiudere la produzione dei termosifoni, mettere le persone nei call-center, mandarli a formarsi teoricamente sulla “sicurezza” con la speranza che serva a trovare un nuovo lavoro e già sai che non sarà così.

M – Hanno anche detto che è stata spenta la luce del faro e tu che fai?

                                                      (canticchiando insieme)

R – Eh eh. * Chi cosa faccio? Scrivo.

M – Ma per fortuna, è una notte di luna, e qui la luna… l’abbiamo vicina.

R – *…per sogni e per chimere … e castelli in aria.

M*…, ed i miei sogni usati e i bei sogni miei tosto si dileguar! 
R*Ma il furto non m’accora, poiché v’ha preso stanza… la speranza! 

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R – Però non è mai bene spegnere la luce del faro. Come faranno a trovare un approdo? Certo è strana questa società dei consumi che chiude la fabbrica della ghisa e vende abbonamenti a linee telefoniche, energia elettrica e altro telefonandoti a casa offrendo differenze inutili. Anzi se accetti hai già perso perché, alla fine, nessuno ci capisce nulla e il totale deve dare sempre la stessa cifra. Ma c’è chi crede di risparmiare. Ecco, vedi perché l’abito pulito è onesto. Non ti frega.

Ecco anche perché scrivo, per chi leggerà. Non importa quando e in quale momento di questo tempo avvelenato.

Forse dalle lavanderie ciò che si teorizza è meno di quanto si crede.

M – Immagina, se l’immaginato corrispondesse al reale?

R – Forse a qualcuno accade così. Certamente non sarebbe colui che nella notte spegne la luce del faro e chiude la produzione dei termosifoni. Il faro è amico del vento, sa che per essere visto deve stare esposto e il vento… corre, asciuga, porta via, cambia l’aria.

O forse tutto sarà fatto dalle voci di altri bisogni?

Ah, troppe domande. Ci vuole una rivoluzione che parta dalle lavanderie.

M – Intanto però sarebbe meglio se tu approfittassi di questi giorni per andare a “fare gli esami del sangue”.

* citazione da: Che gelida manina (La Boheme – Puccini)

Stella d’estate. 01 – Bulfons

SABATO 23 GIUGNO  – A TARCENTO ( UD) – ORE 17.00

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Per l’Associazione InStella è fondamentale creare legami, stringere collaborazioni e condividere esperienze sui territori. Questo perché una rete di condivisione, ad ogni livello, virtuale o reale contribuisce a creare ponti che consentono di superare gli isolamenti. Fisici e di pensiero.

Su questo spirito si inseriscono le nostre iniziative per il 2018 predisposte su vari appuntamenti. Il debutto è dedicato alla borgata di Bulfons, che rappresenta un concentrato di valori sociali tipici della comunità friulana del 1900 (non solo locale). Qui infatti troviamo: la grande fabbrica utile a migliorare la qualità della vita di un vasto territorio. Il villaggio per i lavoratori, distrutto dal terremoto ’76. La chiesetta tuttora di proprietà del Cascamificio. Soprattutto fondamentali furono le opere idrauliche volute da A. Malignani per la produzione di energia elettrica. (Diga di Crosis).

Fabbrica, villaggio e centrale idroelettrica sono un patrimonio unico nella storia del Friuli. Una memoria da conoscere meglio, da divulgare e da studiare al fine di ritrovare quelle energie moderne su cui costruire il futuro.

Sabato 23 giugno: una giornata (pomeriggio e sera), dedicata all’area industriale di Bulfons con due momenti molto particolari e suggestivi.

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3. Chavrûi · solidale riscossa

Il punto: il pescatore Vaniglio, ha promesso al pesce Rubino di cercare il significato raffigurato in una vecchia cartolina giunta dal fiume fino al mare. Il pescatore ricerca e trova il corso d’acqua e il paese da dove tutto era iniziato: Stella. Verso sera giunse al paese, incontrò un raro signore capace di ascoltarlo e seppur scuotendo la testa accompagnò Vaniglio dalla signora Lena. Colei che sa ogni cosa. Così la vecchia, capite le buone intenzioni dell’uomo, decise di raccontargli quanto pure a lei era stato una volta narrato.

Si seppe del provvedimento di scacciare i caprioli dal monte e di cosa sarebbe accaduto. I caprioli andarono a chiedere aiuto alla regina del Castagno. Lei disse loro di chiamare tutti gli animali a raccolta, anche quelli lontani. Il mattino dopo arrivarono gli animali, anche i pesci del mare e si trovarono  nel prato vicino al sasso di luna dove c’è un pozzo profondo ancor oggi chiamato voragine. I caprioli spiegarono ogni cosa e ne avevano molte da dire.

In ogni luogo ci sta un punto dove s’incontrano fatti apparentemente distanti e diversi tra loro. Solo in quel punto, in quel luogo, accadono fatti molto particolari. Forti come un distillato e dolci come il sambuco. Vicende dai contorni increduli, come questa che voglio raccontarvi, avvenuta non so quando, in un luogo chiamato Stella.

Terza parte – Personaggi: il pescatore Vaniglio, la vecchia Lena e il suo magico narrare.

Scena: nei prati adornati dal bosco, presso il sasso di luna, migliaia di animali discutono come aiutare i loro compagni minacciati.

“Discussero a lungo su cosa e come fare. Non era facile. E fu proprio un pesce – poi seppi trattarsi di uno storione – a suggerire di andare dalla fata del luogo e chiederle di trasformarli tutti, solo per l’evenienza, in caprioli. L’idea piacque, formarono una delegazione dove tutti fossero rappresentati e andarono dalla regina del Castagno che li stava aspettando e sapeva ogni intenzione. Li ascoltò per ben capire quanto potente era quel pensiero di solidarietà e lo gradì molto in particolare da coloro che erano giunti da lontano, anche dal mare.

La regina decise che bisognava tornare sul prato dove c’erano gli animali perché le cose da dire non erano semplici e implicavano la loro individuale decisione. Giunti al luogo, lei salì sul sasso di luna affinché tutti la potessero vedere e sentire. Parlò usando parole capaci di raggiungere tutti quei cuori, e disse anche cosa sarebbe accaduto.

(La  signora Lena – narrante – prese un diario dove aveva scritto le esatte parole usate dalla regina del castagno. Come a lei le avevano tramandate).

– Poiché la causa è nobile e saggia posso farvi diventare tutti dei caprioli però, viste le regole naturali, il loro ritmo e il loro equilibrio, non è possibile fare la trasformazione solo per una porzione di tempo. Siete qui in molti e siete stati bravi, sappiate: chi di voi diventerà capriolo, ne avrà solo la forma, sarà fatto di legno e per sempre. Questo basterà a far fuggire i predatori di adesso e di domani. È giusto saperlo subito affinché ognuno scelga liberamente cosa fare. Chi deciderà di non partecipare non si sentirà escluso, perché avrà il compito di divulgare questo esempio di generosità in ogni dove. –

Gli animali capirono. A gruppi si consultarono e con saggia dignità presero la propria decisione. Coloro che accettarono di essere trasformati per sempre furono oltre la maggioranza dei convenuti, gli altri sapevano che erano i depositari di quell’esperienza.

Il tempo a seguire fu solo d’azione, sulle cime, e sui clivi circondanti il paese si appostarono gli animali assumendo subito un atteggiamento fiero. La Regina del Castagno, quando erano pronti, li mutava in “orgogliosi solidali di Stella”.

Ogni spazio prativo veniva riempito da quei valorosi. Solo nelle prime fila comparivano dei caprioli fatti di carne e ossa. Si disposero con accuratezza in modo di circondare, da ogni dove, il luogo dove sarebbero giunti i bracconieri con i loro carri. Così cominciò l’attesa.

All’alba di una notte serena, fatta d’attese, arrivarono sette carri dai quali scesero dodici bracconieri per guardarsi attorno e ben presto scoprirono di essere circondati da tantissimi caprioli dallo sguardo deciso. Due di loro salirono sul tetto di un carro per vedere più lontano e trovarono ancora caprioli schierati in ogni dove fino a perdersi dentro il bosco.

Sorpresi dall’inaspettata presenza,  la presero male. Così venne loro naturale esplodere a casaccio degli spari e ai quei tuoni, i caprioli veri, avanzarono intrepidi. Accennarono ancora degli spari, infine – i bracconieri – risalirono sui carri e fuggirono.

Un acuto, forte come un canto esplose tutt’intorno, si alzò in alto fino a toccare le nuvole e si espanse, con la forza del vento, nella valle fino a far suonare le campane di tante torri.”

Lena aveva finito la sua storia, guardava felice il volto compiaciuto di Vaniglio. Ora era appagato, ogni cosa aveva preso senso e il pesce Rubinio avrebbe saputo il vero significato di quel gesto che, via acqua, univa tutti gli esseri viventi.

A Rubinio avrebbe raccontato di quando, uscito dalla casa di Lena, si era recato sul prato dove ancora c’erano alcuni solidali “caprioli di Stella” e di come, accarezzandone il legno, abbia carpito il battito di un cuore.

 

2. Chavrûi · magica è la notte

Il punto: Vaniglio – un pescatore di Monfalcone – ha promesso a un pesce – lo storione Rubino – di cercare il significato raffigurato nell’immagine di una vecchia cartolina giunta dal fiume fino al mare.

In ogni luogo ci sta un punto dove s’incontrano fatti apparentemente distanti e diversi tra loro. Solo in quel punto, in quel luogo, accadono fatti molto particolari. Forti come un distillato e dolci come il sambuco. Vicende dai contorni increduli, come questa che voglio raccontarvi, avvenuta non so quando, in un luogo chiamato Stella.

Seconda parte – Personaggi: il pescatore Vaniglio, un montanaro poco loquace, la vecchia Lena con il suo magico narrare.

Scena: sul calar della sera, nella borgata abbandonata di un luogo chiamato Stella.

Era sera quando Rubinio giunse, non senza difficoltà, in quel posto tanto cercato privo di locanda e senza un ristoro. Guidava adagio lungo la stradina tortuosa salendo verso alcune case. Fortuna volle che un tale, incuriosito dal rumore inatteso dell auto, uscì a curiosare. E Vaniglio si fermò chiamandolo a sè mostrandogli la cartolina datagli dal pesce Rubinio e chiedendogli se il luogo raffigurato fosse Stella.

L’uomo osservò la cartolina esprimendo subito una reazione di chi riviveva situazioni note, poi sussurrò un chiaro sì. Sottolineato da ripetuti cenni di capo.

Vaniglio chiese se poteva dirgli di più, in particolare sui caprioli di legno che svettavano sul poggio. Il vecchio scosse di nuovo il capo dicendogli che erano soltanto vecchie leggende, storie che si raccontavano ai bambini. Al pescatore non bastava, sentiva che c’era dell’altro e insistette. Allora l’uomo gli indicò una casa del borgo dove abitava la vecchia Lena e disse: – Venga l’accompagno, se la riceve, quella donna sa le storie di tutti.-

Insieme salirono alla casa di Lena, il montanaro disse alcune cose alla vecchia usando la parlata del luogo. La donna annuì. Il suo compito lo aveva fatto, si fece da parte accomiatandosi lasciando lo spazio a un Vaniglio sempre più smanioso di conoscenza.

Lena lo accomodò su una sedia presso al tavolo dove c’era la lampada. Lui le diede la cartolina e la donna, nel vederla, ebbe un fremito di meraviglia mentre un sorriso cercava di affiorare tra quelle antiche labbra.

Già, la notte magica dei caprioli. Tutti quelli che conoscono la storia non ci hanno mai creduto. Peccato. Ma lei è qui per questo? – commentò chiese Lena.

– Sono qui per questo. – Rispose soddisfatto Vaniglio.

La vecchia spostò un attimo la luce sul volto dell’uomo. Si guardarono negli occhi, poi lasciò la lampada ondeggiare mentre si alzò per posare sul tavolo il bollitore fumante, con due tazze.

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-Ecco, questa tisana aiuta a far capire storie molto particolari.  Sono vecchia e i fatti dei caprioli, li ho saputi direttamente dalla voce della Regina del Castagno. Era stata lei a far sì che tutto si avverasse.

Per me era una fata, con il viso dolce e l’abito turchino. Per altri, invece, era la strega nera del pozzo, con il cappello felpato e una catena chiodata. E per quei tanti che non sanno vedere, perché badano solo all’apparenza, sono soltanto inutili fantasie buone per i più piccoli. Caro signore venuto dal mare, lei veda la regina, la strega o il nulla. Ma quel che le dirò, qui c’è stato!

Ci fu un tempo in cui i nostri caprioli furono minacciati da coloro che decisero – per ragioni di sviluppo – di trasferirli tutti, giovani e validi, da questo monte in altro luogo. Per fare quel lavoro incaricarono dodici esperti bracconieri che in soli nove giorni dovevano compiere l’opera senza lasciare nessuna traccia. Dovevano mettere su sette carri le bestie giovani, tenersi il resto e qualcosa d’altro potesse essere di loro interesse.

Flauto Magico dfi Mozart, bozzetto di Max Slevogt del 1920-1.jpgFu grazie al giovane Domenico, il figlio del locandiere giù nella piana, che quassù arrivò la notizia. Il ragazzo amava trascorrere ore nei boschi e con il suo flauto provava semplici melodie. Io, lo incontravo sempre e l’ho anche sorpreso a parlare con un capriolo. Fu lui a dare l’allarme, sulle intenzioni decise altrove. Qui però non ci stavano più uomini forti, erano emigrati e non si sapeva come fare. Fu allora che Domenico corse nel bosco, suonando il flauto chiamò un capriolo al quale gli spiegò ogni cosa e gli ordinò di spargere la voce in ogni dove e di convocare quassù tutti gli animali a  per decidere cosa e come difendersi.

Quella notte in tutti i boschi ci fu movimento. Nessuno dormì, pure gli alberi dondolavano le fronde per diffondere la notizia. L’indomani mattina, nel prato detto del Sasso di luna, dove ci stava anche un pozzo molto profondo, migliaia di animali erano presenti. C’erano cinghiali, lepri, volpi, tassi, martore, tutti i caprioli, qualche capra e pure gli uccelli: falchi, poiane, civette, gufi, un picchio, le allodole, gli usignoli.

Altri animali erano saliti dal piano, alcuni giunti da molto lontano e la cosa più speciale e meravigliosa era proprio che, attraverso il pozzo, erano arrivati anche i pesci. Trote, salmoni, granchi, anguille e altri mai visti, giunti addirittura dal mare.

1. Chavrûi · uomini e pesci

In ogni luogo ci sta un punto dove s’incontrano fatti apparentemente distanti e diversi tra loro. Solo in quel punto, in quel luogo, accadono fatti molto particolari. Forti come un distillato e dolci come il sambuco. Vicende dai contorni increduli, come questa che voglio raccontarvi, avvenuta non so quando, in un luogo chiamato Stella.

Personaggi: il pescatore Vaniglio e lo storione Rubinio. Scena: alla foce dell’Isonzo.

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Vaniglio, già carpentiere ai cantieri di Monfalcone e da poco in pensione, ogni giorno usciva con la sua barca a pescare nei pressi laddove l’Isonzo incontra il mare. Calava la lenza, si sedeva ad aspettare e nell’attesa guardava con attenzione le cose attorno a lui. Prendere i pesci era solo un pretesto per poter meditare su ogni cosa. Ogni tanto muoveva o rilanciava la lenza come a spezzare un ragionamento concluso da quello nuovo che cominciava.

Anche i pesci – nel vederlo – capirono che per loro Vaniglio non era una minaccia. Si misero d’accordo tra loro e ogni tanto qualcuno di loro sarebbe saltato dentro la barca. Il pescatore però era troppo assorto nel suo mondo, così al rientro a casa si trovava pure con dei pesci. Perfetta giustificazione a quella sua attività di pensatore.

Tra i pesci di quel luogo, in cui l’acqua dolce lentamente si mescola a quella salata, e in tutta la laguna fino al mare, dicevano che Vaniglio era davvero un brav’uomo di cui potersi fidare e ci vorrebbero molti come lui. Fu proprio la parola fiducia, a convincere un giovane storione di nome Rubinio, a causa di alcune macchie rosse sul suo corpo non proprio tipiche di quella specie, a suggerirgli di compiere un gesto tenuto sempre in gran segreto da parte di tutti i pesci, di tutti i mari, di tutti i mondi.

Rubinio era molto curioso e perciò assai osservatore. Un mattino attese l’apparire della sagoma della barca di Vaniglio, con se teneva pure un foglietto con gli orli ondulati e ben riposto in una custodia di nylon. L’ombra dell’imbarcazione non tardò ad arrivare, Rubinio le girò intorno più volte, poi ancora un’ultima volta, finalmente raccolse tutte le forze nei modi e nelle forme che i pesci hanno e si sentì pronto per il grande passo.

Con la coda, iniziò a battere dei colpi sulle assi del fondo della barca. Vaniglio non diede attenzione, il pesce andò un po’ più avanti e ribatte tre volte. L’uomo si scosse e volse lo sguardo verso il punto da dove provenivano i colpi. Pensò ad un ramo. I colpi si fecero sentire di nuovo, lui si alzò per capire e fu allora che sentì una voce chiamarlo per nome. Guardò verso le canne, si girò sul lato della vicina riva esclamando: – Chi è?-.

– Sono io Rubinio. Guarda qui, sporgiti dal bordo della tua barca, sono un pesce, non posso salire a bordo -.

Vaniglio rimase fermo, immobile per un lungo istante. Respirò, e si sporse con titubanza, sul bordo del fianco della barca.

Perché mai avrebbe dovuto stupirsi più a lungo dell’attimo che si era concesso solo perché un pesce lo aveva chiamato per nome? Nei suoi lunghi pensieri aveva imparato a immaginare scenari speciali, e questo lo era, quindi non esitò.

– Ciao pesce – disse, – cosa c’è?-.

– Oh, grazie per esserti accorto di me, – riprese Rubinio – volevo farti vedere una cosa e poi chiederti se mi puoi aiutare a capire che cosa rappresenta, che cosa vuol dire. Ecco, ho portato una cartolina, certamente riguarda voi uomini, ma è strana. –

Così detto il pesce mosse la coda si spostò per tornare subito dopo con in bocca una busta trasparente con dentro una cartolina. Il pescatore stese la mano, con due dita prese la busta, la girò più volte avvicinandola ai suoi occhi e lesse a voce alta: “Saluti da Stella, 1922”.

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– Si, grazie – interruppe con frenesia Rubinio – guarda la foto, vedi quegli strani animali disposti in branco. Li vedi?-. Vaniglio gli rispose – Certo che vedo, è un luogo di montagna, s’intravede una chiesa, una porzione di casa, di bosco e sulla rupe questi, caprioli. Cioè, sembrano caprioli, ma sono di legno e hanno un’espressione felice -.

– Ecco cosa sono, caprioli. – Disse Rubinio con manifesta soddisfazione. – Proprio come diceva il nonno. Sì, caprioli. –

– Dove hai trovato questa cosa, è vecchia? – chiese il pescatore.

– Nonno mi disse che già suo padre l’aveva messa da parte, nella scatola dove teniamo i ricordi e altri valori. Dicevano che tra fiume e mare, in certe stagioni, si vedevano tante di queste cartoline. Era perché molta gente partiva con il piroscafo e andava a vivere molto lontano, addirittura oltre l’oceano, di cui tanto ho sentito parlare. Però – continuava a raccontare Rubinio – su questa cartolina con i caprioli c’era dell’altro che nessuno ha mai voluto raccontare. Dico questo perché in altre nostre case ci sono immagini come questa. Capisci, pescatore, ci deve essere dell’altro! Magari tu potresti cercare questo luogo. Hai detto chiamarsi Stella, forse non è lontano.

Caro giovane storione – rispondeva con calma pensosa Vaniglio – è una storia particolare quella che mi racconti, ma alcuni fatti corrispondono, la data sulla cartolina si riferisce al periodo dove l’emigrazione era diffusa e svuotava i nostri paesi. Dei caprioli non saprei cosa dirti. Cercare questo posto ci vuole tempo, non saprei da dove cominciare. – Mentre parlava, l’uomo si era abbandonato all’incertezza se lanciarsi in quella missione o lasciare perdere tutto. Guardò Rubino che, immobile nell’acqua, lo osservava attendendosi un cenno positivo che finalmente arrivò.

– Va bene, lo farò. Almeno ci fosse una traccia chiara da dove cominciare? Stella è troppo poco, chissà se esiste. – Osservò Vaniglio.

Il pesce gioì tracciando cerchi nell’acqua e, fermatosi, disse: – Se queste cartoline arrivavano dal fiume potresti seguire il suo corso fino ai monti dove abitano i caprioli, allora è lì che ci sta quel luogo. –

– Sei saggio, bravo Rubinio. Partirò proprio dall’Isonzo, ho molte carte geografiche per seguire anche il corso dei suoi affluenti perché i percorsi – seppur logici – non sono lineari. – Disse il buon pescatore e i suoi pensieri erano già oltre l’inatteso incontro.

Si salutarono con la promessa che Vaniglio si metteva subito all’opera. Fissarono per l’indomani un nuovo incontro per valutare gli sviluppi.

Nelle ore a seguire, l’uomo non volle essere disturbato. Liberò il tavolo per stenderci sopra le mappe del territorio e cominciò a scrutare, a studiare. Subito capì che doveva trattarsi di un corso d’acqua minore che partendo dalla fascia dei primi monti scendeva fino a confluire nell’Isonzo: il Natisone o il Torre. Ma pure questi ricevevano altra acqua dai rivoli che diventavano più frequenti man mano si entrava nelle valli. A quel punto vennero in aiuto i toponimi dei luoghi fintanto che, dopo ore di appassionata indagine, Vaniglio esultò: – Stella, eccola qui, lungo il Torre, sulla destra del rio Zimor ci sta il monte e pure il paese. Non può che essere questo!

Il giorno dopo, andò in laguna all’appuntamento con Rubinio per informarlo non solo sugli sviluppi ma per dirgli che sarebbe partito a vedere cosa c’è, a chiedere se qualcuno sapeva.

Così detto, senza indugio, partì verso Stella.

In viaggio attorno al mandorlo

                     “L’uomo che avrò scelto sarà quello il cui bastone fiorirà”.

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Fredo giovane, aitante e volitivo, sta pigiando il campanello del cancello adiacente il giardinetto davanti alla casa di Carlita sotto lo sguardo curioso di un sole alto in un primo pomeriggio di fine estate. Curioso come nonno Giacomo che fin dal primo trillo è già sul patio per dire a Fredo che la sua nipotina tarderà il rientro a causa di un piccolo guasto meccanico.

Giacomo invita il ragazzo dentro casa. Lui preferisce attendere sulla comoda panca sotto il patio e con educato curioso rispetto chiede anche che albero fosse quello davanti casa, tra il cancello e l’ingresso.

Quello è un mandorlo. Bello, lo devi vedere all’inizio della primavera, è una meraviglia.  Gli rispose Giacomo.

Fredo, accomodatosi sulla panca all’ombra, prese il telefono cellulare e, nell’attesa di Carlita, volle saperne di più sul mandorlo a primavera collegandosi alla grande rete.

L’ora era calda, la panca all’ombra, oltre ci stava il mandorlo. Fredo guardava a turno il telefono e l’albero. Fino al punto d’impaurirsi vedendo il mandorlo avvicinarsi a lui muovendo tronco, rami grossi e sottili curvandoli in direzione del volto, al pari di un dito minaccioso che ammonisce.

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Omphalos (ombelico del mondo

E la pianta gli parlò: “Tu non sai neppure cosa sia un mandorlo e perché sta qui. Cerca risposte utili su quell’aggeggio, leggile e poi rifletti, pensa e ragiona. Sapere porta a elevarsi per crescere come serve”.

Proprio così, il mandorlo gli parlava, a modo suo lo condusse dentro la sua essenza.

Il Mandorlo (Amygdalus communis L. = Prunus amygdalus Batsch; Prunus dulcis Miller). Sono una pianta originaria dell’Asia. I Fenici ci portarono in Sicilia e i Romani ci chiamavano “noce greca”. Io sono il simbolo di nascita e di resurrezione.

Sono il primo albero a sbocciare in primavera (rinascita). Il mio significato è legato al frutto: la mandorla il cui segreto va conquistato rompendo il suo guscio. La mandorla, essendo nascosta, incarna l’essenza spirituale, la saggezza. La sua forma ovoidale è collegata alla matrice, come simbolo di fecondità, di primordiale nascita dell’universo.

                      – È tempo di carestia e di crisi, ma mi è chiesto di guardare nel giardino, osservare
                       il mandorlo e attendere la sua fioritura precoce che dà il primo annuncio di primavera.

Il ramo di mandorlo mi indica che fuori dalle secche della rassegnazione devo farmi umile cercatore di segni di speranza, di tentativi, di ridare tensione di vento alle vele ammainate. (Geremia).

Forse ti interessa sapere – continua il mandorlo a parlare con Fredo oramai tutto abbracciato dai sottili rami che la pietra filosofale altro non sia la pietra che Cibele fece inghiottire a Saturno per evitare che suo figlio Giove sia divorato dal proprio padre; così Giove, nel tempo, poté divenire re dell’Olimpo.

Quella «pietra nera», simbolo di Cibele, fu portata in Roma, e conservata sul Palatino. Era caduta dal cielo, ed era chiamata abadir dai Romani e betilo dai Greci. Betilo non è altro che l’ebraico Beth-el = casa di Dio; e fu parimenti il nome posto da Giacobbe alla città vicina al luogo dove ebbe il suo sogno.

Dopo aver iniziato il viaggio dalla casa paterna Giacobbe giunse nel luogo dove  decise di dormire. Dispose a semicerchio una serie di pietre con funzione rituale, ne dispose una particolare e la adibì a poggia-testa. Durante la notte ebbe una visione mistica della celebre “Scala di Dio”.

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Svegliatosi, intimorito e reverente, esclamò la frase (incisa anche sul Portale della Chiesa di Rennes-le-Château): “Degno di venerazione è questo luogo! Questo non è altro che la Casa di Dio e la Porta del Cielo!”.

Subito dopo alzò la pietra su cui aveva appoggiato la testa, la conficcò nel terreno e ribattezzò quel luogo, conosciuto come LUZ, con il nome di Beth-El = “Casa di Dio”.

Linguisticamente Luz significa “Mandorlo” o “Nocciolo”, considerato che un albero simile ne nascondeva l’ingresso, che avveniva attraverso un cunicolo d’accesso. Per gli antichi saggi Luz era collegata alla particella del corpo umano cui restava legata l’anima.

Fredo, Fredo. Ti sei addormentato sulla panca.

Carlita era arrivata a casa e amorevolmente si accostò a ragazzo destandolo dal suo rapito torpore.

 – Oh, sei tu. Ben arrivata. Mi ero addormentato qui all’ombra cullato dalla leggera brezza datami dal fogliame del tuo mandorlo. Sembrano sussurri fatti di curiose parole. Spiegò Fredo.

Va bene, dai entriamo in casa – rispose Calita prendendogli la mano.

Fredo, prima di assecondare la richiesta, con tre passi la portò davanti al mandorlo, le disse di guardare sotto dove il tronco esce dall’erba e di notare un sasso – che lui spostò col piede  – lasciando intravedere cunicolo d’accesso che certamente continuava come fosse una piccola grande caverna.